Ferdinando Scianna al Ragusa Foto Festival

Che cosa è successo alla grande tradizione dell’album di famiglia? Ampiamente superato nell’era digitale? Traccia privata di vite e aspirazioni familiari da tramandare ai posteri, sembrerebbe defunto oggi che l’enfasi è sulla condivisione ossessiva di tutto attraverso i social media, spesso con completi estranei.

Eppure un’attenzione crescente viene dedicata alla foto di famiglia come testimone democratico che racconta la storia della famiglia nei suoi molteplici cambiamenti, documentando aspetti sociologici della vita quotidiana inaccessibili da altre fonti storiche. C’è un approccio antico e profondo nella fotografia di famiglia dal quale si possono condurre vere e proprie analisi antropologiche e psicologiche sui suoi diversi percorsi.

Inaugurato lo scorso 26 luglio (fino al 25 agosto) a Ragusa Ibla, Ragusa Foto Festival, nato come occasione di approfondimento e scambio sulla fotografia contemporanea con particolare attenzione ai giovani talenti, dedica a questo tema la sua ottava edizione.

Non a caso, ad aprire il Festival quest’anno è stato un grande fotografo italiano particolarmente attento alla condizione umana, Ferdinando Scianna, che abbiamo incontrato a Ragusa Ibla. Scianna partecipa al festival con “Visioni di Famiglia”, una proiezione di oltre 100 immagini dal suo archivio personale. La mostra raccoglie scatti sul tema immortalati nell’arco dei quarant’anni della sua straordinaria carriera.

Fotografo e scrittore, primo fotografo italiano a far parte dell’agenzia internazionale Magnum Photos grazie all’incontro con il suo ‘maestro’ e fondatore dell’agenzia Henri Cartier Bresson, con i suoi reportage fotografici Scianna ha raccontato quasi mezzo secolo di storia italiana e internazionale.

©Ferdinando Scianna. Cortesia Ragusa Film Festival.


Nel suo libro Lo specchio vuoto racconta di un tempo in cui la fotografia di famiglia era una sorta di ‘evento’. Gli album di famiglia avevano una grande importanza e fungevano da testimonianza storica. Oggigiorno la produzione di immagini ricordo, invece, avviene costantemente, con migliaia di scatti fin dai primi attimi di vita dei figli. Questo modo di raccogliere immagini di famiglia rappresenta ancora una narrazione?

C’è un racconto di Richard Avedon che parla della sua formazione sentimentale e intellettuale come fotografo, in cui racconta sostanzialmente della differenza tra la fotografia ‘colta nell’atto di vivere’, senza messa in scena, e di un altro tipo di fotografia, che esiste anche quella con una grande tradizione, che è quella della teatralizzazione del mondo.

Avedon raccontava: “Mio padre aveva un negozio di moda e riceveva Vogue, Harper’s Bazar ed io guardavo queste fotografie ed erano tutte impostate. Quindi per me la fotografia da subito si rivela come una maniera di guardare il mondo attraverso la teatralizzazione del mondo. Questo, tra l’altro, riguardava anche la mia famiglia, perché mia madre ci teneva moltissimo, e ogni due mesi ci portava davanti a delle belle case che non erano nostre, che magari avevano davanti una bella automobile, che non era la nostra, e ci facevamo pure prestare dei cani, che non erano nostri”.

Con questo racconto Avedon voleva dire che queste fotografie dicevano molto poco su quello che era la realtà della sua famiglia, ma moltissimo su quello che avrebbero voluto essere.

©Ferdinando Scianna. Cortesia Ragusa Film Festival.

Tutte le immagini che sono sospese dal flusso della vita e che raccontano la vita in una cosa che vita non è, ma che è un’immagine, raccontano qualcosa del nostro rapporto con il mondo.  Però quest’abbondanza di foto, la foto continuamente ripetuta del bambino, oppure il “selfie”, oppure addirittura la fotografia della pizza che stiamo mangiando, implica una sorta di presente permanente.

Non ha più il senso o l’ambizione che la fotografia ha avuto per più di 150 anni di costituire un ponte tra noi e la realtà. L’immagine è diventata più importante della realtà ed è finita per diventare un “muro” tra noi e la realtà. Il ‘selfie’, ad esempio, non c’entra niente con un autoritratto, perché l’autoritratto è un tentativo di mobilizzare un momento della vita, mentre il selfie produce un altro selfie, pochi secondi dopo devi farne un altro per ‘aggiornare’ il tuo presente, non è più proiettato nel passato. Tant’è vero che oggi, che mai nella storia si sono fatte così tante foto ‘private’, nessuno fa più l’album di famiglia.

©Ferdinando Scianna. Cortesia Ragusa Film Festival.

E quindi anche il valore e il senso della fotografia stampata è andato perso?

Assolutamente si, nessuno stampa più le fotografie, e se lo fa di sicuro non è per metterle in un album. Ma non le stampa perché in realtà la virtualità della fotografia non riguarda tanto la tecnologia, quanto invece un problema della ‘fotografia di massa’.

Le manifestazioni del nostro rapporto con la vita e con il mondo, con i grandi mutamenti tecnologici sono diventate una manifestazione ‘di massa’.

Anche il turismo, che prima implicava i ‘viaggiatori’, cioè quelli che volevano scoprire una parte del mondo, adesso non ha più il senso della scoperta, ma il senso della verifica che il luogo dove io sto andando corrisponda all’immagine del dépliant che ho comprato. Con il risultato che quel tipo di turismo ha un ‘effetto inquinante’ rispetto all’oggetto stesso del viaggio.

Qualcuno ha scritto di recente “non ci sono più viaggiatori, ci sono solo turisti e terroristi”.

©Ferdinando Scianna. Cortesia Ragusa Film Festival.

Secondo lei, stiamo perdendo pezzi della nostra memoria con questa sovra-produzione di immagini?

All’inizio di questo “tsunami” tecnologico, che tutto sommato è relativamente recente, come succede alle persone anziane che hanno vissuto un certo tipo di rapporto con un certo tipo di linguaggio e che sentono questo mutamento sostanzialmente come un segno del proprio “uscire” dal rapporto con la contemporaneità del mondo, mi arrabbiavo, mi indignavo, ho scritto anche delle cose polemiche.

Poi mi sono reso conto che è come pretendere di analizzare una goccia d’acqua mentre è in corso, appunto, uno Tsunami. Il mondo è cambiato, è cambiato nel nostro rapporto con i sentimenti, con la politica, con tutto. Forse l’unica ideologia rimasta in piedi è quella della moda: tutto si “indossa”, si indossa l’amore, si indossano le idee politiche e così anche le immagini. Quindi il rapporto con la memoria non è più così essenziale.

In ogni caso non me la sento di affermare che questo tipo di fotografia cancelli la memoria, perché comunque ci sarà un’immagine nel futuro, forse inanalizzabile, che costituirà un possibile riferimento per ricostruire il nostro tempo.
Forse ci saranno delle tecnologie nuove che permetteranno di scremare in questo mare magnum le immagini che ci serviranno per sapere come campavamo oggi.

©Ferdinando Scianna. Cortesia Ragusa Film Festival.

In una sua recente intervista afferma “Ho iniziato a scattare pensando che le fotografie potessero cambiare il mondo. Sicuramente le cattive fotografie lo peggiorano”. Quali sono le cattive fotografie?

Quando avevo 18 anni volevo cambiare il mondo e il mio fare fotografia faceva parte di questo desiderio. Era un momento in cui il ‘mio’ mondo, la Sicilia, viveva un passaggio epocale di cui noi ci rendevamo poco conto all’epoca, che era la fine del mondo contadino e l’inizio di un

altro mondo. Nessuno avrebbe mai immaginato che quel mondo lì, che era durato per secoli, sarebbe scomparso di colpo. Quindi io volevo fare la rivoluzione, volevo il socialismo, volevo la società giusta, e pensavo che le mie fotografie, che denunciavano ingiustizie o celebravano la bellezza, avrebbero contribuito a cambiare il mondo. Ho dovuto riconoscere poi che il mondo ha cambiato le mie fotografie più di quanto io non abbia migliorato il mondo.

Però le brutte fotografie sì che lo peggiorano. Ad esempio se c’è un’ingiustizia e un momento doloroso legato a quell’ingiustizia, e facciamo una brutta fotografia di quel momento, poi abbiamo due cose da eliminare anziché una: l’ingiustizia e la sua cattiva rappresentazione.

Del resto se tu hai fame e ti fanno mangiare una porcheria, diciamo che soddisfi lo stesso la tua fame, ma non il tuo rapporto di bellezza e di senso della vita che ha anche il cibo.

Ferdinando Scianna. Photo © Giuseppe Lo Brutto

Roland Barthes nel suo saggio ‘La Camera Chiara’ scrive “Bisogna pure che in una società la Morte abbia una sua collocazione. Se essa non è più nella sfera della religione, forse lo è nell’immagine che produce la Morte volendo conservare la vita”. La fotografia ha ancora la funzione di esorcizzare la paura della morte?

Io penso di si, ma dico sempre che non solo sono nato nel secolo passato, ma nel millennio passato, perché nel 1999 è finito anche il XX secolo! Quindi ragiono in un certo modo, ed è probabile che un selfie trovato in un telefonino di un figlio defunto produca lo stesso strazio di cui parla Barthes quando racconta del rapporto tra immagine e morte.

Sicuramente la fotografia che ho praticato io e alla quale ho creduto è basata su questo strazio, nasce dalla necessità e dall’angoscia di perdere qualcosa che non vorremmo perdere.

©Ferdinando Scianna. Cortesia Ragusa Film Festival.

In occasione della sua personale “Viaggio, Racconto, Memoria” ha affermato che “Si cerca di dimenticarla la Sicilia – buttandosi ad interrogare il mondo- per poi scoprire che lo sguardo che posiamo sul mondo è inequivocabilmente quello dei tuoi occhi di siciliano”. I suoi “occhi di siciliano” hanno influenzato anche il suo modo di osservare e fotografare la famiglia?

Certamente, anche da un punto di vista specificatamente formale io faccio spesso questo discorso, e dico che le fotografie che fanno i fotografi del nord dell’Europa che sono venuti a fotografare la Sicilia, ma anche la Grecia, sono apollinee, piene di sole, piene di splendore. Le fotografie dei fotografi Siciliani che guardano la Sicilia sono nere! Perché, non solo il sole produce ombra e io dico che faccio le mie fotografie a partire dall’ombra, ma perché l’ombra diventa uno strumento estetico per parlare della drammaticità dialettica del mondo che noi viviamo, che è un mondo stupendo e violento nello stesso tempo.

La Sicilia ha determinato per forza il mio modo di vedere tutto, è come se uno mi chiedesse “che influenza ha avuto tua madre nella tua vita”. Buona o cattiva l’influenza della Sicilia è stata determinante per me: io ho iniziato a guardare il mondo da qui, con questa luce, con quella violenza e drammaticità, con lo strazio di voler andare via e lo strazio di voler tornare.

Quindi quello siamo e con quello costruiamo le nostre casette sulla sabbia.

©Ferdinando Scianna. Cortesia Ragusa Film Festival.

Le fotografie che ha scattato nei primi anni della sua carriera, in Italia e in particolare in Sicilia, raccontano di un paese con un forte legame con le tradizioni e i riti (religiosi e pagani). Esiste ancora questa ‘autenticità’?

Quando volevo cambiare il mondo, una delle forme per farlo era quella di cercare la ragione. Leonardo Sciascia aveva scritto “Quando suonerà la campana dell’89 in Sicilia”. Sembrava che solo lì fosse nata l’idea di libertà e giustizia. Noi credevamo che la Chiesa fosse una delle “palle al piede” di quel cambiamento, tanto è vero che persino nelle manifestazioni, nelle processioni e nei rituali religiosi, la chiesa aveva un atteggiamento che era diventato negativo. Molte feste le avevano abolite, perché considerate manifestazioni superstiziose. Per cui noi abbiamo iniziato a fotografarle pensando che invece fossero espressione del linguaggio del popolo, e quindi parte integrante di questa nostra “utopia” di una cultura del popolo che si esprimesse con forme sociali, anche familiari, di tipo diverso.

©Ferdinando Scianna. Cortesia Ragusa Film Festival.

È cambiato il modo di posare delle persone, o meglio, ci siamo abituati ad essere fotografati tutto il tempo?

Sicuramente si, quando io a diciassette, diciotto anni ho cominciato ad andare in giro per la Sicilia a fare fotografie, soprattutto durante le feste di paese, spesso ero il solo fotografo, non ce n’erano altri. Le persone erano lì per produrre il loro rito simbolico che determinava la loro identità.

Adesso durante certe processioni, ci sono più fotografi che processionanti e spesso i preti fanno delle prediche che sembrano discorsi antropologici, parlano di come si è evoluta quella festa, eccetera.

Noi pensavamo che quelle fotografie servissero a mutare il rapporto con l’autenticità del rito e invece abbiamo consegnato quei riti ai beccamorti degli enti del turismo di massa, e io la considero una delle responsabilità che gravano su di noi.

La tradizione oggi viene finanziata, mentre prima si tentava di eliminarla come manifestazione di superstizione consegnandola sostanzialmente all’inautenticità.

Se adesso lei va a fotografare una festa ci sono 50 fotografi e quelli con la croce ti domandano “su quale televisione uscirà la festa, su quale giornale?”. Quindi lo fanno più per un rapporto di tipo sociale piuttosto che per l’autenticità del loro rapporto con un certo sentimento della vita.

©Ferdinando Scianna. Cortesia Ragusa Film Festival.

Qual è la differenza fondamentale, se c’è, tra una fotografia di reportage e una foto d’arte?

Questo è un dibattito che non mi ha mai assolutamente appassionato, quello che posso dire è che gli uomini in quanto tali hanno sempre prodotto immagini, per secoli, ben prima della fotografia. Gli uomini producono immagini perché sono uomini e sono uomini perché producono immagini.

Ma la fotografia ha costituito una rivoluzione, uno scarto enorme col passato. Perché tutte le immagini che sono state fatte dall’uomo, da quelle delle caverne di Lascaux, sino a Picasso, sono immagini “fatte”. L’arte è un’invenzione meravigliosa dell’uomo per trasformare la propria esperienza attraverso una capacità di trasformare le cose in opere simboliche.

Però la fotografia ha un rapporto diverso con la realtà, nel senso che non è possibile fotografare una mela a memoria. La differenza tra l’arte e la fotografia è che la fotografia è sempre traccia di un momento della realtà. In quanto artista io posso dipingere anche un’erba immaginaria, come fece Durer con una serie di disegni di erbe che non esistevano in natura, in quanto fotografo non posso fotografare una cosa che non c’è.

©Ferdinando Scianna. Cortesia Ragusa Film Festival.

Come si arriva a definire un proprio stile fotografico?

Non credo a chi dice di avere uno ‘stile’. La bravura e lo stile di un fotografo sono negli occhi di chi guarda le sue fotografie.

Carolina Pasargiklian

Carolina Pasargiklian

Contributor | Milano
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