Franco Vaccari. Quando l’Arte è il mezzo per comunicare in tempo reale

Teodolinda Coltellaro intervista Franco Vaccari, uno tra i più importanti artisti dello scenario contemporaneo italiano, proponendo un coinvolgente attraversamento del suo lavoro creativo.

La ricerca di Franco Vaccari si sviluppa, con estrema coerenza, nell’arco di oltre cinquant’anni e si caratterizza fin dall’inizio per l’utilizzo, innovativo e originale, del medium fotografico con cui indaga il reale. Le sue Esposizioni in tempo reale connotano un fertile periodo di sperimentazioni che, tra concettuale e performativo, fissano il tempo della realtà nella processualità formativa dell’opera. Vaccari pianifica, controlla il processo, la relazione col fruitore che diviene parte fondamentale, quanto inconsapevole, del corto circuito creativo innescato dall’artista, complice del suo itinerario analitico condotto sul tempo, quello della realtà che coincide con quello dell’opera. I suoi eventi espositivi in tempo reale, le sue azioni, definite anche “arte di relazione”, costituiscono un unicum di esperienze estetiche rivoluzionario, quelle di un artista visionario, anticipatore della comunicazione mediatica contemporanea.

“E così la nostra coscienza sta cercando di prendere atto del passaggio dalla dimensione di squadra a quella dei grandi numeri”. La frase debitamente firmata, occupava, tra un’opera e l’altra, un proprio spazio visivo sulla parete di una mostra collettiva al MARCA, opera essa stessa. La parete era quella che, nella mostra, presentava al fruitore uno spaccato significativo dell’opera di Franco Vaccari. Una frase, un distillato di pensiero che si è offerto alla mia attenzione; al pari di un’opera, ha coinvolto il mio sguardo e la dimensione analitica del mio pensiero che ne ha colto i riferimenti concettuali cui essa rinviava. Questa volta Vaccari non ha chiesto al fruitore di interagire nella creazione dell’opera bensì di attuare con lui un percorso di analisi e di riflessione sul concetto stesso di comunità, su quella straordinaria mutazione sociale che da un contesto comunitario più ristretto, legato a ritualità più giocate sulla definizione individuale dei rapporti personali, ha condotto alle sterminate comunità virtuali del popolo di internet. Questa volta è lui stesso che interagisce col suo vissuto d’artista, col tessuto connettivo del suo lavoro e lo fa nell’intelligenza del contesto espositivo, consapevole di rappresentare una linea tracciante che dagli anni ’60 si snoda e si sviluppa fino ai nostri giorni, che dalla dimensione virtuale dell’opera reale giunge alla realtà virtuale dell’opera attraverso il web, che dall’interazione diretta col reale passa all’interazione e alla rappresentazione creativa telematica.

A Vaccari, fine pensatore oltre che artista sempre avanti coi tempi, ho proposto un’analisi dei concetti fondamentali della sua opera per cogliere, attraverso essi, i più ampi processi di mutamento sociale.

Franco Vaccari alla XXXVI Biennale di Venezia, 1972 Courtesy the artist and P420, Bologna
Franco Vaccari alla XXXVI Biennale di Venezia, 1972 Courtesy the artist and P420, Bologna

Lei è stato un anticipatore: si è mosso sempre sulla linea dell’esplorazione dei linguaggi che utilizzano la tecnologia per comunicare, sulla linea dell’interazione, della ricerca finalizzata a creare relazioni, quindi dell’opera che entra nella vita, che si contamina con la vita reale.

Franco Vaccari: Si, è così. Sono stato uno dei primi a sdoganare la fotografia, ossia ad utilizzarla come qualsiasi strumento tradizionale per realizzare opere. Alla fine degli anni ’60, ho utilizzato la fotografia per realizzare operazioni artistiche. Allora si pensava che si potesse far arte solo con la scultura, la pittura o, al massimo, le installazioni; quindi, fare delle cose in cui la fotografia entrava sia come elemento di documentazione sia come elemento di strutturazione dell’opera era qualcosa che sconcertava.

Un esempio concreto di questo tipo di operazione artistica è quello relativo alla Biennale di Venezia del ‘72.

Franco Vaccari: Nel 1972, nella sezione “Opera o comportamento”, io ero stato invitato come comportamentista e, invece di esporre nella mia sala un’opera preesistente all’esposizione, ho presentato una sala assolutamente vuota con una cabina Photomatic di quelle che fanno le foto a gettone, sovrastata da una scritta che diceva: “Lascia su questa parete una traccia fotografica del tuo passaggio”. Sembrava una battuta di spirito, in realtà , alla fine dell’esposizione, è diventato un enorme affresco alla cui realizzazione avevano contribuito migliaia di persone che avevano lasciato una traccia di se stessi.

Franco Vaccari, Esposizione in tempo reale N.4, Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio, XXXVI Biennale di Venezia, 1972 Courtesy the artist and P420, Bologna
Franco Vaccari, Esposizione in tempo reale N.4, Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio, XXXVI Biennale di Venezia, 1972 Courtesy the artist and P420, Bologna

In quest’operazione si coglie il punto di passaggio alla comunità virtuale del web. In fondo, ha le stesse caratteristiche di precarietà, di incertezza, di rischio che l’opera non si realizzi.

Franco Vaccari: Quando venne inaugurata la Biennale, fu osservato che nel mio ambiente non c’era niente. Io dissi: “a vederlo è vuoto, però, virtualmente, potrebbe anche diventare pieno”. Era vuoto, ma pieno del rischio che io avevo accettato di correre, perché l’opera era un qualcosa di estremamente precario, perché nessuno poteva assicurare a priori che sarebbe riuscita. Ma era proprio questa precarietà, il rischio che io accettavo di correre, che ai miei occhi dava all’opera la dimensione di realtà; se io l’avessi preparata tutta a priori non sarebbe stata così reale come questa cosa che è nata da un’interazione non predisposta col pubblico. Alla fine è stato il pubblico, sono stati i visitatori della Biennale che hanno decretato il passaggio dalla virtualità alla realtà dell’opera.

È un po’ un anticipatore di facebook.

Franco Vaccari: In effetti è così. Dopo ho realizzato un libro in cui sono riprodotti oltre due mila di quei fotogrammi: poteva benissimo intitolarsi “Facebook”. Perché il meccanismo che aveva portato ad aderire all’invito scritto sulla parete è più o meno quello che compare adesso su milioni di video e fa appello al narcisismo, alla volontà di essere, ma anche alla volontà di comunicare, di trascendere gli intermediari per porsi in un rapporto diretto con l’altro.

Parafrasando Mac Luhan, coniuga uno dei suoi più efficaci slogan, “Il mezzo è il potere”, che ben identifica il potere rappresentativo dei media tecnologici.

Franco Vaccari: “Il mezzo è il potere” si riferisce ad un’esposizione in tempo reale dove, al posto di un mendicante, alla fermata dei tram di una cittadina austriaca, avevo esposto un video in cui era possibile vedere la registrazione di un mendicante che chiedeva l’elemosina. In realtà si vedevano solo la mano e il cappello in cui dovevano essere messi i soldi e sotto la scritta in caratteri elettronici: “Il cieco torna subito”. Chiaramente, per quell’epoca (era il 1973) in cui ancora i videoregistratori non erano di uso comune, il fatto che un mendicante potesse avere a disposizione una videoregistrazione per chiedere alla gente l’elemosina in sua momentanea assenza è incredibile. Infatti, si formarono agglomerati di persone che guardavano chiedendosi che cosa in realtà significasse quest’operazione.

Franco Vaccari, Esposizione in Tempo Reale N.7, Mito Istantaneo, 1974, installation view Courtesy the artist and P420, Bologna
Franco Vaccari, Esposizione in Tempo Reale N.7, Mito Istantaneo, 1974, installation view Courtesy the artist and P420, Bologna

Oggi si può cogliere lo scarto evolutivo dallo slogan “Il mezzo è il potere” a “Il potere è nei media”; uno scarto significativo che pone l’accento sulle dinamiche e sui riti collettivi resi possibili dagli strumenti telematici, sulla possibilità che essi offrono di creare comunità virtuali. In questo passaggio evolutivo epocale, maturato in pochi decenni, in cui prende forma un nuovo concetto di comunità, c’è, secondo lei, una perdita di valori rispetto a quella che è, per esempio, la realtà rappresentata dalla fotografia di Migliori?

Franco Vaccari: Ogni innovazione tecnologica nasce per cercare di risolvere un problema. Quando si passa dal cavallo al treno si conquista la possibilità di trasportare merci e persone con minor dispendio di energia e minor tempo. E’ chiaro che il rapporto con il paesaggio è diverso: dal viaggio a cavallo, nel vento e nelle tempeste, al viaggio stando al sicuro nel treno. Così ogni innovazione tecnologica determina un ampliamento di nostre eventuali possibilità e, sicuramente, una perdita nel rapporto col reale fisico, con l’ambiente in cui ci muoviamo, con le emozioni.

Certo, bisogna aprirsi al tipo di sensibilità che offrono i media; essi debbono parlare alle nostre emozioni, debbono attivare emozioni che nella fase pre-tecnologica non avrebbero potuto esserlo. Bisogna che questi media non abbiano un’influenza eccessiva e non siano prevaricanti. E’ chiaro che nella fotografia la dimensione della memoria, la dimensione delle riflessioni sul tempo acquistano una connotazione che è ben diversa da quella che era possibile nelle epoche pre-fotografiche: le dimensioni della nostalgia, del ricordo, dell’affettività vengono ridestate proprio dalla fotografia. Tant’è vero che se, per esempio, una casa era minacciata dal fuoco e bisognava salvare qualcosa, di sicuro tra gli oggetti che venivano salvati per primi c’erano gli album fotografici. Adesso bisognerebbe salvare la memoria del computer, ma gli album fotografici erano qualcosa che doveva essere salvata a tutti i costi perché dentro c’era la memoria, l’affetto: erano l’equivalente dei tabernacoli, come, per gli antichi romani, i santuari domestici dedicati ai lari e ai penati, agli dei della casa, agli dei della memoria, della famiglia.

Anche l’universo virtuale di internet, quello che si apre ai grandi numeri delle persone, può avere come contropartita, almeno nella fase iniziale, una perdita. Lei ha parlato di Facebook, non so quanto coinvolgimento concreto, reale, capace di farci crescere, possa avvenire attraverso esso o, per lo meno, potrà avvenire per una parte abbastanza limitata di quelli che utilizzano questo strumento, però viene offerta la possibilità ad un’incredibile quantità di persone.

Franco Vaccari, Il Mendicante Elettronico - Der Bettler, 1973, film digitale da 16 mm/digital film from 16mm, durata/duration 20’36’’, ed.of 5+2AP Courtesy the artist and P420, Bologna
Franco Vaccari, Il Mendicante Elettronico – Der Bettler, 1973, film digitale da 16 mm/digital film from 16mm, durata/duration 20’36’’, ed.of 5+2AP Courtesy the artist and P420, Bologna

Un itinerario evolutivo che, se vogliamo, permette di interrogarsi sul rapporto tra verità e rappresentazione e sulla conquista di livelli diversi di verità rispetto alla rappresentazione.

Franco Vaccari: Io non avrei altro da aggiungere perché la sua riflessione mi sembra assolutamente perfetta. I diversi modi espressivi offrono occasione di riflessione sul nostro rapporto con la realtà che in precedenza non sarebbero stati possibili. Ma questo è vero anche per la scrittura. Quando la trasmissione delle informazioni era solo a livello orale le possibilità di presa di coscienza, di riflessione, erano ben diverse da quelle sono state aperte dal libro, dalla pagina scritta o stampata. Noi sappiamo quello che deve la civiltà alla scrittura. I livelli di coscienza permessi dall’invenzione della scrittura sono qualcosa di impensabile precedentemente. Chiaramente in un rapporto centrato sull’oralità caso mai il coinvolgimento, guardando negli occhi l’interlocutore, dà modo di poter essere molto più intenso. Però non torneremmo indietro.

La riflessione teorica, la capacità d’osservazione della realtà filtrata da una straordinaria sensibilità, le hanno permesso di coniare espressioni emblematiche che traducono i concetti fondamentali della sua poetica.

Franco Vaccari: Mi sono accorto che i termini che parlano del proprio lavoro sono importantissimi per poter suggerire le modalità di lettura del lavoro stesso. Se le parole che si usano per definire il lavoro non corrispondono esattamente ad esso, lo stesso viene percepito in termini vecchi o precedenti. Già alla fine degli anni ’60 mi ero accorto che quanto andavo facendo non poteva rientrare nei concetti delle operazioni artistiche tipiche, in nessuna delle categorie di moda in quel momento -azione, happening, installazioni, performance- e, la formula che mi è sembrata più giusta è stata quella espressa dalla definizione “Esposizione in tempo reale”. Cosa sono? Le Esposizioni in tempo reale sono esposizioni non su opere precedenti all’esposizione stessa, ma opere costruite nel momento stesso in cui vengono esposte e alla cui costruzione partecipano sempre anche i visitatori che, in questo modo, diventano coprotagonisti e coautori dell’opera. Mi sono sempre preoccupato quando coniavo un termine, tutto sommato nuovo, di far qualcosa che documentasse questa idea. Altre mie definizioni che hanno tradotto i processi mentali delle mie operazioni artistiche sono state “Inconscio tecnologico”, a proposito della fotografia, e “Occultamento del lavoro” a proposito di Duchamp. In questo caso ho interpretato il lavoro di Duchamp non tanto come espressione di una coscienza alchemica, ma come risultato di una messa tra parentesi del lavoro che di solito è necessario all’artista per realizzare l’opera. Questa della sparizione del lavoro e dell’occultamento da parte dell’autore mi sembra qualcosa di estremamente più significativo delle eventuali parentele che l’opera stessa di Duchamp possa avere avuto per il pensiero alchemico.

Franco Vaccari, Esposizione in Tempo Reale num.5, Comunicazione segreta/Exhibition in real time N.5, Secret communication, 1973, 18 fotografie b/n, testo/b/w photographs, text, cm.92x122 totale/overall (stampato nel/printed in 2014) Courtesy the artist and P420, Bologna
Franco Vaccari, Esposizione in Tempo Reale num.5, Comunicazione segreta/Exhibition in real time N.5, Secret communication, 1973, 18 fotografie b/n, testo/b/w photographs, text, cm.92×122 totale/overall (stampato nel/printed in 2014) Courtesy the artist and P420, Bologna

Teodolinda Coltellaro

Founder e Redazione | Lamezia Terme

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