Ugo La Pietra

Ugo La Pietra: per una visione disequilibrante della realtà

Architetto, designer, performer, sostanzialmente artista (come annuncia, in modo eloquente, il titolo dell’ autobiografia “Volevo essere artista”), in grado cioè di tradurre l’inesauribile eruzione di idee, intuizioni, ricerche in declinazioni formali compiute, in opere, in oggetti con una propria, inequivocabile, valenza comunicativa ed estetica, Ugo La Pietra indaga la realtà e le sue ininterrotte mutazioni, racconta con la sua feconda sintassi progettuale, i termini dinamici, le relazioni dialettiche riconducibili al complesso rapporto uomo-ambiente, nelle molteplici accezioni di spazio esistenziale dell’individuo, senza mancare di soffermarsi anche sull’importanza del genius loci e dei territori linguistici e residuali della memoria. Le sue percorrenze operative travalicano costantemente i confini disciplinari tra architettura, design, pittura, cinema, editoria rivelando un metodo di lavoro che è essenzialmente quello della ricerca, della sperimentazione in cui niente è mai definitivo e stabile, in cui proliferano le direzioni d’indagine e in cui ognuna concorre alla realizzazione di un unico, grande Progetto in cui non c’è distinzione tra la propria umana esistenza e la produzione “bulimica” (come ama definirla lo stesso La Pietra) che ne caratterizza il fare incessante; una estensione mobile, in costante arricchimento e trasformazione, attraversata da un pensiero destrutturante, profondamente critico in grado di cogliere, con sottile ironia, le contraddizioni del presente; un presente in cui coesistono spazi e territori individuali e collettivi, dimensioni dell’abitare e dell’essere. La cifra del suo lavoro può essere sintetizzata nel “Progetto disequilibrante”, che spiazza, che rompe gli equilibri consolidati dall’abitudine, che introduce nuove modalità di lettura della realtà sociale e politica, che cambia radicalmente la prospettiva di visione. L’opera “Il commutatore”, come strumento regolatore della visione della città, è il manifesto di questo sistema disequilibrante introdotto da La Pietra; esso permette a ognuno di scegliere e modulare un proprio punto di vista, un’angolazione attraverso cui percepire la città e riappropriarsi degli spazi urbani. In questa direzione, Ugo La Pietra, indomabile ricercatore mosso da insaziabile curiosità conoscitiva, realizza la serie delle “Riconversioni progettuali” aperte alla trasversalità disciplinare e all’interazione all’interno di in un processo sinestetico. Rientrano in questo stesso contesto esplorativo le “ Attrezzature urbane per la collettività”in cui strumenti sottratti all’ abituale usabilità quotidiana, rigenerati nella funzionalità e sottoposti ad una riqualificazione estetizzante , propongono l’essenza di un prezioso tentativo di risemantizzazione che rasenta i territori della poesia. Le fascinazioni “dell’universo La Pietra” ricorrono e si moltiplicano nelle storie dei progetti e del Progetto, nelle traiettorie temporali che si intrecciano e nelle partiture interpretative. La chiarezza delle sue risposte alle mie domande e la loro essenzialità analitica possono offrire una valida chiave di lettura(seppure parziale) della sua opera e “dell’autore che vive per raccontarla”.

Sono molte le mostre e partecipazioni di Ugo La Pietra nel mese di settembre 2018:

  • Homo Faber, Venezia, Fondazione Giorgio Cini, Isola di San Giorgio 14-30 settembre
  • 100% Italia, Torino, Museo Ettore Fico – Mastio della Cittadella 21 settembre 2018-10 febbraio 2019
  • Pollution 2018, Bologna, Piazza Santo Stefano 23-28 settembre
  • 6th Çanakkale Biennial, Turkey 29 settembre-11 novembre
  • Body/Building, Lisbona, Galleria MADRAGOA 7 settembre-3 novembre 2018
  • La città scorre ai miei piedi, Milano, Galleria Ca’ di Fra 20 settembre-23 ottobre
Ugo La Pietra
Riconversione progettuale: paletti e catene, montaggio, 1979
Lei si definisce “figura fuori dal sistema”. Mi sembra che il suo “essere al di fuori” proponga uno straordinario ”sguardo critico” necessario a non esserne risucchiati.

Ugo La Pietra: Effettivamente, fuori dal sistema ha voluto dire poter “fare ricerca”, un’attività che per poter procedere in modo esplorativo non deve sottostare alle leggi della produzione e alle regole relative agli ambiti displinari.

Luciano Crespi paragona, non a caso, il suo universo progettuale e figurale in continua espansione a quello di Jorge Luis Borges. Quanto c’è nei suoi itinerari creativi del “Manuale di zoologia fantastica” del grande poeta Argentino?

Ugo La Pietra: Il Manuale di Zoologia fantastica all’inizio degli anni Sessanta mi aiutò a rendere ancora più libero il mio segno narrativo (con la serie di opere intitolate “La lepre lunare”)

Paletti e catene, concerto, 1979, Villa Olmo.
Quando e come nasce la sua teoria del Sistema disequilibrante?

Ugo La Pietra: Tutto nasce dai primi quadri del 1964/65 che Dorfles chiamò “randomici”. Il segno libero e gestuale interrompe e scompone la rigidità della texture programmata. Quest’ultima rappresenta tutte le costruzioni imposte dalla società repressiva, il segno gestuale rappresenta la mia volontà di “decodificare” e rompere gli equilibri acquisiti. Queste definizioni apriranno alla “teoria del sistema disequilibrante”.

Quanto è attuale questa sua azione destrutturante della realtà per rilanciare un nuovo umanesimo che, nel recupero di capacità immaginative, aiuti l’uomo a riappropriarsi di armonie vitali e di equilibri smarriti?

Ugo La Pietra: Per superare gli schemi e recuperare nuovi orizzonti immaginativi e operativi è chiaro che occorre come prima cosa “destrutturare” e poi decodificare.

Ugo La Pietra
Orti urbani: lasciamo la campagna, andiamo a coltivare i tanti spazi disponibili nella città!, montaggio, 2014
Un leitmotiv, quasi uno slogan, attraversa lo sviluppo delle sue ricerche sullo spazio urbano: “abitare è essere ovunque a casa propria”. Vuole spiegarci ,nelle diverse sfaccettature , la sua visione dell’abitare?

Ugo La Pietra: Abitare vuol dire soprattutto riuscire a connotare lo spazio, dilatando la nostra personalità nell’ambiente (proprio come si fa all’interno del nostro spazio domestico).Appropriarci dello spazio non è solo una pratica fisica ma soprattutto mentale. In molte mostre e libri e riviste ho descritto spesso esercizi utili per raggiungere questi obiettivi.

Quali i rimandi e le similarità concettuali con altre opere-ambiente realizzate negli anni ?

Ugo La Pietra: Altre opere che hanno fatto parte di questa ricerca sono sicuramente alcuni miei film degli anni Settanta e le piccole architetture in ceramica intitolate “Interno/esterno”.

Negozi e altre cose, 1969, I contenitori cilindrici scendono comandati da pulsanti.
Nella sua fertile dialettica esplorativa degli spazi abitativi- città/casa, pubblico/privato, interno/esterno- come si collocano le mutazioni evolutive del concetto di casa proposte in più operazioni con “Casa telematica” o “Casa palcoscenico”?

Ugo La Pietra: La Casa Telematica e le case Palcoscenico e Neoeclettica sono letture, dei nuovi rituali e del nuovo modo di pensare lo spazio e gli oggetti, condizionate dalla crescita dell’informatica e telematica e quindi di conseguenza dalla trasformazione della categoria memoria da “tridimensionale” a “bidimensionale”.

In fondo, al di là della sintassi abitativa dell’oggetto “casa”, mi pare di capire la interessi molto il rapporto di chi la abita col mondo esterno,le relazioni, i comportamenti, le interazioni con gli spazi urbani ed esistenziali dell’individuo.

Ugo La Pietra: Ho sempre pensato che occorra operare nel tentativo di rompere le barriere tra interno e esterno, spazio privato e spazio pubblico, tra centro e periferia, tra globalizzazione e diversità, tra naturale e virtuale!

Global Tools, 1974, foto riunione, Firenze.
La sua stanza “Un pezzo di strada nella stanza, un pezzo di stanza nella strada” è un ambiente che scardina queste barriere. Quanto essa è spazio fisicamente praticabile e quanto sottile metafora della condizione di limite di uno spazio domestico?

Ugo La Pietra:  Questa stanza è di fatto un set fotografico dove il pubblico (visitatori) si colloca per essere fotografato e dove l’immagine risulta appunto ambigua in quanto le due realtà, privato e pubblico, si sovrappongono e convivono. Lo spazio domestico si apre e trova continuità nello spazio pubblico.
L’opera era collocata nel 1979 nella mostra “Spazio reale / spazio virtuale” alla Triennale di Milano e, pur avendo una precisa connotazione storica, è ancora del tutto attuale in quanto architetti, designer e artisti non si sono mai impegnati intorno alla grande area disciplinare che potrebbe migliorare l’abitabilità delle nostre città.

La mia impressione è che il suo lavoro, intessuto di morbida ironia, frequenti, in modo lieve e nell’innocenza dell’incanto, i territori della poesia.

Ugo La Pietra: Credo tutto sommato che oltre a definirmi un “ricercatore” dovrei aggiungere che sotto c’è sempre stata la voglia di essere un “artista”. Vale a dire un operatore che sicuramente in qualche modo introduce nei propri itinerari la componente “poetica” che porta spesso il lavoro a comunicare alcuni contenuti carichi di significati sotterranei.

Ugo La Pietra
La città scorre ai miei piedi, montaggio e disegno, 1973
Nella sua progettualità quanto sono importanti i “territori della memoria”?

Ugo La Pietra: La mia memoria (carica di suggestioni raccolte da un’attitudine di osservatore ma anche dai segni che si accumulano nel tempo per la mia innata curiosità) è un pozzo senza fondo da cui posso attingere continuamente ma è anche un grande territorio in continua trasformazione dove crescono (anche con la mia partecipazione) erbe, piante, luoghi attraversati da sentieri che ho appena iniziato ad esplorare.

Per meglio tradurre il processo di indagine condotto in forma pittorica ed architettonica lei parla di “sinestesia tra le arti”. Come si realizza questa particolare relazione sensoriale che rimodula i confini tra le arti ?

Ugo La Pietra: I trasferimenti sinestetici tra le arti possono essere praticati nel momento in cui le discipline artistiche si aprono alla comprensione, agli stimoli e alle conquiste delle varie esperienze realizzate negli specifici ambiti disciplinari. Superando cioè l’integration des arts che si limitava, nella migliore delle ipotesi, a “collocare” tra loro le diverse esperienze: come quando l’architetto una volta finita l’opera lasciava lo spazio per l’affresco, un mosaico, un bassorilievo.

Ugo La Pietra
Ugo La Pietra su il Commutatore, 1970
Teodolinda Coltellaro

Teodolinda Coltellaro

Founder

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