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Cielo Terra Iperuranio – Antonello Ghezzi al CAMeC di La Spezia

Il Centro di Arte Moderna e Contemporanea di La Spezia racconta il percorso del duo bolognese con una bella mostra che tocca le corde dell’emozione

A cura di Eleonora Acerbi, la mostra si snoda in un percorso tematico che suscita spunti di riflessione attraverso il coinvolgimento ludico e sensoriale.

Nel lavoro del duo, formato da Nadia Antonello e Paolo Ghezzi, immaginazione e poesia s’intrecciano a temi di attualita’ sociale e politica e alla tensione utopica verso il cambiamento.  

Bolle di sapone per abbattere i muri, una scala per andare a prendere le nuvole, un tapis-roulant per raggiungere la luna, un ufficio per ottenere la cittadinanza della via lattea: ispirati a favole o frutto della loro fantasia, le opere di Antonello Ghezzi invitano gli spettatori alla partecipazione creando spazi di condivisione.

Antonello Ghezzi ha al proprio attivo molti progetti importanti sia in Italia che all’estero, recentemente in Libano, Cile e in Argentina, dove li ho raggiunti telefonicamente per parlare della mostra al CAMeC e del loro lavoro in generale.

Antonello Ghezzi al CAMeC.  | Ph. Enrico Amici

Antonello Ghezzi al CAMeC. | Ph. Enrico Amici

Il titolo della mostra al CAMeC evoca un movimento ascendente, dalla Terra all’Iperuranio. Lo sguardo rivolto al cielo, e dal cielo alla terra, spesso ispira il vostro lavoro. Potreste parlarmene in relazione a qualche opera in mostra?

Nadia Antonello: Il fascino per il cielo stellato attraversa tutta la nostra ricerca. Più che lo sguardo verso il cielo ci interessa lo sguardo di ritorno. Pensandoci visti da lontano, possiamo sentire un senso di appartenenza all’umanità.

A questo proposito, chiamo in causa una delle ultime opere nel percorso della mostra, Autoritratto, uno scatto che abbiamo ottenuto dalla NASA. È un paesaggio visto al tramonto, con una sola stella luminosa nel cielo. In realtà non è una stella, ma la terra vista da Marte. Ci piaceva il fatto che, se pur visti da lontanissimo, è il nostro autoritratto.

Antonello Ghezzi: Autoritratto,2019 -150x150-cm. | Ph.-NASA.-

Antonello Ghezzi: Autoritratto,2019 -150×150-cm. | Ph.-NASA.-Courtersy-Fabio Gori e VirginiaFabrizi

Le relazioni interpersonali sono un’altra fonte d’ispirazione molto importante nel vostro lavoro, come emerge chiaramente dalla mostra.

Paolo Ghezzi: Continuando il discorso di prima, guardandoci da lontano, attraverso un robottino che ci fotografa da Marte, possiamo renderci conto di quanto sia importante cambiare prospettiva. Tuttavia noi siamo sulla terra, insieme a tutti gli altri.

Se è vero che siamo fatti del medesimo materiale delle stelle, è anche vero che siamo fatti di relazioni, perché tutto quanto è relazione. Questo è il nostro messaggio. Ma anche quando non lo facciamo intenzionalmente, le nostre opere parlano di relazioni, perché richiedono l’intervento del pubblico.

Antonello Ghezzi: Alla Luna, 2019 - installazione,

Antonello Ghezzi: Alla Luna, 2019 – installazione, 29x190x617 cm. | Ph.-Melania Dalle Grave e Agnese Bedini

Alla Luna [un tapis-roulant su cui gli spettatori sono invitati a percorrere un tratto della distanza fra terra e luna, che registrata su un monitor, diminuisce man-mano che gli spettatori partecipano N.d.R] è un oggetto che potrebbe essere messo in casa perché ci cammini una sola persona.

Ma una persona sola non riuscirebbe mai a coprire la distanza fra la terra e la luna. Se però tante persone percorrono anche solo pochi metri, se ciascuno fa la sua parte in quella direzione, allora diventa possibile coprire quella distanza. E ancora, Blow against the wall ha solo senso attraverso la partecipazione del pubblico.

Nadia Antonello: Lo stesso vale per la porta che si apre con un sorriso.

Antonello Ghezzi: Blow against the walls in Bahrein, 2018 -documentazione della performance

Antonello Ghezzi: Blow against the walls in Bahrein, 2018 – documentazione della performance | Ph.-Antonello-Ghezzi

Anche Stringere lo spazio di me e te parla di relazione in modo molto esplicito.

Nadia Antonello: Lì cerchiamo addirittura di rendere visibile ciò che è invisibile, lo spazio fra due persone, che si toccano, si stringono la mano. Con l’argilla riusciamo a dare corpo e forma a questo concetto.

Antonello Ghezzi: Stringere lo spazio di me e te, Bergen-2020 -

Antonello Ghezzi: Stringere lo spazio di me e te, Bergen-2020 – installazione, dimensioni-ambientali | Ph.-Giorgia-Tronconi.jpg

Descrivendo il vostro lavoro, avete spesso parlato di ‘leggerezza’. Quello che mi ha più colpito, personalmente, è la vostra ironia garbata e la gentilezza nel parlare dei temi molto seri. Vi riconoscete in queste definizioni?

Nadia Antonello: Sì, o almeno è questo che tentiamo di mettere nel nostro lavoro. Quando qualcuno riconosce questi aspetti ne siamo felici.

Paolo Ghezzi: La leggerezza, come la intendiamo noi, è in senso calviniano, cercare con l’arte di parlare di temi importanti e anche drammatici, come stiamo facendo con l’opera “La Casa della Via Lattea” che abbiamo recentemente portato nelle sale dell’Istituto Italiano di Cultura, prima a Santiago del Cile e poi a Cordoba, in Argentina.

È un’ opera politica, che vuole evidenziare che siamo tutti sotto lo stesso cielo e non dovrebbero esserci muri e confini, barriere e bandiere. Il lavoro parla di quello che, drammaticamente, succede tutti i giorni nel mondo.

Cerchiamo di fare arrivare il messaggio in modo poetico, distanziandoci ed elevandoci, e in questo senso prendiamo spunto dai suggerimenti di Calvino quando parla di leggerezza nelle sue Lezioni Americane (dove propone che il ruolo dello scrittore è quello di avere uno sguardo indiretto sulla realtà N.d.R.)

Antonello Ghezzi: Terra Cielo Iperuranio -CAMeC La-Spezia, installation view

Antonello Ghezzi: Terra Cielo Iperuranio -CAMeC La-Spezia, installation view | Ph. Enrico Amici

In mostra al CAMeC, Semaforo Blu s’ispira a un racconto di Gianni Rodari. Nei vostri lavori e nei loro titoli fate spesso riferimento a fiabe, filastrocche e in generale al gioco. Cercate di sentirvi un po’ bambini quando pensate le vostre opere?

Nadia Antonello: Un pochino lo siamo probabilmente, c’è un aspetto giocoso in entrambi i nostri caratteri. Per noi l’arte riesce a far sognare.

Naturalmente ci sono molti modi di fare arte, ma a noi piace, nelle arti visive come nella letteratura e nei film, quando un’opera crea mondi nuovi e da’ spazio all’immaginazione.

Paolo Ghezzi: Quando usiamo filastrocche o prendiamo spunto dalle favole, Rodari e Calvino sono due fonti d’ispirazione, non per questo siamo meno seri, al contrario prendiamo molto sul serio quello che cerchiamo di raccontare, senza prenderci troppo sul serio. Fare una porta che si apre con un sorriso può sembrare banale, ma per noi un messaggio semplice ha più forza.

Nadia Antonello: Crediamo che sia più efficace comunicare con le persone in modo dolce.

Paolo Ghezzi: Perlomeno speriamo che generi emozioni e un messaggio positivo per il futuro, anche quando parliamo di cose drammatiche e negative.

Antonello Ghezzi: 27-06-1980-20.59-2018 -installazione con specchio retroilluminato, diametro 50cm | Ph.-Amelia Nieddu.-Courtesy Associazione Parenti Vittime Strage Ustica.

Antonello Ghezzi: 27-06-1980-20.59-2018 -installazione con specchio retroilluminato, diametro 50cm | Ph.-Amelia Nieddu.-Courtesy Associazione Parenti Vittime Strage Ustica.

In questo senso l’opera 27 06 1980 20:59, in mostra al CAMeC, mi sembra paradigmatica. È un lavoro molto poetico che mostra un cielo stellato riprodotto uno specchio tondo retroilluminato. In realtà racconta di un avvenimento drammatico, l’abbattimento del volo Itavia 870, il DC-9 che si inabissò nel Mar Tirreno tra le isole di Ponza e Ustica, uccidendo 81 persone a bordo. Potete parlarmene?

Nadia Antonello: Tutto è nato dall’invito del museo per la memoria di Ustica, dall’associazione dei familiari delle vittime. Tutti gli anni nell’anniversario della strage, degli artisti vengono invitati a realizzare un lavoro all’esterno del museo che ospita l’installazione meravigliosa di Christian Boltanski. Siamo stati invitati per il 38° anniversario, quindi dovevamo misurarci con la memoria, che non è propriamente nelle nostre corde.

Abbiamo deciso di partire dalla connotazione del passato aggiungendo però aspetti del presente e del futuro. Insieme allo specchio installato su un palco che riproduceva esattamente la volta celeste fra Ponza e Ustica al momento dell’impatto, si è svolto un concerto/happening sperimentale [del cantante Timo C. Engel con la violoncellista Martina Bertoni, in risonanza con le creazioni di Giovanni Dal Monte, compositore di musica elettronica N. d. R.].

In concomitanza un live streaming, grazie al collegamento con il Radiotelescopio di Medicina concesso dall’Istituto Nazionale di Astrofisica, traduceva in tempo reale in suono il passaggio di stelle cadenti nel cielo. Alla fine dell’ happening il pubblico era invitato ad alzarsi e a scrivere un desiderio ispirato all’atmosfera della serata.

L’idea di fondo dell’opera esposta al CAMeC, è chiederci cosa pensano della stupidità umana quelle stelle che ci guardavano da lassù in quel momento, le stesse stelle che ci guardavano in un passato lontanissimo e che ci guarderanno nel futuro.

Antonello Ghezzi: Terra Cielo Iperuranio, CAMeC La-Spezia - installation view

Antonello Ghezzi: Terra Cielo Iperuranio, CAMeC La-Spezia – installation view | Ph. Enrico Amici

Restando sull’argomento dell’impegno socio-politico del vostro lavoro, recentemente avete inaugurato un progetto diffuso nelle strade di Beirut in Libano, che si concludeva poi negli spazi della Galerie Tanit con cui da tempo collaborate.Su grandi cartelloni pubblicitari sparsi per la città appariva la scritta: “Cosa non è l’inferno?”, frase tratta dalle Le Città Invisibili di Italo Calvino. Il lavoro celebrava il centenario dalla nascita dello scrittore, ma era anche molto pertinente al momento storico e a Beirut, città in passato descritta come paradiso e con un presente da inferno.

Paolo Ghezzi: La frase, che conclude Le Città Invisibili di Calvino riassume in un certo senso quello che noi cerchiamo di fare con i nostri lavori. Torniamo al discorso di prima: anche quando parliamo di cose brutte o drammatiche, cerchiamo di vedere il lato che non è inferno.

Nelle guerre è davvero difficile trovare qualcosa che non lo sia, ma senza arrivare ai quegli inferni, ognuno di noi vive i suoi, quotidianamente, non solo in paesi così complicati. Condividiamo però quello che cerca di dirci Calvino attraverso la voce di Marco Polo, bisogna fare lo sforzo di vedere ciò che non è inferno. A meno che non si voglia, come conclude lo scrittore nella seconda parte della sua frase, scegliere la via più facile, forse la più diffusa: diventare parte di quell’inferno, e non capire più la differenza.


Antonello Ghezzi:  Cosa non è inferno, 2023, installazione urbana nella città di Beirut | Photo: Antonello Ghezzi

Il progetto era stato pensato molto prima dell’inizio del conflitto che è scoppiato a tre giorni dalla nostra partenza, ma siamo partiti comunque, perché aveva ancora più senso farlo.

Era per noi importante perché Beirut rappresenta tutte le città invisibili, è una città piena di altre città, di differenze, di culture e lingue diverse, di difficoltà e rinascite. E anche perché con Beirut abbiamo un legame speciale.

Mettere questa domanda, che appariva all’improvviso ed era diffusa in quattro lingue, su grandi cartelloni pubblicitari digitali agli incroci delle strade di un luogo così vivo, vivace e trafficato ci sembrava un modo efficace per far parlare la città.

Antonello Ghezzi al-CAMeC

Antonello Ghezzi al-CAMeC | Ph. Enrico Amici

Quanto vi riesce naturale, o al contrario difficile, dare una forma alle vostre idee?

Nadia Antonello: Diciamo che essendo in due, ogni opera ha una genesi narrativa, nel senso che ce la raccontiamo. Attraverso il dialogo prende vita nelle nostre menti. A volte scriviamo delle storie e delle filastrocche. Poi a seconda dei materiali e tecniche che pensiamo possano esprimerla al meglio l’opera prende forme diverse.

Su quali piani vi trovate più d’accordo e quando invece vi capita di discutere?

Nadia Antonello: (ride) Ci capita di discutere anche animatamente!

Paolo Ghezzi: Più che altro ci capita per questioni legate alla politica più immediata. Abbiamo vite diverse, e teste diverse, non siamo sempre d’accordo.

Nadia Antonello: Pur avendo lo stesso orientamento, poi le idee sono diverse, a volte non si sa bene il nemmeno perché discutiamo. Ma al contrario, quando creiamo arte c’è sintonia, quella sintonia che al principio abbiamo scoperto forse in modo casuale e che ci ha portato a provare a lavorare insieme. Poi con il passare degli anni siamo più rodati.

Antonello Ghezzi: Terra Cielo Iperuranio, CAMeC La-Spezia - installation view

Antonello Ghezzi: Terra Cielo Iperuranio, CAMeC La-Spezia – installation view | Ph. Enrico Amici

Paolo, tempo fa hai definito gli artisti “quelle persone che non servono a niente ma di cui tutti hanno bisogno”. Yoko Ono ha paragonato gli artisti ad alberi di un bosco che viene abbattuto per creare palazzi. I loro benefici sono invisibili, ma una volta tagliati si capisce cos’è andato perduto”.  Vi sentite anche voi un po’ alberi?

Paolo Ghezzi: Sì è un’immagine forte che rappresenta bene ciò che volevo dire. Se si smettesse di fare arte poi ci mancherebbe. Purtroppo, come per molte cose, bisogna sentirne la mancanza prima di realizzare che sono importanti. Bisognerebbe difendere gli artisti e la cultura prima di arrivare all’”abbattimento” degli alberi. Ma forse, a volte, si deve arrivare fino a quel punto.

È più difficile fare arte socialmente responsabile in un’ottica cosmopolita, come quella che adottate voi, dal momento che lavorate molto a  progetti internazionali?

Nadia Antonello: Al contrario, forse è più facile perché ogni viaggio è un nutrimento.  Il rischio di stare troppo a casa propria è quello di vivere in una bolla, fatta dei nostri affetti, di quello che si conosce bene, perdendo di vista ciò che fuori. Quando si vedono tanti modi di vivere, anche le cose più estreme, si riesce ad avere uno sguardo universale.

Paolo Ghezzi: Non potremmo parlare degli argomenti che ci interessano veramente se non viaggiassimo.

Antonello Ghezzi: I am with you I have always been with you dont be afraid, 2022 -installazione, dimensioni ambientali

Antonello Ghezzi: I am with you I have always been with you dont be afraid, 2022 -installazione, dimensioni ambientali | Ph. Antonello Ghezzi

Per concludere: qual’e’ una reazione del pubblico a un vostro lavoro o mostra che vi ha fatto particolarmente piacere? La prima che vi viene in mente.

Paolo Ghezzi: Ho perfettamente in mente una signora di Beirut che uscendo dalla nostra mostra commossa, in arabo, che non parlo, mi ringraziava e mi faceva cenno che sì, aveva capito quello che volevamo dire, ed era quello di cui c’era bisogno.

Nadia Antonello: La presentazione della mostra al CAMeC di La Spezia, perché è stato un bagno di felicità. È una mostra importante per noi perché’ è la prima a fare una panoramica sul nostro lavoro.  Era bello sentire l’entusiasmo delle persone, sentire che la mostra li emozionava e toccava loro il cuore.

Ritratto di Antonello-Ghezzi | Ph. Giorgia Tronconi.

Ritratto di Antonello-Ghezzi | Ph. Giorgia Tronconi.

Fonti e approfondimenti

Antonello Ghezzi. Terra Cielo Iperuranio

a cura di: Eleonora Acerbi – testo critico di: Cesare Biasini Selvaggi

CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea, La Spezia, Piazza Cesare Battisti 1

apertura al pubblico: fino al 14 gennaio 2024

orari: da martedì a domenica 11.00 – 18.00, chiuso il lunedì, Natale e Capodanno

biglietti: intero euro 5, ridotto euro 4, ridotto speciale euro 3,50

per informazioni: Tel. +39 0187 727530

camec@comune.sp.it |http://camec.museilaspezia.it

Alessandra Alliata Nobili

Founder e Redazione | Milano
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