Carlo Bernardini, ipotesi e ricerche percettive nel tessuto urbano

Nell’ambito di una ricerca, condotta intorno a una logica di attraversamento tra architettura partecipativa e light art, le interviste agli artisti Carlo Bernardini, Balint Bolygo, Pietro Pirelli, Paolo Scirpa, possono condurci verso le dimensioni reali e contemporaneamente illusorie del rapporto tra movimento, luce, spazio, suono.
L’intento è quello di approfondire e capire i movimenti e i processi percettivi, da cui scaturiscono quegli aspetti che inducono il pubblico a interagire, entrare nell’opera e vederla dal di dentro.
Le risposte di questi artisti divengono materia di analisi al fine di individuare gli elementi chiave che nel loro percorso, sono alla base delle modificazioni e trasformazioni dello spazio nella percezione dell’osservatore.
Intorno a questi concetti, possiamo incontrare il punto focale delle ricerche che hanno contraddistinto i linguaggi dell’arte visiva nell’uscita dai perimetri e dai volumi definiti, spostando il raggio d’indagine in un cammino esperienziale nello spazio.
Le riflessioni sulle grandi installazioni di light art di Carlo Bernardini, che lasciano intuire ‘dimensioni invisibili’, le trasformazioni cinetiche nel lavoro di Balint Bolygo, le ‘corde di luce’ nelle arpe laser, opera dell’artista, musicista e performer Pietro Pirelli, i progetti ambientali d’intervento di Paolo Scirpa, uno dei protagonisti storici nell’evoluzione della light art, ci forniscono le linee guida per accrescere la nostra conoscenza e consapevolezza verso linguaggi nati dalla sperimentazione.
Proprio l’esperienza colta nelle loro parole ci accompagna nell’intuizione di ulteriori input, che conducono chi osserva da fuori a spingersi e vivere dentro l’opera.

Questo venerdì intervistiamo Carlo Bernardini, le interviste a Balint Bolygo, Pietro Pirelli, Paolo Scirpa saranno pubblicate nei prossimi mesi

Il punto di partenza di quest’intervista è un invito a riflettere su come l’individuo può trovarsi ad abitare e a costruire uno spazio soggettivo entro cui agire. Potresti parlare del tuo punto di vista in proposito?

Carlo Bernardini: Le persone sono ispirate a costruire uno spazio soggettivo entro cui agire, quando trovano una condizione di libertà nella quale muoversi spaziando con l’immaginazione, magari sollecitata da differenti stimoli.
Talvolta le sensazioni che si possono provare all’interno dei percorsi suggeriti da opere visive ambientali, possono indurre lo spettatore a viaggiare all’unisono con gli stimoli visivi percepiti fino a crearsene di nuovi, modificando con la fantasia lo spazio che ha intorno.
Da qui può nascere in lui il desiderio di creare un proprio spazio diverso da quello che vede, spingendosi a cambiare quello in cui vive.
Negli interventi ambientali di luce con la fibra ottica, per favorire questo aspetto, vi è l’intenzione di sollecitare un cambiamento delle coordinate prospettiche dello spazio, in modo da indurre nei visitatori una mobilità percettiva statica e al contempo dinamica. Ciò rende le linee di luce reali ed insieme illusorie, suscitando talvolta dentro la geometria formale dell’opera la fantasia di vedere una via di fuga in un’altra dimensione.

Invisible Dimensions, 2015, installazione in fibre ottiche, mt h 10x28x27. Oscar Niemeyer Museum, Bienal de Curitiba.
La tua è una evidente interazione con l’ambiente che dovrà ospitare l’installazione. Trattasi quasi sempre di un lavoro site-specific. Come si relaziona allo spazio in fase progettuale?
E quali sono le relazioni che i tuoi interventi stabiliscono con lo spazio e con il pubblico?

Carlo Bernardini: Le immagini visive da me progettate e disegnate sugli spazi, si strutturano in funzione del loro punto di vista primario essendo connesse alle superfici dell’ambiente.
Percettivamente ogni qualvolta lo spettatore decide di muoversi cambiando la propria posizione nel luogo, avviene un mutamento della forma, a tal punto che l’installazione non appare mai uguale a se stessa.
Molto spesso ho costruito la forma cercando di far collimare da un punto di vista preciso, le linee che attraversano lo spazio con quelle che corrono lungo le superfici, potendo così vedere con un occhio chiuso, osservando soltanto con l’altro come fosse un obiettivo monoculare, le figure geometriche bidimensionali.
Soltanto muovendosi intorno e dentro alla forma, le linee sdoppiandosi si aprono come ali di farfalla, modificando la bidimensionalità del disegno primario.

Qual è, nel tuo lavoro, il rapporto con il concetto di tempo?

Carlo Bernardini: Il tempo è un’entità astratta ed anch’essa è soggetta alle variabili indotte nella nostra percezione; ho realizzato in passato un’installazione ambientale che poneva in rapporto diretto la nostra concezione di tempo reale con quella di un tempo immaginario, un tempo ipoteticamente determinato dal sovrapporsi del movimento dinamico implicito nelle forme visive video e audio, sulla forma statica in fibra ottica.
All’interno di un’installazione ambientale di luce, vengono attivati tramite sensori di presenza alcuni video di immagini astratte in movimento, i quali legati alle forme audio costituite da materiali sonori anch’essi astratti, creano il sovrapporsi tra le due sensazioni percettive statica e dinamica.
Il processo interattivo dell’opera si basa quindi sulla dualità percettiva di cui si diceva, tra il tempo reale ed il concetto di tempo immaginario.

Submerged Breath, 2013, fibra ottica, dimensione ambiente, mt H 4 x 37 x 28. Metz, Moselle Canalisée, Square Du Luxembourg, Moyen Pont.
Quanto è importante nell’utilizzo di un mezzo come la luce che può creare situazioni illusorie, la consapevolezza del pubblico?

Carlo Bernardini: La mobilità percettiva e la fissità apparente delle forme di luce che la fibra ottica sembra cristallizzare in delicati equilibri, non presuppone una consapevolezza del pubblico. Le persone spesso risultano sorprese quando si trovano di fronte a codici interpretativi dell’opera non tradizionali, ai quali non sono abituate. Ciò può accadere sia nei luoghi preposti all’arte contemporanea, luoghi in cui ci si reca realmente per assistere ad opere sperimentali, sia negli spazi espositivi inconsueti, dove passando distrattamente, si può avvertire un senso di imprevedibilità addirittura maggiore perché il contatto con un’opera può essere imprevisto. I visitatori appaiono sovente come magnetizzati, grazie alla luce non convenzionale materializzata in forma fisica dalla fibra ottica. Quando l’incontro avviene inaspettatamente, si addentrano nell’installazione a poco a poco, come in una sorta di realtà surreale.

Le tue opere sono progettate affinché le persone vi entrino fisicamente.
Perché è importante che il visitatore possa interagire con l’opera e non magari vederla standone a distanza?

Carlo Bernardini: I miei interventi in fibra ottica nascono come disegni nello spazio che trasformano le coordinate percettive dell’osservatore. Dentro un’installazione muovendosi nell’ambiente, un visitatore può decidere di guardare l’opera dall’esterno, ma anche cambiando posizione di osservarla dall’interno. Nel percorso percettivo individuale, intuitivamente è possibile cogliere proprio questo senso di trasformazione e mobilità, spingendosi a mettere in discussione le logiche dimensionali e le relazioni prospettiche dello spazio architettonico.
Non è propriamente l’installazione a cambiare in funzione dello spazio, quanto invece l’opera a trasformare il luogo in cui si trova. Essa in assenza della luce diurna, attraverso il buio, può condurre l’immaginazione verso quello che può essere uno spazio ‘mentale’, uno spazio visto in modo diverso. Sono proprio gli aspetti non visibili che si possono leggere nel vuoto, a suggerire le nuove coordinate percettive. Attraverso di esse, forse si può tentare di avvicinarci a quelle dimensioni invisibili che nelle ricerche della fisica sperimentale s’intendono intuitivamente come ‘dimensioni extra’. Non essendo percepibili per l’occhio umano vengono considerate inosservabili, e al massimo ne possiamo avvertire la presenza esplorando le forme del buio in un luogo ridisegnato dalla luce.

Impalpable Suspension, 2018, optic fibers installation, feet h 24 x 45 x 35. Green Man Festival, Breacon Beacons Park, Crikhowell, Galles.
I tuoi progetti di luce di grandi dimensioni instaurano un rapporto con l’architettura e lo spazio ambiente. Quale metodologia usi per relazionare il tuo lavoro con il pubblico e lo spazio urbano?

Carlo Bernardini: L’idea di base è quella di ribaltare in un gioco dei ruoli la differenza tra l’opera ed il contenitore, trasformando lo spazio espositivo nell’opera stessa. Ciò può accadere anche eludendo la fisicità delle pareti, coniugando più ambienti in un’unica installazione senza tener conto delle superfici divisorie, al fine di stimolare nell’osservatore una condizione immersiva. Non essendoci un unico punto di vista dal quale sia possibile vedere tutto l’insieme, il pubblico può esplorare lo spazio solo attraverso la pluralità degli ambienti che lo compongono. Osservando soltanto porzioni distinte dell’opera, ognuno se vuole visualizzare l’intervento nella sua interezza, a livello mentale dovrà congiungere e ricostruire questa sorta di tasselli nella propria memoria.
Nel tessuto urbano sono quindi interessato ad interventi che si impossessano del luogo in cui si trovano, inglobandolo e conducendolo in quella che è la dimensione dell’idea; in questo le grandi architetture antiche o contemporanee costituiscono sempre una sfida stimolante. L’architettura del passato viene a creare un evidente contrasto con i materiali sofisticati della tecnologia, e ciò può diventare il punto di forza di questa relazione.

Quale ruolo pensi possa avere la percezione dell’individuo, l’abitante del luogo, nella “costruzione” delle tue installazioni urbane, al fine di studiarne una metodologia operativa?

Carlo Bernardini: Come già accennato, non è l’installazione ad adattarsi al luogo, ma il luogo a trasformarsi a sua immagine, sollecitando la percezione dell’osservatore attraverso la sospensione di questa ‘luce fisica’ data dalla fibra ottica. Fibra ottica tesata con linee diritte, che vive sulla tensione massima senza la quale l’opera non esisterebbe, una tensione pressoché al limite della fibra stessa. Essa non dispone di una sola parete nella quale attaccarsi, né di un pavimento su cui autosostenersi, ma di una pluralità di superfici connesse.
Il visitatore apprende ad utilizzare la propria percezione tenendo conto di tutte le superfici che costituiscono lo spazio; esse indipendentemente che siano piane oppure che abbiano o meno una fisicità, divengono superfici sensibili di cui l’installazione ambientale necessita senza soluzione di continuità. Lo spettatore si trova a prendere possesso di uno spazio del quale la fibra ottica ne è il pretesto, mentre la vera materia dell’opera è il vuoto da essa plasmato.
Studio una metodologia operativa valutando se determinate dinamiche e sensazioni percettive possono essersi scatenate o meno. Le persone non conoscendo talvolta le premesse che stanno alla base del progetto installativo, possono magari arrivare da sole alla scoperta di qualcosa alla quale in precedenza non erano preparate; a volte questo può accadere nel momento in cui fanno esperienza nell’opera, altre volte meno. Spesso gli input evolutivi nella ricerca, nascono dal tentativo di migliorare o cambiare proprio la reazione dell’osservatore nei confronti di alcuni aspetti percettivi.

Impalpable Suspension, 2018, optic fibers installation, feet h 24 x 45 x 35. Green Man Festival, Breacon Beacons Park, Crikhowell, Galles.
Un pensiero sull’arte pubblica e la valorizzazione di alcuni spazi della città: come un intervento nel tessuto urbano può secondo te stabilire connessioni tra l’arte di oggi ed un pubblico eterogeneo e variegato, anche di non abituali fruitori d’arte?

Carlo Bernardini: Oggi un intervento di arte contemporanea nel tessuto urbano, ponendosi spesso con una logica di apparente disarmonia con l’architettura, può generare connessioni creando una sinergia tra spazio, opera e pubblico, grazie ai forti contrasti tra concetto dell’opera e ambiente, tra forma e paesaggio, tra materiali tecnologici e antichità del luogo. Contrasti questi che possono generare una sinergia, rivelandosi un punto di forza nell’imprevedibilità del fenomeno visivo. Nelle città, dove sono sempre maggiori le possibilità di imbattersi inaspettatamente in interventi artistici ambientali, sono molteplici le reazioni e le interazioni che possono crearsi con il pubblico. Le persone in tutto questo, talvolta appaiono restie ad avvicinarsi ai meccanismi e concetti delle opere d’arte, cercando tendenzialmente qualcosa di immediatamente e facilmente decifrabile, talvolta al contrario non si fermano all’osservazione esterna addentrandosi in un’installazione a livello esperienziale.

In che direzione stanno andando secondo te i nuovi linguaggi della creatività nello spazio urbano, e cosa oggi si può definire come creativo a livello di trasformazione dello spazio ambiente?

Carlo Bernardini: L’arte visiva è basata sulla sperimentazione di un linguaggio finalizzato alla sua stessa evoluzione. Attualmente più che in passato le installazioni urbane sconfinano nello spazio totale, trasformandolo appunto da contenitore nell’opera stessa; la vecchia idea di una scultura che viene collocata al centro di una piazza o di un cortile, appare superata a favore di interventi che dispongono dello spazio nella pluralità delle sue superfici.
La direzione in cui stanno andando proprio le superfici sensibili, i sistemi interattivi, la ‘spazializzazione’ del suono, spingono la percezione del linguaggio intorno ad aspetti immateriali, elementi impalpabili o impercettibili, che possono stimolare nuovi processi mentali. Le reazioni chimiche, il mutamento della materia e la sua trasformazione intrinseca, sono ulteriori ipotesi percorse dalle nuove ricerche artistiche.
La multimedialità tende a incidere nell’evoluzione del linguaggio, trasformando le installazioni ambientali in ‘organismi audiovisivi’, opere nel cui contesto architettonico l’interazione della luce conduce i visitatori in uno ‘spazio mentale’, il cosiddetto luogo dell’idea. Nel vivere quotidiano le tecnologie di riproduzione illusoria, denominate realtà virtuali, sembrano indirizzarci verso un futuro ove diviene consuetudine sostituire la vita reale nella parte sensoriale, dissociandola da quella corporea. L’arte invece, attraverso la multimedialità, mettendo in gioco il coinvolgimento della pluralità dei sensi, può modificare a livello visivo lo spazio urbano in un sistema connesso da ritmi di vita autonoma, ritmi complessi, dettati a loro volta non soltanto dall’autore ma da coloro che vivono e abitano lo spazio dell’opera.

Dimensioni Invisibili, 2014, Installazione in fibra ottica, mt h 4,5 x 15 x 5. Sharjah, Sharjah Art Museum.
Come vedi le tue installazioni luminose in evoluzione nello spazio urbano in un prossimo futuro?

Carlo Bernardini: Sono sempre interessato al rapporto con gli spazi architettonici dalle grandi dimensioni. Ritengo che misurarsi con le grandi architetture, oppure con ampi spazi della natura, possa essere uno stimolo a inglobare il luogo nell’opera in un’audace relazione dimensionale. Questa relazione con lo spazio che permette di avvicinarmi alla forma visionaria dell’idea, è alla base del tentativo di creare sovrapposizioni percettive simultanee, statiche e dinamiche. Le trasformazioni che possono scaturire, sono sempre una sfida esaltante nello spazio urbano; se le architetture contemporanee, alla pari di quelle antiche sono luoghi sensibili ai linguaggi dell’arte, a maggior ragione una prerogativa quanto mai aperta nella ricerca visiva odierna, è la riqualificazione delle tante ‘zone morte’, i cosiddetti spazi intermediari o residuali nel contesto delle grandi città. È qui in queste aree, che possono svilupparsi quegli aspetti surreali tesi a trasformare il tessuto urbano, capovolgendo il senso e la logica prevedibile nella percezione del pubblico.

Dimensioni Invisibili, 2014, Installazione in fibra ottica, mt h 4,5 x 15 x 5. Sharjah, Sharjah Art Museum.
Isa Helena Tibúrcio

Isa Helena Tibúrcio

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