Kessika Khazrik, In fires and fumigations 2021

Jessika Khazrik e la società dei falsi testimoni: l’artista libanese racconta la sua visione di una realtà ‘tossica’.

La pratica interdisciplinare di Jessika Khazrik, artista visiva, musicista, produttrice di musica elettronica e scrittrice, tocca questioni urgenti e scottanti, dal traffico di rifiuti tossici alla crisi bancaria in Libano, alla sorveglianza globale. I suoi progetti spaziano dall’eco tossicologia alla linguistica, fotografia, intelligenza artificiale e storia della scienza. Utilizza il cyberspazio per esplorare le insidie dell’economia globale, evidenziandone le manipolazioni.

Ho raggiunto l’artista, nata a Beirut nel 1991 (vive e lavora a Berlino) via web nel suo studio per parlare della sua ricerca in occasione della sua prima personale italiana presso la Galleria ar/ge kunst di Bolzano. Intitolata “Abeyance & Concurrence”, la mostra, conclusasi a maggio 2021, ha trasformato la vetrina della galleria in un diorama dinamico di immagini, sculture lenticolari, collage di fotografie e testi multilingue. L’installazione fa seguito al progetto (in corso) Blue Barrel Grove, che indaga un traffico illegale di rifiuti tossici.

A cura di Emanuele Guidi “Abeyance & Concurrence”, è stato controllato a distanza dallo studio dell’artista a Berlino attraverso un sistema software e hardware, che consentiva di modificare e aggiornare costantemente i contenuti, garantendo la presenza mediata e performativa di Khazrik.

L’idea di trasformazione, diventa una metafora del rapporto tra l’uomo e l’ambiente, inteso sia come spazio reale che virtuale.

Jessika Khazrik nor The Society of False Witnesses “Abeyance & Concurrence” at ar/ge kunst, Bolzano, 2021
Jessika Khazrik nor The Society of False Witnesses: “Abeyance & Concurrence” at ar/ge kunst, Bolzano, 2021. Photo: Tiberio Sorvillo.
Potresti spiegarmi a cosa si riferisce esattamente il titolo della tua mostra Abeyance & Concurrence presso ar/ge kunst?

Jessika Khazrik: Concurrence significa concomitanza di occorrenze simultanee. La parola “Concurrence”, racchiude anche la radice di currency, moneta, al suo interno. Nell’installazione compaiono alcune brevi frasi sulle valute, come striscioni di protesta, a volte più visibili a volte nascosti. Sento che l’idea di “valuta” è molto lontana da ciò che stiamo attraversando. Sulla base di una nozione e di un’esperienza condivisa di moneta, reattiva e sensibile ai cambiamenti e alle esigenze del presente, da tempo desidero evocare all’interno di un progetto, l’idea di “valuta anti-valuta” o AC2, per far breve una lunga storia.

Ho anche pensato alle numerose insurrezioni, a organizzazioni e strategie politiche che hanno la medesima matrice, come le proteste senza leader emerse negli ultimi anni in alcune delle nazioni più neoliberiste del mondo, ad esempio Cile, Libano, Iraq e Hong Kong.

Abeyance è un termine legale francese che descrive l’assenza di proprietà e responsabilità legali. Nel Cinquecento, quando iniziò ad essere utilizzato al di fuori del contesto giuridico, assunse il significato di qualcosa in disuso oppure dormiente, o qualcosa profondamente sepolto nella memoria o addirittura nel terreno, come i rifiuti tossici.

Detto tutto ciò, trovo una certa musicalità nel titolo della mostra, che vorrei poi tradurre in nuove melodie.

I concetti di multilinguismo, metamorfosi e opacità s’intrecciano in tutti i diversi filoni della tua pratica, visiva e sonora. Puoi parlarmi dei pensieri e delle esperienze che hanno plasmato il tuo approccio artistico?

Jessika Khazrik: Sento che la mia generazione, e questa è anche esperienza personale, è nata in un mondo in crisi, dove sono ancora in uso protocolli statali vecchi e stantii. È molto evidente che questi processi, spesso violenti, sono ormai inadeguati. C’è anche un sovraccarico di informazioni. Uno dei motivi dell’urgenza di sviluppare l’intelligenza artificiale è che pensiamo che sarà in grado di elaborare per noi tutte le informazioni che non abbiamo il tempo di processare.

Ci sono molti mezzi pervasivi per accumulare informazioni e dati, che esercitano potere su ambiti che dovrebbero essere privati: nella sorveglianza capitalista, nel sistema dei visti e nella burocrazia che regola il diritto alla mobilità, per esempio.

Allo stesso tempo, c’è una diffusa e fabbricata ignoranza sui modi in cui questi dati vengono raccolti e prodotti. Se si considerano gli attuali sviluppi nel campo della crittografia, disponiamo di sistemi anonimi che ci danno accesso al tracciamento dei contatti, ma non abbiamo nessuna informazione su come è stato diffuso il virus. Tuttavia, basandoci sul tracciamento dei contatti, dovremmo fare scelte personali su come condurre collettivamente le nostre vite.

Jessika Khazrik nor The Society of False Witnesses “Abeyance & Concurrence” at ar/ge kunst, Bolzano, 2021 Photo: Tiberio Sorvillo
Jessika Khazrik nor The Society of False Witnesses: “Abeyance & Concurrence” at ar/ge kunst, Bolzano, 2021 Photo: Tiberio Sorvillo.
È questo che intendi dire quando parli di ‘opacità’ dell’informazione?

Jessika Khazrik: L’opacità è un concetto diverso, è avere il diritto di essere ‘impermeabile’ e invisibile. L’opacità è ciò che serve per contrastare in modo attivo la sorveglianza e creare dinamiche alternative. Abbiamo anche bisogno di una diversa produzione della conoscenza, e di rendere più opachi alcuni livelli della nostra vita intima e personale. Questa è la nostra responsabilità collettiva.

Come entra questa stratificazione di concetti nella tua pratica artistica, in particolare rispetto al lavoro presso ar/ge kunst? In che modo la tecnologia è stratificata in Abeyance & Concurrence?

Jessika Khazrik: Organizzare la conoscenza in modo diverso significa anche organizzare lo spazio in modo diverso, poiché oggi le relazioni spaziali sono tossiche.

Ad ar/ge kunst, la stratificazione si manifesta su molti livelli diversi. L’idea di spostare l’opera fuori dalla galleria, sulla vetrina, è una sorta di protesta in un momento in cui tutti gli spazi sono chiusi.

Volevo creare una superficie che fosse allo stesso tempo piatta e molto profonda, reattiva e riflettente di ciò che accade all’esterno, in un modo molto materico.

Ma ci sono altri significati. Per molto tempo non ho potuto viaggiare. Avrei già voluto limitare i miei viaggi in solidarietà con le vittime del Covid, ma da marzo 2020 fino a gennaio 2021 non sono stata in grado di muovermi perché non rientravo nei criteri di classificazione del sistema dei visti.

Questo si riflette nel mio uso della tecnologia. Ho installato un sistema di accesso remoto su un piccolo computer a Bolzano, che mi permette di manipolarlo dal mio studio a Berlino. Ho anche costruito un sistema di altoparlanti composto da trasduttori, che creano vibrazioni sulla vetrina, con altoparlanti resistenti alle intemperie utilizzati sulle navi, perché anche i canali di circolazione delle merci e l’economia dei cargo sono elementi molto importanti che prendo in considerazione nel il mio lavoro.

Oltre 250 piccole luci, possono essere controllate a distanza. Posso registrare una frase a Berlino e farla apparire sull’installazione in pochi secondi. In breve, anche se non posso essere fisicamente presente, la mia presenza mediata e il mio potere operativo sono lì. In un modo molto banale, metto un aspetto performativo nel lavoro.

Il team di ar/ge kunst è stato eccezionale nell’aiutarmi a configurare l’installazione e, considerando che si tratta di un sistema di accesso remoto completamente nuovo che ho dovuto inventare a livello di software e hardware, tutto ha funzionato molto bene.

Artlkers :Jessika Khazrik nor The Society of False Witnesses “Abeyance & Concurrence” at ar/ge kunst, Bolzano, 2021 Photo: Tiberio Sorvillo
Jessika Khazrik nor The Society of False Witnesses: “Abeyance & Concurrence” at ar/ge kunst, Bolzano, 2021 Photo: Tiberio Sorvillo.
Mi parleresti della relazione tra verità, falsa testimonianza e manipolazione dell’informazione come armi politiche in relazione alla tua pratica? In particolare nel tuo progetto, ancora in corso, Blue Barrel Grove, che è stato esposto in molti paesi diversi?

Jessika Khazrik: Finché saranno in uso pratiche documentarie datate, e possiamo considerare la vista come tale, e finché la politica sarà basata su attestazioni documentarie molto selettive, ci sarà spazio per le false testimonianze.

Il mio lavoro sulle false testimonianze è iniziato nel 2013, quando cominciai ad interessarmi a un episodio del lontano 1988. Allora fu scoperto un traffico di rifiuti tossici fortemente contaminati dall’Italia verso il Libano, 15.800 barili blu e 20 container, scaricati in diverse discariche segrete. Il traffico era gestito da una fazione della mafia italiana in combutta con la milizia delle Forze libanesi, creata durante la guerra civile libanese, oggi parte del governo.

Il governo nominò tre scienziati per l’indagine, un idrologo, un ingegnere nucleare e un farmacologo ed eco tossicologo, fatto interessante perché gli investigatori di solito provengono da un ambiente legale o a volte giornalistico.

Gli investigatori erano incaricati di trovare le discariche abusive e raccogliere campioni da testare. Quando il caso portò a massicci scandali pubblici, il governo, si crede sotto la pressione del governo italiano, cercò di chiuderlo.

Vi furono molte di falsificazioni di documenti da entrambe le parti su ciò che era all’interno dei barili: la contraffazione di questi documenti è un fatto drammatico in Libano, ma succede anche in altri luoghi, Italia compresa.

La prima richiesta degli scienziati nel loro rapporto fu quella di restituire i rifiuti all’Italia, che avrebbe dovuto coprire le spese dell’operazione, con la sovraintendenza dell’Ambasciata. Lo scandalo scoppiò dopo dodici anni di guerra, le infrastrutture erano distrutte. Il Libano non è un paese industriale, non c’erano i macchinari per smaltire i rifiuti, dissero gli scienziati. Per non parlare dei mezzi per produrli.

Jessika Khazrik, Blue Barrel Grove 2014- ongoing
Jessika Khazrik: Blue Barrel Grove, 2014-0ngoing | Courtesy of the artist.

Dopo sette anni, l’inchiesta fu forzatamente chiusa, e si trovò un capro espiatorio. Fu nominato un nuovo procuratore, chiamato Said Mirza, che a metà degli anni 2000 si guadagnò il soprannome di “giudice dei falsi testimoni” perché ogni volta che un caso diventava controverso, accusava i testimoni di falsa testimonianza. Molti di coloro che dicevano la verità furono accusati. Da lì nasce la mia Società dei Falsi Testimoni (The society of false witnesses).

Il farmacologo e fotografo Dr. Pierre Malychef fu incarcerato per una settimana per falsa testimonianza. Era un personaggio pubblico noto e benvoluto, aveva anche lavorato per scoprire l’inquinamento causato dalle grosse cave, spesso illegali, e per questo avevano piazzato due bombe nella sua farmacia.

Mentre pensiamo alla scienza come alla voce della verità, proprio gli scienziati incaricati di scoprirla furono messi a tacere, attaccati e screditati come falsi testimoni da chi aveva dato loro l’incarico.

Di recente, sulla scia della grave crisi bancaria in Libano, hai avuto una brutta esperienza che è diventata lo spunto per una mostra. Cosa è successo?

Jessika Khazrik: Il 10 gennaio 2020 ho visitato la mia banca che da due mesi mi bloccava il conto. Con la crisi bancaria in Libano le persone sono state espropriate dell’accesso al loro reddito e alle loro pensioni, e alcune prove dimostrano che la polizia ha iniziato a prendere denaro dalle banche per proteggerle dai clienti, impedendo alla gente di prelevare e anche di protestare, il tutto agendo senza alcuna giustificazione legale.

Al terzo, vano tentativo di prelevare, ho detto loro che il sistema bancario è diventato una forma alternativa di governo: dovrebbe schermare le persone dalla crisi, ma al contrario, è una delle sue principali cause.

Allora sono stata “invitata” in un piccolo ufficio e trattenuta per 3 ore e mezza. Hanno cercato di picchiarmi, hanno guardato su internet cosa facevo, hanno criticato tutto, in totale violazione della legge. Ero fisicamente, letteralmente, tenuta prigioniera dal capitalismo. Credo che tutti noi siamo da tempo prigionieri del capitalismo.

Da questa esperienza è nata VRLAMXXAB8ND, un’installazione a cinque canali esposta alla Kunsthalle di Vienna. Consisteva in ambiente sonoro e luminoso dinamicamente immersivo, con una stampa in vinile sul pavimento di 12 x 7 m. che ha trasformato lo spazio in una sorta di prigione intergalattica, scrigno di una banca e/o cripto-pista da ballo.

In un momento in cui è difficile vedere la speranza, sto iniziando a capire che se il capitalismo è forte perché così pervasivo, ma questo lo rende anche vulnerabile. Perché anche noi siamo pervasivi: se tutti insieme agiamo per un diverso modello economico, allora la nostra azione sarà efficace e forte. Anche l’anticapitalismo puo’ essere ovunque.

Jessika Khazrik: Blue Barrel Grove, 2014-0ngoing | Courtesy of the artist.
Ho letto che entrambi i tuoi genitori hanno in qualche modo influenzato la tua direzione artistica, in particolare l’aspetto performativo.

Jessika Khazrik: Mio padre era un cantante jazz, lavorava nella vita notturna di Beirut e nei primi otto anni della mia vita sono cresciuta ascoltando concerti. Mi ha anche insegnato molto sul cinema.

La mia prima performance rileggeva la tesi di mia madre sull’influenza della prostituzione sul turismo. Alcuni hanno messo in dubbio la veridicità della mia storia, ma la mia risposta è: beh, questa è mia madre!

Mio padre adorava raccontare storie e mia madre amava nasconderle. Penso che la mia educazione e la postmemoria abbiano contribuito molto alla mia formazione come investigatrice!

Kessika Khazrik, The Influence of Prostitution on Tourism, 2013
Kessika Khazrik, The Influence of Prostitution on Tourism, 2013| Courtesy of the artist.
Dal momento che hai parlato di postmemoria, potresti descrivere il tuo rapporto con la tua città, Beirut? In un’intervista per Mixmag nel 2019, hai affermato che “C’è molto di più da approfondire a Beirut oltre alla guerra e alla postmemoria”. Ti riferivi ai rifiuti tossici?

Jessika Khazrik: In questo momento mi sento ferita da Beirut, ma non importa, è comunque la mia città. Con la rivoluzione c’era così tanto spirito autentico di collettività! Ora siamo in uno stato di polizia, invasivo e crittocratico. Non credo però che la rivoluzione sia davvero finita, anzi è solo agli inizi. Il discorso antimilitarista è ancora molto vivo in tutta la regione, sebbene il Libano sia uno degli stati più militarizzati.

Quando parlo di Beirut “tossica” non mi riferisco solo ai rifiuti tossici, ma allo stato di espropriazione a più livelli, dall’abuso che ho subito da parte della banca a quello di pagare servizi come acqua e elettricità due o tre volte, senza poi poterne usufruire. Molte persone hanno accesso all’elettricità solo per due ore al giorno (anzi, diciamo che sono senza per ventidue ore al giorno!) e molti pagano fino a tre bollette al mese per l’acqua. In un paese costiero!

Se non sbaglio hai anche realizzato un progetto sul rumore costante e diffuso di generatori elettrici privati ​​a Beirut, utilizzati per aggirare le frequenti interruzioni di corrente.

Jessika Khazrik: Una cara amica scrittrice li chiama “generatori privati ​​di ansia” perché il loro rumore non si ferma mai.

Si parla anche molto (ma mai abbastanza) di quanto siano inquinanti questi generatori. Ho provato a calcolare le loro emissioni prelevando campioni in luoghi diversi e ho chiesto a un ingegnere ambientale e a un idrologo di esaminare i risultati. Oltre il 29% delle emissioni proviene da generatori privati. Se non ne avessimo bisogno, potremmo ridurre le emissioni in uno o due anni del 25%.

Jessika Khazrik: Savvy Contemporary, 2019
Jessika Khazrik: The long term You Cannot Afford. On the distribution of the toxic, 2019- research performance and exhibition at Savvy Contemporary, Berlin | courtesy of the artist.
L’intelligenza artificiale è importante nel tuo lavoro, ma hai affermato che il modo in cui viene sviluppandosi oggi tende a riproporre degli stereotipi. In che modo, e qual è il tuo contro-approccio a questo?

Jessika Khazrik: Sono tanto coinvolta nella demilitarizzazione quanto nella declassificazione dei dati, penso che siano complementari. Sebbene ritenga che l’intelligenza artificiale sia sempre pubblicizzata come “il nuovo”, se guardi all’architettura dell’apprendimento automatico, funziona sempre e solo attraverso la riproduzione di dati in un certo senso ‘vecchi’.

Questi dati possono essere raccolti in modo pervasivo e segreto, senza controllo pubblico sulla loro conservazione e finalità. Ontologicamente, direi che l’IA, così com’è ora, è molto lontana dall’avere una soggettività, e che il personaggio di un romanzo è più artificialmente intelligente. Dovrebbe esserci più dibattito pubblico, e una rivoluzione curriculare, per sviluppare un’intelligenza artificiale che non riproduca i sistemi di classificazione violenti del passato.

Jessika Khazrik nor The Society of False Witnesses: “Abeyance & Concurrence” at ar/ge kunst, Bolzano, 2021 Photo: Tiberio Sorvillo.
Hai anche affermato che “quella che abbiamo oggi non è solo una crisi economica, ma una crisi dell’immaginazione”. L’emarginazione di alcune pratiche artistiche è in parte dovuta all’ansia che tali pratiche possano essere parte di un motore di cambiamento?

Jessika Khazrik: L’arte è allo stesso tempo mercificata ed emarginata. Nel capitalismo avanzato, possiamo anche assistere a pratiche artistiche molto rivoluzionarie a livello di promessa. Ma una situazione per essere rivoluzionaria oggi, deve avvenire contemporaneamente in molti campi. Ad esempio, arte, scienza e diritto dovrebbero mescolarsi in modo più visibile.

Pensi che la crisi dovuta alla pandemia sarà in qualche modo un agente di cambiamento?

Jessika Khazrik: Non siamo riusciti a prepararci e ad affrontare questa crisi. Ma d’altra parte con la crisi del Covid è arrivata molta chiarezza, quindi c’è speranza di trasformazione. Prima hai menzionato il termine metamorfosi, che solo di recente è stato usato in relazione alla mia pratica artistica. Ma sono d’accordo sul fatto che io sono sempre alla ricerca del potere trasformativo.

Durante la crisi del Covid sono state elaborate strategie logistiche e regole di lockdown immediato, sebbene non basate su dati statistici corretti, tanto da provocare talvolta reazioni violente. Per anni abbiamo rinnegato la narrazione alla base del concetto di ‘stato’, che si basa in gran parte su prognosi e previsione, e abbiamo anche dimenticato che la storia umana è piena di pandemie. La risposta al virus è stata massiccia perché ha interrotto i canali di produzione, ma non pensiamo negli stessi termini e con ritmi simili ai rifiuti tossici.

Permettiamo che il mondo venga sospeso per eliminare il virus, ma i rifiuti tossici invece rimarranno nell’ambiente e causeranno disastri a lungo termine, come si è visto con l’esplosione dello scorso agosto a Beirut. Occorre trovare mezzi per trasformare il sistema e affrontare con altrettanta urgenza la circolazione del tossico.

Alessandra Alliata Nobili

Founder e Redazione | Milano
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