Africa Universe. La parola al gallerista Primo Marella

Prima fra le gallerie italiane a concentrarsi sull’arte contemporanea dei continenti asiatico e africano, la Galleria Primo Marella conduce dalla sua fondazione nel 1993 una capillare indagine sul campo, per scoprire talenti emergenti.  Questa prima intervista al gallerista -una seconda sarà dedicata all’arte asiatica- è stata realizzata in occasione della mostra Africa Universe. Chapter 1, Januario Jano: “Anthropocene”, la prima di tre mostre dedicate all’arte contemporanea africana che raccoglie una panoramica su nove artisti: Joel Andrianomearisoa, Ifeoma U. Anyaeji, Amani Bodo, Abdoulaye Konate’, Cristiano Mangovo, Marie-Claire Messouma Manlanbien, Cameron Platter, Ghizlane Sahli, Amina Zoubir.

I primi passi di un mercato che oggi attira il crescente interesse del collezionismo globale, avvennero alla fine degli anni novanta con le prime aste organizzate dalle case londinesi Sotheby’s e Bonhams. Ma l’attenzione sul contemporaneo dal continente africano dei collezionisti internazionali e africani- questi ultimi sempre più attivi grazie alla crescita di alcune economie del continente- è aumentata esponenzialmente solo da una decina d’anni. Il ruolo mostre di dedicate all’Africa nei musei occidentali -in Italia ricordiamo Il Cacciatore Bianco presentata al FM Centro per l’arte contemporanea di Milano nel 2017- la moltiplicazione di gallerie e biennali dedicate al settore, e la crescente presenza di artisti africani in Biennali internazionali (lo testimonia la 58a Biennale d’Arte di Venezia) hanno contribuito alla costante crescita della fama e del valore dell’arte contemporanea africana.

Ad eccezione di pochi artisti- caso emblematico il ghanese El Anatsui con numerose aggiudicazioni d’asta sopra il milione di dollari- il mercato del contemporaneo africano, come ci racconta Primo Marella, appare per ora lontano dalle speculazioni che hanno toccato i mercati orientali, e offre proposte di qualità fra le più interessanti del momento.

Africa Universe, installation view. Courtesy Primo Marella Gallery, Milan.

Il Madagascar è per la prima volta presente nel 2019 con un padiglione dedicato a Joel Andrianomearisoa alla Biennale d’Arte di Venezia. Se non sbaglio, in Italia è stato lei ad accendere un faro sul lavoro di Joel.

Sì, indubbiamente è così. Faccio una premessa. La nostra galleria ha un metodo di ricerca ben preciso, che è quello di cercare contemporaneità all’interno di situazioni che esprimono in gran parte etnicità e valori che se pure di qualità, non sono contemporanei. Il nostro lavoro è trovare valori contemporanei, e aggiungo che sull’Africa siamo molto preparati. Abbiamo esposto il lavoro di Joel Andrianomearisoa per la prima volta nel 2009 in una mostra, che in retrospettiva posso definire da museo, intitolata Africa Assume an Art Position! Il titolo esprimeva una provocazione concettuale, l’esortazione ai paesi dell’Africa a prendere posizione nell’arte contemporanea. La copertina del catalogo era dedicata proprio ad Andrianomearisoa.

Africa Universe: Joel Andrianomearisoa, Blue take me to the end of all loves (10), 2019, textiles, 127 x 90 cm. Courtesy Primo Marella Gallery, Milan.

La sua galleria è stata la prima in Italia a esplorare in modo sistematico l’arte del continente africano, me ne puo’ parlare?

Senza alcun dubbio siamo stati i primi in Italia, presenti dal 2009 con la mostra che le ho nominato. In Europa, se non i primi, siamo certamente stati fra i primi, sia sull’Asia che sull’ Africa. C’erano gallerie come Andre’ Magnin a Parigi o Jack Bell Gallery a Londra che presentavano arte africana, ma allora molto spesso chi trattava l’Africa lo faceva in termini ‘etnici’.

È stato difficile inizialmente convincere gli artisti a farsi rappresentare da una galleria italiana? In un’intervista, Touria El Glaoui – fondatrice della fiera di 1-54- ha detto che una delle difficoltà riscontrate delle gallerie nel continente africano è che gli artisti sono abituati a vendere direttamente ai collezionisti.

È stato, ed è tuttora molto difficile far comprendere agli artisti la storia della galleria e la nostra serietà. Gli artisti che abitano nel continente africano vivono un’altra realtà, spesso possono essere anche ingenui nei rapporti con le gallerie per mancanza di una conoscenza approfondita.

Ci capita spesso di vedere bravi artisti con contratti, che tendono a rispettare, con gallerie minori che poi non li rappresentano in modo efficace. Essere una galleria seria significa essere sulla piazza da tanto tempo (almeno dieci anni), avere rapporti istituzionali con i musei, essere conosciuti dai grandi collezionisti.

Non sono d’accordo con Touria sul fatto che gli artisti africani preferiscano la vendita diretta. I bravi artisti sono molto attenti nel gestire il loro mercato, e se qualcuno fa una vendita diretta è solo perché non è ben rappresentato o perché l’opera è particolarmente specifica e destinata ad un museo o un’istituzione.

Africa Universe: Januario Jano, Untitled, 2019, 230 x 270 cm. Courtesy Primo Marella Gallery, Milan.

La sua galleria copre diverse nazioni africane.  Avete individuato dei temi specifici o fili conduttori stilistici ricorrenti in queste diverse aree del continente?

La nostra ricerca copre, si può tranquillamente dire, tutta l’Africa. Al di là degli artisti che vede oggi esposti in galleria che provengono da Angola, Madagascar, Tunisia Mali, Congo, Marocco e Nigeria, abbiamo toccato molte altre nazioni, e ne stiamo monitorando altre ancora.

La ricerca non procede per temi stilistici, ovviamente, piuttosto ci poniamo la domanda se un artista esprime dei valori che sono contemporanei e universali. Spesso gli artisti sono giovani e crescono con noi, non hanno ancora pienamente espresso il loro potenziale, quindi si tratta di capire se lo hanno realmente e se possono pensare ‘più in grande’.

Detto questo ci sono delle aree d’interesse comuni, ad esempio quella del textile, che appartiene alla cultura artigianale africana, ed è legata a nazioni come il Mali e la Costa d’Avorio, poi nel Corno d’Africa, nell’Africa Centrale e in Madagascar. Un altro tema spesso toccato è quello del recycling. L’area del Congo ha una maggior vocazione alla pittura, soprattutto popolare, che è generalmente sottovalutata e che noi al contrario riteniamo molto interessante per quanto riguarda le nuove generazioni di artisti.  I temi politici sono comuni a tutta l’Africa. Il Nordafrica, particolarmente quello francofono, è molto politicizzato e intellettualizzato, sensibile per questioni storiche e geografiche agli accadimenti e alla cultura europea, Francia e Belgio in particolare.

Africa Universe: Troy Makaza, Camo (Division of labour) Part 6, 2018, Silicone infused with paint, cm 260 x 195. Courtesy Primo Marella Gallery, Milan.

Il mercato degli artisti africani ha conosciuto una grande crescita dal 2013 al 2018. Secondo un report di Deloitte del 2019, rispetto al picco massimo della prima metà del 2018 ha subito una leggera flessione.  Può commentare?

Sinceramente non l’ho riscontrato, sono valori marginali credo. C’è tutt’ora una grande attenzione sull’Africa, avvalorata e consequenziale all’effetto della Biennale di Venezia.

Questo effetto è duplice. Ralph Rugoff ha incluso nella Biennale 2019 almeno 10-15 dei più importanti artisti asiatici emersi negli ultimi anni, che hanno fatto la storia dell’arte asiatica ma mai sufficientemente celebrati. Solo per citarne alcuni: Shilpa Gupta, Sun Yuan & Peng Yu, Liu Wei e Handiwirman Saputra. Già nel 2011 presentai in galleria le sculture di Saputra, e furono in molti allora a non capire, anzi a schernire…

Il secondo elemento che emerge nella biennale di Rugoff è la forte presenza dell’Africa, a partire dai grandi autoritratti fotografici della sudafricana Zanele Muholi che campeggiano nell’Arsenale. C’è un tentativo di slancio in questo senso, ma anche un punto di debolezza: molti degli artisti esposti sono artisti della diaspora afroamericana o cresciuti in paesi europei, un’Africa, diciamo, ‘tutelata’ dalle grandi gallerie multinazionali.

Africa Universe: Januario Jano, Homo supper, performance. Courtesy Primo Marella Gallery, Milan.

Il vero punto sull’Africa lo hanno fatto soprattutto i padiglioni del Ghana e del Madagascar. In questa Biennale c’è un’indicazione precisa sui luoghi dove l’arte contemporanea parla linguaggi nuovi in termini di creatività ed originalità, al contrario della solita ‘arte’ somministrata ai devoti collezionisti che si muovono fra le fiere internazionali più gettonate.

C’è bisogno che qualcuno parli d’innovazione e sotto questo profilo vorrei anche sottolineare che quest’anno è stata nominata direttrice artistica di Frieze Art Fair a Londra Eva Langret, della galleria londinese Tiwani Contemporary, che si è contraddistinta per il lavoro svolto sull’Africa e sulla sua diaspora.

Africa Universe: Joel Andrianomearisoa, Labyrinth of Passions, 2018, Textiles, cm 130 x 92. Courtesy primo Marella Gallery, Milan.

Dal suo punto di vista, quali sono le fiere più interessanti in Africa?

Le fiere dedicate all’Africa non sono molte, la più importante è 1:54 Contemporary African Art Fair, che da otto/nove anni annualmente offre una buona visione del mondo Africa, con un’importante edizione a Londra a Somerset House in ottobre, una fiera Boutique all’hotel La Mamounia a Marrakech in Marocco in febbraio, e a maggio un’edizione a New York, cercando di coinvolgere le gallerie africane che hanno più qualità e tradizione. È una grande fiera, che ha inevitabilmente dei momenti di cedimento, ma proprio per questo offre uno spaccato della situazione reale. Inevitabilmente c’è il bello e il brutto, naturalmente ci vuole un occhio preparato per saper distinguere. Poi c’è Cape Town Art Fair, focalizzata sul Sudafrica, una fiera a Johannesburg e una fiera in Nigeria.

Africa Universe: Cristiano Mangovo, Rádio África 1, 2019, Acrylic on canvas, 135×200 cm. Courtesy Primo Marella Gallery, Milan.

I collezionisti africani sono in crescita, collezionano principalmente arte africana o si rivolgono anche ad altri scenari?

Io spero che non succeda ciò che è avvenuto in Asia attraverso il ‘ponte’ di Art Basel. Mi spiego: i collezionisti asiatici hanno iniziato a comprare arte occidentale da gallerie blasonate avendo un complesso di inferiorità nei confronti dei collezionisti europei e americani. È un argomento complesso e di grande peso per chi, come me, opera molto in Asia.

L’Africa al momento ha pochi collezionisti importanti come Sindika Dokolo, per fare un esempio. Il Sudafrica naturalmente è un discorso a parte, con un collezionismo di vecchia data e un mercato a sé. Che ci sia un collezionismo africano nascente è un fatto assolutamente positivo che aiuta a sostenere chi fa arte nelle diverse nazioni senza avere certezze sul futuro, e a creare un discorso sull’arte contemporanea. In generale al momento il collezionismo d’arte africana è europeo o americano. Allo stato attuale il collezionismo asiatico, molto speculativo, non ama l’arte africana.

Africa Universe: Abdoulaye Konate, Composition au triangle jaune, 2019, cm 162 x 115 . Courtesy Primo Marella Gallery, Milan.

A proposito d’Asia, un mercato secondario fortemente speculativo ha danneggiato il mercato con la famosa bolla speculativa iniziata nel 2005 in Cina. A suo avviso anche il mercato dell’arte del continente Africano, che ad oggi non sembra essere stato compromesso da manovre speculative, corre questo rischio?

Siamo ancora in una fase in cui si sta creando un mercato, non vedo nulla del genere all’orizzonte. Ci sono poche aste, eterogenee e poco accurate per quanto riguarda la presentazione degli artisti. Il know-how è ancora tutto in fieri. L’anno in corso è il primo anno in cui nelle aste si sono viste, su alcuni artisti per altro imprevedibili e poco noti, delle impennate, con aggiudicazioni dalle cinque alle otto volte superiori alle stime. Questo è un fatto nuovo, ma non è ancora un trend. Diciamo che quest’anno si sono create delle premesse sull’arte africana affinché possa esprimere dei valori speculativi.

Eccettuato il caso di El Anatsui che ha raggiunto grandi quotazioni per merito, e anche perché sostenuto da un background di ottime gallerie, non vedo altri artisti africani nella stessa situazione, pur avendone pieni titoli e merito. C’è al momento una crescente attività su artisti d’ origine africana che non vivono in Africa. Pur senza raggiungere grandi cifre, la competizione in alcune aste è accesa, e questo potrebbe suggerire alle maggiori case d’asta un lavoro più attento, raffinato e approfondito per generare un gruppo di neo-protagonisti di un possibile reale mercato. Vedremo dove porterà questo trend. 

Africa Universe: Ghizlane Sahli, HT006, 2018, Tecnica mista su pannello di legno, 182 x 152 x 32 cm. Courtesy Primo Marella Gallery, Milan.

Quali sono gli artisti emergenti che oggi si sentirebbe di consigliare ai collezionisti che La seguono?

Posso nominarle alcuni artisti che a mio avviso sono molto interessanti e sottostimati, che consiglierei caldamente. Fra questi Abdoulaye Konate’, Mali, un maestro i cui lavori sono esposti nei musei di tutto il mondo incluso il Metropolitan Museum, dove è presentato insieme ad El Anatsui. El Anatsui ha attualmente quotazioni tra uno e cinque milioni, Konate’ dai trentamila ai settantamila euro.

Un artista destinato a crescere è Joel Andrianomearisoa, che ha una sua caratteristica stilistica ben precisa nella generazione delle opere e a quarantadue anni ha una biografia molto importante, ma prezzi ancora molto accessibili. Quest’anno siamo invitati per la prima volta a Frieze a Londra poiché rappresentiamo Joel, e parteciperemo a Untitled di Miami con una sua personale, grazie all’attenzione dei curatori della fiera a questo artista.

Di una generazione più recente, la nigeriana Ifeoma Anyaeji e Januario Jano, Angola, sono due talenti emergenti. Africa Universe, la mostra che stiamo per inaugurare, aprirà con una performance di Jano. L’artista di maggior riferimento dell’area vicina alla così detta Cultura Popolare Africana, è il congolese Amani Bodo.

Africa Universe: Amani Bodo, La piège, 2019, acrylic sur toile, cm 130 x 125 cm. Courtesy Primo Marella Gallery, Milan.

Per concludere, che cosa attira maggiormente i collezionisti europei verso l’arte africana, le testimonianze di un continente affascinante e problematico alle origini della nostra storia, oppure un mercato poco esplorato e in crescita?

Le rispondo per quanto mi riguarda: personalmente sono attratto dalla novità dei contenuti. Forse le eccellenze al momento non sono molte, ma ci sono. Poi, quando questi artisti emergono, superando le tante difficoltà che devono ancora affrontare nel loro paese, magari riuscendo a viaggiare e a perfezionarsi all’estero, indubbiamente hanno opportunità di crescere e progredire nella loro pratica e possono diventare tra i più interessanti artisti in circolazione.

Alessandra Alliata Nobili

Alessandra Alliata Nobili

Founder e Redazione | Milano
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