Francesca Pasquali: TAKE CARE! Aver cura, nell’arte come nella vita

TAKE CARE è il titolo della mostra che ispira questa mia intervista rivolta a Francesca Pasquali, unitamente ai fatti e misfatti che viviamo quotidianamente sulla pelle nostra e del pianeta che ospita la nostra vita.

«Prendersi cura dell’altro attraverso la cura di tutti.
TAKE CARE. Arte moderna e contemporanea dal Patrimonio del Gruppo Unipol” è, prima di tutto, proprio questo: un messaggio perentorio e senza esitazione […] »

Così scrive Ilaria Bignotti, curatore della mostra, nelle prime righe del testo critico che accompagna l’esposizione di un selezionato gruppo di opere e artisti sostenuti dal Museo d’Impresa CUBO, nella doppia sede di Bologna e di Milano, visitabile fino al 27 settembre 2019.

TAKE CARE è anche, perentoriamente e senza esitazione, il focus e il modus operandi della ricerca di Francesca Pasquali.

Francesca Pasquali (Bologna, 1980) crea universi, micro e macro-cosmi popolati da micro e macro-organismi utilizzando quei materiali indeperibili, per lo più plastici e industriali, che sopravviveranno al nostro pianeta.
In un immaginario catastrofico per l’ambiente planetario, dove la realtà convalida sempre più tristemente ogni previsione, Pasquali introduce nuovamente l’elemento vitale che si trasforma in una forma inarrestabile di necessità.

Oggi, insieme all’artista, ai curatori tutti, ai sostenitori della nostra redazione, vogliamo unirci nel prenderci cura della vita.
E, perché no, anche insieme a loro:

And love dares you to change our way of
caring about ourselves
this is our last dance, this is our last dance
this is ourselves under pressure

(link a FONTI e APPROFONDIMENTI in calce)

Francesca Pasquali: Frappa, 2016 - dettaglio
Francesca Pasquali: Frappa, 2016 – dettaglio | Patrimonio Gruppo Unipol – foto Marco Mioli

L’era della plastica, dal boom negli anni ’60 dell’usa e getta nella vita quotidiana, sta volgendo al termine in favore del riciclo e della riduzione, fino al divieto definitivo (approvato proprio nei primi mesi di questo 2019 dal Parlamento Europeo) di alcuni articoli in plastica monouso, come le cannucce.
La tua attività artistica inizia con il nuovo millennio, una ventina d’anni fa, dopo gli anni di formazione all’Accademia di Belle Arti di Bologna.
Quando hai capito che questo tipo di materiale, non solo plastico, ma legato all’industria del quotidiano, sarebbe stato la tua cifra stilistica?

Francesca Pasquali: Non posso dire di aver scelto una materia, piuttosto è accaduto il contrario! La plastica mi ammiccava, si rendeva sensuale e intrigante ai miei occhi, e a un certo punto mi sono resa conto che mi stava letteralmente chiamando, ammaliante e preziosa in tutto il suo essere.

Dapprima sono stata attratta dalle forme sinuose dei corrugati in pvc, dai tubi trasparenti in plastica, dalle gomme piume, per poi arrivare ai lunghi filamenti di setole per spazzole, agli oggetti d’uso come cannucce e ragnatori, fino alle morbide lastre di lattice, neoprene e espansi industriali.
Tutte materie che agli occhi dei più restano celate per l’uso settoriale al quale sono deputate; in un qualche modo, questa loro condizione “occulta” mi ha letteralmente stregato occhi e mente.

Dal 2004, dopo i primissimi lavori sperimentali in Accademia, dove il pennello e la matita hanno ceduto il passo alle mani e alla materia, non ho più abbandonato la plastica, coniugata in tutte le sue forme e colori: dopotutto, è la materia del mio tempo e sento una responsabilità verso di essa, nel preservarla e celebrarla.
Non si deve pensare a essa come al problema da risolvere, quanto più all’uso indiscriminato e poco coscienzioso che ne viene fatto. La chiave sta nel convertirla in risorsa piuttosto che in demone da combattere.

Francesca Pasquali: Setola, 2018
Francesca Pasquali: Setola, 2018 – 180x60x30cm | courtesy FPA Archive, Bologna – foto Fabio Mantovani

La tua ispirazione viene dalle strutture morfologiche naturali che interpreti, appunto, con materia inerte e inorganica: dalle cannucce ai palloncini, dal neoprene alle setole, dai campanelli agli elastici, e oltre.
In queste forme vitali ottenute con elementi estranei al cerchio della vita, si instaura un ribaltamento semantico che custodisce un messaggio contemporaneo di speranza volto ad accompagnare, per così dire, i dettami del vecchio millennio dentro al nuovo.

Parlando in termini generazionali, la nostra degli anni ’80 è detta generazione Y: quella dei Millennials, erede delle trasformazioni socio-culturali e tecnologiche del dopo guerra, come la succitata plastica, il Sessantotto, la comunicazione mediatica e il digitale.
Quindi una radice secolare che vive in una terra nuova.
Che peso ha questo particolare passaggio generazionale nella tua indagine?

Francesca Pasquali: Sono convinta che l’arte debba vivere il proprio tempo… rileggere il passato, assimilarlo e fare un passo avanti. L’uso della tecnologia è entrato a far parte del nostro essere, ma la mia generazione resta ancora aggrappata a una forte manualità… ritengo che il mezzo digitale non sia ancora sufficiente per esprimere un contenuto, per stimolare emozioni, per suscitare domande; abbiamo ancora bisogno di essere coinvolti a 360°, sollecitare sensazioni che solo coinvolgendo fisicamente il corpo prendono vita.
Un dialogo armonioso ed equilibrato tra tecnologia e fisicità è la chiave della contemporaneità: voglio destare la percezione della realtà non tanto attraverso l’illusione e la virtualità, ma concretamente attraverso la materia. È una scelta etica, oltre che estetica.

Francesca Pasquali: Plastic Islands, 2018
Francesca Pasquali: Plastic Islands, 2018 – Ø100cm | live performance per Antidote Festival, Sydney Opera House | foto SHO

La tua ricerca affronta anche la tematica oggi calda, caldissima, della crisi globale dell’ecologia.
In un panorama soggiogato all’apparenza come quello attuale, alle volte l’argomento può risultare strumentalizzato fino ad avere quasi un’accezione di moda, più che di urgenza.
Come si combatte sull’impervio fronte che separa l’estetica decorativa e l’istanza di necessità?

Francesca Pasquali: Come ho sopra affermato, la plastica non è un male assoluto da combattere, ciò che dobbiamo migliorare non è altro che l’utilizzo indisciplinato che ne facciamo. È una questione di rispetto, verso noi stessi, gli altri e il mondo che ci circonda. Non è certo dismettendo l’utilizzo delle cannucce che il pianeta risolverà il problema dell’inquinamento.
Siamo gli artefici di noi stessi, dunque è importante far capire alle persone che le materie usa e getta e gli oggetti d’uso del quotidiano possono godere tutti di una “second life”, basta guardarli con fantasia e curiosità… così ci ha insegnato un maestro del nostro tempo, Bruno Munari, tra i miei “padri spirituali”.
L’estetica è la chiave di volta che mi permette di rappresentare la realtà attraverso la materia, ricercandone armonia, simmetria e perfezione per restituire un’immagine più vera del vero (come racconta. E. Gombrich)

Francesca Pasquali: Spiderwall, 2016
Francesca Pasquali: Spiderwall, 2016 – installazione site specific per MOCA – Museo Arte Contemporanea, Londra | foto FPA

Il tuo fare scultura con il quotidiano acquisisce sempre maggior vitalità attraverso la pratica installativa ambientale e performativa rivolta a costruire una relazione con il pubblico, coinvolto con diversi gradi di interattività.
Penso, ad esempio, a Camminando/Contaminando del 2010, oppure al più recente Glasswall, esposto sempre a CUBO Unipol di Bologna nel 2016.
Come viene declinato il concetto di cura in questo ulteriore balzo esperienziale proiettato in avanti, immersivo e proattivo, anche ludico e libero, verso lo spettatore?

Francesca Pasquali: La conoscenza è data dall’esperienza, non solo visiva, ma tattile, uditiva, gustativa e olfattiva. Immergersi nella materia da modo di conoscerla a fondo, vivendola pienamente, così come fa l’artista mentre la costruisce e l’assembla: un modus operandi che io vivo da artista e consegno al pubblico, prendendomi cura del fruitore, come a “tendergli la mano e portarlo nel mio mondo”, che è fatto di oggetti, materie, scarti, riusi.

Ciò che può apparire lontano e incomprensibile, attraverso l’immersione e la percezione, diventa familiare e comprensibile. In tal modo l’arte diventa per tutti e non prerogativa di pochi.
Lo spettatore non è più attore passivo, ma compartecipante del fare artistico, fino a raggiungere il paradosso che senza la sua presenza l’opera non prende vita. Così come è accaduto per Glasswall a Cubo, dove materia e virtuale si sono uniti nella creazione di un equilibrio perfetto tra azione e reazione.
L’arte dovrebbe stimolare emozioni, ricordi, associazioni e pertanto queste condizioni sono valide solo se offri la possibilità allo spettatore di invadere il tuo spazio e ed entrare a farne parte.

Francesca Pasquali: Camminando-Contminando, 2019
Francesca Pasquali: Camminando-Contminando, 2019 – installazione ambientale al Bunker, Brescia | foto FPA

In quali termini entra la tecnologia digitale all’interno del tuo contesto di ricerca?

Francesca Pasquali: Come spiegavo poc’anzi, sono convinta che l’esperienza dell’arte (intesa in tutte le sue declinazioni possibili), possa essere completa solo se ha la capacità di coinvolgere interamente lo spettatore: corpo e mente devono attivarsi per sollecitare sensazioni, ricordi e connessioni.
Non può esistere Arte senza il coinvolgimento, perché io stessa sono immersa nella materia mentre la penso, la creo e la espongo al pubblico; appassionare lo spettatore significa tendergli una mano e portarlo al tuo fianco, così che il tuo lavoro possa esser compreso e assorbito da quante più persone possibili, che dopo pochi secondi, grazie all’immersione nelle opere, si aprono al dialogo e si rendono disponibili ad accogliere ciò che credono di non poter comprendere perché “contemporaneo”.

Aver cura di chi fruirà della tua opera credo sia un passaggio imprescindibile che porta al successo del tuo processo creativo. Lo spettatore diventa attore del fare artistico, non più passivo, ma compartecipante dell’opera stessa; questo meccanismo viene stimolato solamente attraverso la complicità e il divertimento.
Non ti dirò mai: “non toccare, non avvicinarti troppo…”, ti chiederò invece di liberarti dell’imbarazzo e di viverti l’installazione come meglio ritieni, riportando alla mente quella fase ludica propria dell’infanzia, quando per conoscere il mondo usavamo tutti i sensi, nessuno escluso.

Anche la tecnologia, così come la plastica, è materia contemporanea; quindi perché non creare un dialogo tra due realtà apparentemente così lontane, ma indiscutibilmente così vicine? La ricetta perfetta contempla entrambi gli ingredienti, digitale e materia, che dialogando tra loro, si compensano e si arricchiscono a vicenda, dando vita ed equilibrio sincrono, proprio come è accaduto nell’installazione Glasswall a CUBO.

Il concetto di cura passa anche attraverso il tuo Archivio: “Archivio è memoria, ricordi, custodia di un valore” dichiari online sul tuo sito ufficiale.
La nascita di FPA (Francesca Pasquali Archive) risale al 2015, attraverso la salvifica ristrutturazione di un vecchio fienile nelle colline di Castel San Pietro Terme (BO), con la finalità di “archiviare, conservare, tutelare e promuovere la produzione artistica di Francesca Pasquali”.
Mi interessa capire in che modo la creazione e la cura dell’Archivio abbia inciso sulla tua carriera di artista.
Qual è il tuo personale bilancio su questi ultimi 4 anni di attività artistica, coincidenti con i primi dell’Archivio?

Francesca Pasquali: La cura, se vuoi che influenzi gli altri, devi prima imparare ad averla per te stessa e per tutto ciò che fai.
Mi sono posta il problema della memoria e del futuro grazie all’esperienza curatoriale che da tempo tesse le sue trame attraverso la collaborazione con Ilaria Bignotti, studiosa esperta, ma soprattutto amica, che ha impegnato le sue ricerche sul valore e la conservazione della produzione artistica.

L’archivio oggi non può più essere pensato solo come prerogativa di artisti storici o deceduti, bensì, proprio sfruttando i sistemi tecnologici, deve essere un elemento che accompagna anche il lavoro di artisti giovani e contemporanei.

Questo processo va a beneficio di tutti: l’artista stesso, lo studioso, il gallerista e il collezionista. Ancor oggi, dopo quasi 5 anni di intenso lavoro archivistico, fatichiamo a far comprendere l’importanza (che del resto si dà per scontata per un artista storico) del DNA dell’opera, la carta di identità che ne racconti caratteristiche, storia e peculiarità. Pian piano, ma la strada è ancora lunga, il pubblico risponde positivamente alla presenza del nostro FPA Archive, come istituzione tutelante che dà valore al lavoro stesso. Prendersi cura della tua creazione dà forza al lavoro.

Abbiamo così introdotto un nuovo sistema di chip che accompagna ogni autentica, ritenendo obsoleta e difficilmente aggiornabile la consueta modalità di archiviazione fotografica, soprattutto se pensiamo agli artisti che come me lavorano sulle installazioni (che ogni qualvolta vengono allestite in spazi differenti cambiano conformazione, dimensione e aspetto); pertanto i certificati di autenticazione non presentano più un’immagine, ma un codice univoco sotto forma di chip che accompagnerà per sempre l’opera in questione. Il tutto custodito su un database dedicato e costantemente aggiornato in tempo reale.

Francesca Pasquali: Origami, 2019
Francesca Pasquali: Origami, 2019 – installazione site specific al Museo Macro, Roma | foto FPA
Francesca Pasquali: Labirinto, 2019
Francesca Pasquali: Labirinto, 2019 – installazione ambientale al Castello di Ruvo di Puglia, Festival Mutazioni | foto FPA

Scrive ancora Ilaria Bignotti, in qualità di direttore scientifico di Francesca Pasquali Archive: “Coinvolgere come partner aziende e istituzioni è oggi l’unico modo per permettere all’arte di svolgere la sua funzione educativa e collettiva: una funzione che le è propria, e di cui abbiamo bisogno, oltre che desiderio”.
Nel definire la funzione sociale dell’arte, parliamo ancora di una sorta di cura, quindi, in seno all’imprenditoria e alle istituzioni, proprio come in questo TAKE CARE?

Francesca Pasquali: Le aziende sono parte del puzzle che permette la riuscita del lavoro artistico. Chi produce, che siano materiali o servizi, ha il dovere di “accudire” la collettività, nonché i propri utenti o consumatori. Mai come oggi i “clienti” sono attenti alla condotta di un’azienda, e dunque ritengo che l’arte possa essere un buon veicolo di socialità educativa.

Collaborare a stretto contatto con le aziende, che sostengono il lavoro artistico attraverso un supporto economico, oppure tramite la fornitura di materiale, è la simbiosi perfetta tra mondo industriale e terzo settore. Dialogare e collaborare insieme per avvicinare le persone a mondi che altrimenti rimarrebbero prerogativa di pochi.
Il lavoro e i progetti che negli anni ho condiviso con il Museo di Impresa CUBO e con il Gruppo Arte, tra i quali la recente mostra “TAKE CARE” a Milano e Bologna, sono un esempio puntuale di questo virtuoso processo tra azienda, artista, curatore e pubblico.

Francesca Pasquali: Setole, 2016
Francesca Pasquali: Setole, 2016 – site specific windows per Salvatore Ferragamo, Milano | foto Stefano Giusti

Leggo un’altra tua dichiarazione: “La necessità di una produzione artistica molto materica e fisica, simbiotica con la vita agreste e la manualità della gestione della casa”.
Queste parole mi portano a ragionare su una questione prettamente di genere legata al concetto di cura e di casa, di madre e di donna. Che cosa ne pensi?

Francesca Pasquali: Vivo da sempre in campagna, a stretto contatto con la natura. Questa dimensione fa ormai parte del mio DNA, si rispecchia nella mia vita, nel mio lavoro e nelle mie scelte. La decisione stessa di ristrutturare il vecchio fienile all’interno del podere dove abito per trasformarlo in studio e sede dell’Associazione Culturale Francesca Pasquali Archive ne è una palese dimostrazione.

Un artista deve vivere nell’arte e con l’arte, e questo è possibile solo se tutte le tessere del mosaico coincidono. Le opere, la casa, lo studio, tutto riporta a me, e a come osservo il mondo, le cose, la natura. L’esperienza artistica deve essere immersiva a partire dal proprio intimo, per poi restituirne la visione anche alle persone che decidono di entrarne a far parte.

La dimensione materica e manuale che si riscontra preponderante nel mio lavoro, credo esprima proprio il concetto di una forte attualità data dal materiale utilizzato, che parla contemporaneamente un linguaggio del passato, fatto di lenti intrecci, accumuli, cuciture e tessiture… La dimensione femminile è dunque rafforzata dalla tecnica che utilizzo.

Francesca Pasquali nel suo studio FPA Archive
Francesca Pasquali nel suo studio FPA Archive | foto Fabio Mantovani

Per chiudere il cerchio, desidererei conoscere la tua opinione sulla figura del curatore d’arte e sulla pratica curatoriale attuale.

Francesca Pasquali: Rispondo alla domanda con parole come dialogo, confronto e discussione. Uno sguardo esterno al lavoro è indiscutibilmente fondamentale per capirsi, studiarsi e rafforzarsi.
Non sempre le proprie ricerche portano subito a risultati efficaci: la figura del curatore in questo caso può dare una visione differente alla ricerca dell’artista, consolidandola oppure indebolendola, in un rapporto di costruzione e collaborazione teso al goal finale.

La partita dell’arte non si può vincere da soli; il contributo che può darti uno studioso della materia, che confronta la storia con le proprie esperienze, non può che accrescere e coadiuvare il lavoro dell’artista.
Aprirsi al dialogo è un aspetto per me assolutamente fondamentale e ringrazio, negli anni, chi ha voluto entrare nel mio mondo.

Francesca Pasquali: Straws, 2019 - 1 milione di cannucce
Francesca Pasquali: Straws, 2019 – 1 milione di cannucce, installazione site specific in collaborazione con Stefano Ronci e Saraghina Mido, Milano | foto Fabio Mantovani

Spazio libero per spoiler su ricerche in corso, nuovi materiali e progetti futuri.

Francesca Pasquali: Il mondo della materia, nello specifico delle plastiche, è sempre in evoluzione. Questo mi da modo di tessere sempre nuove collaborazioni con aziende del settore utilizzando dei materiali inediti e ancora non del tutto esplorati, se non nel settore specifico di produzione.
Come spesso accade, i nuovi progetti sono protetti da un accordo di riservatezza con le aziende e le istituzioni… posso quindi scrivere, qui, che sto lavorando ad alcune grandissime installazioni in Italia e all’estero, in dialogo con alcuni musei di ricerca, Università e aziende di grande calibro.

In generale saranno progetti che sapranno sovvertire l’uso delle materie portandole nell’arte, senza però piegarle al mio volere, bensì facendomi condurre dalla natura della materia stessa. I materiali hanno un’anima che non attende altro che essere svelata attraverso l’estetica e la tridimensionalità… a breve spero di poterne dare notizie più dettagliate!

FONTI e APPROFONDIMENTI
- sito web dell'artista Francesca Pasquali (link) 
- TAKE CARE. Arte moderna e contemporanea dal Patrimonio del Gruppo Unipol, fino al 27 settembre 2019 (comunicato stampa)
Alice Traforti

Alice Traforti

Founder e Redazione | Vicenza
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