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Kevork Mourad: FLOATING CITY 2019 – acrilico su tela, 160 x 310 x 60 cm. | Courtesy Studio La Città – Verona.

‘The Ties That Bind Us’: le architetture incantate di Kevork Mourad allo Studio La Città, Verona.

Artista siriano d’origine armena, Kevork Mourad intaglia nel tessuto architetture fiabesche ispirate ai ricordi dei suoi avi e alla sua giovinezza ad Aleppo. Le sue installazioni e performance scenografiche aspirano a creare un linguaggio universale per una cultura condivisa, antidoto e speranza di fronte a realtà drammatiche come quella del suo paese d’origine.

The Ties That Bind Us, una mostra comprensiva presso lo Studio La Città di Verona lo scorso febbraio, ha approfondito la produzione dell’artista, dalle grandi architetture ai lavori di piccole dimensioni in tessuto ispirati al Medio Oriente, cui è profondamente legato.

Nato in Siria da una famiglia armena fuggita in Turchia durante il genocidio, Kevork Mourad si è trasferito per conseguire il Master of Fine Arts presso l’istituto di Belle Arti di Yerevan, Armenia. Attualmente vive e lavora a New York. Cresciuto nella multietnica Aleppo, è stato esposto a un melting-pot di culture, lingue e tradizioni diverse, che intesse nel suo lavoro.  Mourad impiega tecniche di disegno e pittura uniche, perfezionate formandosi come incisore: utilizzando un serbatoio d’inchiostro e un pennello, traccia e sfuma i suoi disegni con grande rapidità e precisione.

Mourad usa la sua tecnica di disegno dal vivo e animazione in performance con musicisti e ha sviluppato numerose importanti collaborazioni con performer in istituzioni di tutto il mondo. Lo abbiamo incontrato presso lo Studio La Città per parlare a tutto tondo della sua ricerca.

Kevork Mourad, Studio La Citta' Verona
Kevork Mourad | Courtesy Studio La Città – Verona. Ph. credits Michele Sereni.


Vorrei iniziare dal titolo della mostra. Come si relaziona al tuo lavoro?

Kevork Mourad: Sono sempre stato affascinato da come le attività culturali ci uniscono. Sono cresciuto ad Aleppo in un ambiente multiculturale, dove i miei vicini erano siriani, arabi e curdi. Quando noi armeni siamo arrivati ​​in Siria, abbiamo portato il nostro artigianato prezioso e la nostra musica in questa cultura araba, molto diversa. Inconsciamente le forme che appartengono alla nostra cultura influenzano il modo in cui vediamo le forme e gli ornamenti di altre culture.

Passeggiando per le strade di Aleppo, osservavo il modo in cui i tessuti venivano tinti e appesi nelle strade, i loro diversi colori e forme. Inconsapevolmente immagazzinavo conoscenza, per scoprire in seguito che questa era diventata parte della mia narrazione, del mio stesso tessuto.

Quando ho lasciato la Siria, molte delle aree storiche di Aleppo erano state distrutte dalla guerra. Come artista, penso che sia importante fare la mia parte per ricostruire e riconnettermi a un passato perduto. Sento che per me è il momento di annodare insieme tutte le influenze che mi hanno reso chi sono oggi.

Hai detto che per te  è molto importante creare una ‘memoria universale’. Puoi spiegare come cerchi di raggiungere questo obiettivo?

Kevork Mourad: In passato gran parte del mio lavoro riguardava una specifica geografia, quella della Siria. Successivamente, quando studiavo in Armenia, la geografia si è allargata, ma ancora lavoravo principalmente con in mente la Siria.

Dopo il mio trasferimento in America, ho iniziato a creare opere ispirate ai miei antenati armeni. C’era ancora un riferimento specifico, le architetture siriane e armene, e le influenze mediorientali su quest’ultima. Ma ogni volta che creo un’opera voglio che cresca per trasmettere il messaggio in modo più universale.

Quindi, passo dopo passo, sono arrivato a concepire delle forme dal vocabolario che ho acquisito ascoltando e apprendendo da altre culture, fondendo tutte le mie esperienze, siriane, armene, americane e persino italiane. Voglio creare uno specchio in cui chiunque possa riflettersi e sentirsi connesso. Credo che ora, più che mai, sia importante che l’arte crei connessioni.

Puoi descrivere cosa ti colpiva maggiormente di Aleppo e della sua architettura, il paesaggio urbano in cui sei cresciuto?

Kevork Mourad: Quando gli armeni sono giunti ​​in Siria, in particolare ad Aleppo, si sono stabiliti in un quartiere popolare anonimo, affollato di palazzoni in cemento. Ma lì abbiamo costruito una comunità e abbiamo prosperato. Ogni domenica andavo a piedi alla chiesa armena con la mia famiglia e gli amici. La chiesa si trova nella parte storica di Aleppo, con le sue stradine di ciottoli e dimore antiche da favola. Questo ha fortemente influenzato il mio lavoro.

La chiesa aveva una bellissima iconografia e alcune delle pietre sembravano come fuse, consumate dalle generazioni che le toccavano e le baciavano. Per molti anni ho percorso quelle stradine. Alcune delle vecchie case, di proprietà degli arabi per centinaia d’anni, sono poi state trasformate in ristoranti.

Era allo stesso tempo un male e un bene, poiché potevo finalmente entrare nelle minuscole porte e scoprire gli enormi patii interni su cui si affacciano le stanze al piano superiore, le fontane e gli incredibili mosaici e intagli che fino ad allora avevo visto solo nei libri. Voglio rendere queste memorie parte del mio lavoro.

Kevork Mourad: FLOATING CITY, 2019 
Studio La Citta' Verona
Kevork Mourad: The Gate. 2021 – acrilico su tela-cm 206 x 105 x 4 | Courtesy Studio La Città -Verona.
Come descriveresti la tua esperienza quando sei tornato in Armenia per studiare?

Kevork Mourad: Non mi sentivo connesso. La diaspora armena e gli armeni nativi sono due culture diverse. Noi armeni della diaspora dobbiamo essere discreti perché la percezione è quella di essere nella terra di qualcun altro. Questa mentalità ci penalizza, sentiamo di dover essere sempre corretti, rispettosi, laboriosi per venire accettati.

In questa società vieni sempre giudicato e sei represso, ti viene costantemente ricordato che non puoi raggiungere gli obbiettivi che ti sei prefisso. Le nozioni che avevo sull’arte quando sono arrivato in Armenia erano intuitive, sono cresciuto povero, senza accesso alla cultura ‘alta’. Non sapevo come adattarmi, ma la cosa buona è che quando sei represso a un certo punto esplodi, e io sono esploso, facendo quello che volevo fare.

Adattarsi in America è stato in un certo senso più facile. Anche se all’inizio mi sono chiesto come avrei potuto competere con questo vasto mondo e con la grande quantità di incredibili talenti, ho pensato: racconterò la storia dei miei antenati senza pensare di competere con nessuno, e magari qualcuno lo apprezzerà. Ed è così che sono qui adesso.

Come affronti i ritmi frenetici della città di N.Y. provenendo da una cultura che valorizza la lentezza?

Kevork Mourad: La cosa interessante della vita a New York è che ha delle fasi. Appena arrivato era tutto troppo veloce, tutto a New York accade 24 ore su 24. Ho avuto due anni davvero frenetici, non pensavo di poter sopravvivere. Poi tutto è cambiato: ho creato la mia bolla, il mio quartiere, un paio di musei e gallerie che visito regolarmente, il mio studio, alcuni amici.  Tutto è diventato molto tranquillo. Ma allo stesso tempo, se voglio ho a portata di mano un’offerta culturale incredibile.

Kevork Mourad: SUSPENDED, 2019 Studio La Città, Verona.
Kevork Mourad: SUSPENDED, 2019 – acrilico su tela 122 x 244 cm. | Courtesy Studio La Città – Verona.
Descriveresti la realizzazione del tuo lavoro e delle tue performance come una forma di flusso di coscienza visivo?

Kevork Mourad: Direi che il mio lavoro è fortemente influenzato dai calligrafi mediorientali. Nella calligrafia, non fai prove o schizzi, il gesto riflette in un flusso diretto il tuo pensiero creativo. Se sei titubante, prima di tutto la pittura si asciugherà, in secondo luogo la calligrafia non rifletterà i tuoi sentimenti in quel preciso istante.

Creo spontaneamente il mio lavoro come fossi un calligrafo, raccontando una storia ma cercando in modo simbolico di renderla ‘cruda’, incompiuta. Non cerco di tornare indietro a correggerlo, vado sempre avanti. È quasi come una conversazione intima tra me e il materiale.

La tua è una forma di narrazione del passato che tieni vivo per le generazioni future, hai rimarcato. Tuo nonno era un cantastorie, l’inclinazione per la narrazione fa quindi parte del tuo bagaglio personale?

Kevork Mourad: Alcune persone vedono il mio lavoro come una forma di scenografia cui gli spettatori hanno accesso. Per me, le mie opere raccontano una sorta di storia, ma lascio liberi gli spettatori di decidere quali storie vogliono vedere nei miei lavori.

Ricordo che nei caffè in medio oriente ascoltavo i cantastorie animare racconti come Le mille e una notte. Mio nonno armeno creava musica in curdo, cercando di rendere la sua voce parte di quella cultura. Il mio lavoro deriva sicuramente dai miei antenati che hanno contribuito alla società mediorientale con molte forme d’arte.

Le mie performance invece sono forme dirette di narrazione, devono avere un inizio, una parte centrale e una fine come ogni racconto. Ma c’è fluidità tra il mio lavoro in movimento e il mio lavoro più statico.

Kevork Mourad:  PROMETHEUS, 2018
  Studio La Città, Verona.
Kevork Mourad: PROMETHEUS, 2018 (dettaglio) – acrilico su cotone leggero (mussola) 280 x 325 cm. | Courtesy Studio La Città – Verona.
La tragedia del genocidio armeno vissuto dai tuoi avi, è in qualche modo anche indiretto radicato nel tuo lavoro? Pensi che i traumi storici si estendano anche alle generazioni più giovani che non li hanno vissuti direttamente?

Kevork Mourad: Penso che in parte questo dipenda dalla personalità di ciascuno. Io sono ottimista, guardo sempre al lato positivo. I miei antenati rifugiati in Siria e hanno dovuto ricominciare da zero. Anche io ho ricominciato da zero in Armenia e poi nuovamente in America. Ma come i cantastorie, quando devi ricominciare da capo porti con te i tuoi ricordi, qualcosa da seminare per farlo poi sbocciare.

Le opere che vedi in mostra sono quasi come le vele di una barca, stanno andando da qualche parte. Possono essere trasportate in una piccola scatola, piegate per essere riaperte come fossero tende. Hanno già viaggiato molto. È confortante sapere che posso portarle con me, aprirle e farne la mia casa. Questo concetto di viaggiare e creare qualcosa di nuovo altrove, come una vera architettura, è molto bohémien e simbolico.

L’ idea di portare con te la tua casa, anche se metaforicamente, si aggancia a un passato travagliato di sradicamento e persecuzione?

Kevork Mourad: Qualcosa di molto pesante, come un genocidio, affligge generazioni. La generazione dei miei genitori non ne parlava quasi, anche se l’incapacità di esprimere questo trauma ha inciso sulla loro generazione, mentalmente. Mi sono reso conto che molte famiglie affrontavano questo problema.

Come rifugiati, gli armeni erano orgogliosi di condividere la loro cultura e portavano con sé ovunque andassero il loro artigianato: splendidi gioielli, strumenti musicali, tappeti. Tutto questo lo intreccio nel mio lavoro, puoi vederlo nei dettagli. E questa è una forma di cura.

Ti esibisci spesso dal vivo e le tue esibizioni sono piuttosto complesse e spettacolari in quanto incorporano una buona dose di improvvisazione. Come ti senti riguardo alla vulnerabilità, alla tua esposizione personale che è implicita in questo?

Kevork Mourad: Quando sai di essere vulnerabile perché non puoi tornare indietro nel tempo per sistemare le cose, devi conviverci. Mi esibisco da oltre vent’anni. All’inizio era snervante; col tempo, ti rendi conto che è una conversazione con il pubblico. Ma quando la fiducia è reciproca, crei un legame che diventa parte della memoria del pubblico. Quando lascia le mie esibizioni, nelle loro menti tutti i disegni si muovono. Ed è un privilegio per me animare la loro immaginazione.

 È una forma di narrazione, a volte con il disegno, a volte con la danza, l’architettura e persino l’illustrazione dell’Opera. Ad esempio, per il Fidelio di Beethoven Korean National Opera ho ricreato la città di Siviglia a modo mio.  I cantanti erano come figure a grandezza naturale all’interno della mia opera. L’animazione, l’alternanza di stasi, animazione e performance dal vivo diventa il mio modo di dare profondità a una storia.

Kevork Mourad Studio La Citta' Verona.
Kevork Mourad. | Courtesy Studio La Città – Verona.
Ti sei esibito in tante parti del mondo, senti che pubblici diversi influiscono sul lavoro in modi diversi?

Kevork Mourad: Sento il pubblico incredibilmente. Ti faccio un esempio. Dal 2012 mi esibisco in una performance intitolata Home Within con il musicista Kinan Azmeh in molti luoghi in Europa e negli Stati Uniti. È un lavoro che parla della crisi dei rifugiati siriani e della ricostruzione, ma ho anche voluto allargare, rendere più universale il significato della performance.

Una volta ci siamo esibiti in Libano, e non sapevo che il pubblico sarebbe stato principalmente siriano. Era davvero sintonizzato con ogni fase del pezzo, l’energia nella stanza era elettrizzante. È stato uno di quei momenti unici che ricorderò per sempre. È stato emotivamente estenuante, alla fine ero in lacrime e anche Kinan. Abbiamo sentito che il pubblico era davvero coinvolto.

Nel 2016 in un’intervista per la rivista Art 21, hai espresso le tue opinioni sulla crisi siriana come artista. Qual è la tua idea del rapporto tra arte e storia?

Kevork Mourad: Eravamo tre artisti e abbiamo raccontato da tre diversi punti di vista la storia. Ritengo che questo evidenzi un ruolo cruciale dell’arte. Per dirla simbolicamente, ogni artista porta un diverso pezzo di pietra e tutti insieme costruiscono un edificio.

 Collettivamente, documentiamo la storia, esprimiamo concetti, impressioni e sentimenti di epoche ed eventi diversi, prendiamo come esempio Guernica di Picasso o i dipinti di Goya. Non si può fare affidamento sull’obbiettività di notizie di parte o corrotte, ma se osserviamo cosa è successo dal punto di vista di più artisti, possiamo avere un’idea più completa della storia.

Hai citato Italo Calvino come tua fonte di ispirazione letteraria. Me ne puoi parlare?

Kevork Mourad: Quando 20 anni fa ho letto Le Città Invisibili di Calvino, mi sono tornate in mente le strade di Aleppo: ogni volta che torno mi sembra di viaggiare in un periodo storico diverso e in una città diversa. Ho creato delle opere ispirandomi alle descrizioni di Calvino di quelle città.

Di recente mi è stato chiesto di creare una performance con una compagnia di danza ispirata alle Città Invisibili, con un taglio attuale però. Come tutto ciò che è potente, il libro di Calvino è senza tempo: è stato scritto 50 anni fa ma contiene spunti di riflessione sul cambiamento climatico, l’innalzamento delle acque, la sovrappopolazione e il problema dei rifiuti. Voglio guardare il libro da questa prospettiva per ispirare nuove idee nelle persone.

Kevork Mourad: CODED MESSAGE, 2016 | video 3’09’’. Studio La Citta' Verona.
Kevork Mourad: CODED MESSAGE, 2016 | video 3’09’’ | Courtesy Studio La Città – Verona.
Ci sono altre letture che attivano pensieri per il tuo lavoro?

Kevork Mourad: Torno sempre a Borges per ispirazione. La Biblioteca di Babele, ad esempio, mi fa pensare a tutte le lingue diverse, e io sento che quando creo un’opera invento una nuova lingua. Aleph di Borges è una raccolta di racconti, ma è affascinante vedere l’universo compresso in un posto così piccolo.

Poi l’astrofisico Brian Greene è una delle mie fonti di ispirazione. Ha scritto un libro intitolato Fino alla fine dei tempi sull’universo, ma racconta anche come noi umani stiamo sottovalutando la cosa preziosa che abbiamo in questo istante molto specifico e particolare del tempo cosmico.

A proposito di scrittura, puoi spiegare il ruolo della calligrafia nel tuo lavoro? Hai detto che usi sia caratteri arabi che armeni ma che a causa della tecnica che impieghi sono invertiti e che questo ha un’implicazione.

Kevork Mourad: La maggior parte del mio lavoro inizia con il monotipo. Fondamentalmente, ciò che crei apparirà al contrario. L’armeno si scrive da sinistra a destra, l’arabo al contrario, da destra a sinistra. All’inizio questo nonci avevo pensato, tanto che quando creo una sorta di scrittura armena, viene fuori una specie di scrittura araba e viceversa, e qyuesto crea una contaminazione delle due lingue.

Nella Torre di Babele, un’installazione sospesa alta sei metri che ho realizzato per l’Ismaili Centre di Londra nel 2019, la scritta era nascosta nella facciata interne della torre, composta da sei cilindri sovrapposti, cui il pubblico aveva accesso attraverso una piccola apertura.

Attraverso le finestre e le porte intagliate nel tessuto, si poteva sbirciare l’interno ricoperto di calligrafie illeggibili e simboli, quasi come fosse una cappella. L’idea era che il sussurro dei nostri avi ci giunga da porte e finestre, ma sta a noi la scelta di entrare e ascoltarli veramente.

Kevork Mourad: RETURNING HOME N.1, 2019,  Studio La Città, Verona.
Kevork Mourad: RETURNING HOME N.1, 2019 – acrilico su carta 60 x 50 cm. | Courtesy Studio La Città – Verona.
Hai raccontato che hai iniziato a usare il tessuto come supporto per le tue opere per caso, ma che è anche associato alla Siria, dove le persone lo usano per proteggersi dai cecchini nelle strade. Mi chiedevo se ci sono altre associazioni nell’uso di questo materiale.

Kevork Mourad: Sì, è stato un puro caso. I miei primi due pezzi a strati sono stati realizzati su carta, ma quando si lavora su carta su larga scala, è difficile e costoso spostare il lavoro. Nel 2018 fui invitato a partecipare a un’importante mostra collettiva internazionale a Yerevan, in Armenia. Avevo sette giorni per realizzare l’opera. Ma non riuscivo a trovare grandi fogli di carta e non c’era più tempo per farli arrivare.

Mi recai in un negozio di tessuti locale, non avevo altra scelta. All’inizio fu difficile, il tessuto è morbido e assorbe la pittura molto più velocemente della carta. Creai un’architettura stratificata, Time Immemorial, ispirata ad Ani, una capitale culturale medievale dell’Armenia, che ha una storia triste e magica. Si dice che questa città vivace, allora in Armenia, oggi al confine orientale della Turchia, avesse 1100 chiese, immagina che architettura elaborata! Ora lì non è rimasto null’altro che un monastero in rovina, principalmente a causa di atti vandalici e distruzioni deliberate.

Ho deciso di ricostruirla con un’opera in tre strati. Lo strato posteriore s’ispira alla cultura babilonese, a sua volta un’influenza sulla cultura di Urartu, l’antico regno degli altopiani armeni. Vedi, la stratificazione del mio lavoro nasce dall’idea di osservare da strati laterali, fette di storia e di tempo.

Creando questo primo lavoro su tessuto mi sono reso conto che era facile da riporre e che potevo viaggiare facilmente con qualcosa che una volta disimballato diventa una città molto grande!

Hai menzionato che il nostro presente richiede all’arte più azioni concrete. Hai nominato prima Home Within, la performance audiovisiva di 60 minuti che documenta i tuoi sentimenti durante le diverse fasi della guerra siriana. È un’opera in divenire? Quali sono le tue prossime mosse?

Kevork Mourad: Home Within si sta espandendo con l’aggiunta di tre nuovi musicisti, quindi ora abbiamo violoncello, oud, percussioni e clarinetto. Oggi fa parte del progetto Silk Road di Yo Yo Ma [un’organizzazione no-profit, avviata nel 1998 dal violoncellista YoYo Ma, che promuove lo scambio artistico multiculturale e la collaborazione tra artisti e istituzioni n.d.r.]. Iniziamo un tour il 28 marzo e abbiamo dodici spettacoli negli USA, cominciando da Santa Barbara.

Ho anche un nuovo progetto con la talentuosa compositrice e arpista scozzese Maeve Gilchrist. Ci sono incredibili somiglianze tra le forme d’arte celtiche e armene che voglio esplorare per creare una nuova performance ispirata alla memoria visiva.

Poi sto lavorando a un’opera di Monteverdi con il tenore Karim Sulayman per lo Spoleto Festival USA. Voglio creare una performance che complichi l’idea di tempo lineare, coinvolgendo tre ballerini, che a volte si esibiranno dal vivo sul palco, altre appariranno su più schermi creando una sorta di specchio fra reale e proiezione e interagendo con i miei disegni. Iniziamo le prove all’inizio di giugno.

In breve, sei estremamente impegnato! Cosa porterai a casa da questa esperienza italiana?

Kevork Mourad: È un grande privilegio per me essere circondato dalla cultura italiana. L’arte italiana è stata una grande fonte di ispirazione per tanti artisti. È fantastico vedere che gli italiani amano e apprezzano davvero il mio lavoro, non l’ho percepito in questa misura da nessun’altra parte. Mi fa davvero sentire di aver ottenuto un bel riconoscimento.

Kevork Mourad: FLOATING CITY 2019 - acrilico su tela,  Studio La Città., Verona.
Kevork Mourad: FLOATING CITY 2019 – acrilico su tela, 160 x 310 x 60 cm. | Courtesy Studio La Città – Verona.
Fonti e approfondimenti:

Sito di Kevork Mourad

Studio La Citta' - Verona.

Alessandra Alliata Nobili

Founder e Redazione | Milano
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