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Maïmouna Guerresi: metamorfosi e identità dello spirito

Di fama internazionale, l’artista Maïmouna Guerresi (Vicenza, 1951 – vive e lavora tra Italia e Senegal) è protagonista della mostra Rûh / Soul (letteralmente “spirito interiore”, dall’arabo) in corso fino al prossimo 18 gennaio 2020 a Milano, alla galleria Officine dell’Immagine.

Attraverso fotografie, video, installazioni e sculture, l’artista esplora fin dagli anni ’80 il concetto di metamorfosi in tutte le sue accezioni spirituali, fisiche, identitarie, a stretto contatto con l’universo naturale, interiore ed esteriore, in una pratica artistica intrisa di ritualità e misticismo, e al tempo stesso aperta alla multiculturalità, all’inatteso, alla contaminazione verso l’unione.

Seguo il suo percorso da molti anni e, puntualmente, ogni opera che incontro ha il potere di risucchiarmi all’interno di una narrazione totalizzante, in cui ogni dettaglio diventa una porta verso una realtà immateriale, diffusa intorno a noi, da accogliere qui e ora.

Ho fortemente voluto quest’intervista perché ritengo la sua ricerca fra le più attuali e necessarie del nostro tempo, con una visione precisa dell’unico futuro possibile: quello in cui siamo tutti esseri viventi sullo stesso straordinario pianeta, ognuno con la propria diversa umanità.

(link e approfondimenti in fondo all’articolo)

Maïmouna Guerresi: Swing, 2018
Maïmouna Guerresi: Swing, 2018 – Lambda Print, 200×114 cm ciascuno (dittico) | courtesy Maïmouna Guerresi e Officine dell’Immagine, Milano

Vorrei raccontare questa storia dall’inizio. Il tuo percorso nei sentieri dell’arte comincia già negli negli anni ’80, ma assume una nuova connotazione con la tua conversione al credo Sufi, risalente al 1991.

Come è avvenuto questo cambiamento e come è mutato il tuo modo di concepire e di fare arte in seguito a questa nuova consapevolezza spirituale?

Maïmouna Guerresi: I miei primi lavori si inserivano nel contesto della body art, ma nello specifico nella ricerca del mito e delle radici storiche dell’evoluzione formale del corpo e della simbologia.
Ero artista ed opera d’arte nello stesso tempo, cercavo un contatto cosmico con l’universo divenendo nelle mie performance albero, cioè media tra cielo e terra, e con il mito di Dafne, rappresentata nella statua barocca del Bernini, che nel tocco di Apollo nello sfiorare l’ombelico si trasforma in alloro mettendo una corteccia sul corpo.

Questo concetto di metamorfosi è continuato in seguito nel mio lavoro, con temi e soggetti diversi.
L’incontro con l’Africa mussulmana è stato determinante per le mie successive scelte artistiche, i miei lavori in quel periodo annunciavano un cambiamento.

E comunque per me è impossibile disunire il mio pensiero più intimo e le mie esperienze di vita con la mia volontà di esprimermi attraverso l’arte.

Dopo il mio incontro con il Muridismo in Senegal e in seguito la mia conversione all’Islam, ho sentito la necessità di esprimere questo mio cambiamento e rinnovata spiritualità attraverso la mia arte, cercando di far emergere e poi rappresentare quelle sensazioni ed emozioni che ho provato, frequentando i luoghi santi e l’incontro con grandi personaggi religiosi dell’Africa mussulmana.

Maïmouna Guerresi: Yaye Fall, 2019
Maïmouna Guerresi: Yaye Fall, 2019 – Lambda Print, 200×125 cm | courtesy Maïmouna Guerresi e Officine dell’Immagine, Milano

Sei senegalese d’adozione. Che cosa significa il nome Maïmouna e soprattutto che cosa significa portarlo nell’Italia di oggi e nel territorio veronese, dove sei nata e cresciuta e in cui vivi ancora per lunghi periodi dell’anno, incorso in episodi e fatti di cronaca anche politica (dallo stadio ai temi sulla famiglia) che non accolgono sempre la libertà di pensiero?

Maïmouna Guerresi: Maïmouna è un nome arabo e significa “protezione divina”, è il nome di mia madre spirituale e di quella adottiva in Senegal.
Questo nome l’ho adottato anche in arte come affermazione della mia rinnovata scelta identitaria, non di quella imposta dalla nascita.
Una scelta che mi ha spinto a riflettere sulla mia arte e ad elaborare ampie tematiche.

Nel Veneto dove ho lo studio-casa, il contatto con il territorio è soprattutto con i laboratori di scultura, con pochi amici italiani e alcune famiglie marocchine o senegalesi che hanno i figli nati qui in Italia e che naturalmente si sentono italiani.

Riguardo i comportamenti razzisti della cronaca recente, dichiarano il livello di ignoranza di chi li manifesta. Purtroppo ci si rende conto quanta strada c’è ancora da fare, specialmente in Italia, per raggiungere un livello di maturazione, intellettuale morale e civile.
Poi se si aggiunge la deviante propaganda politica del voler fermare l’invasione straniera, appoggiata a volte da informazioni morbose giornalistiche e dai nostalgici imbecilli che infiammano ancora di più l’ignoranza della paura dello “sconosciuto”.

Si forma così un circuito assurdo dove invece di conoscere e condividere nuove culture, aiutare l’accoglienza, si creano barriere tra esseri della stessa specie, cioè esseri umani.
Solo perché la pigmentazione della pelle è più scura o più chiara o perché professa una fede piuttosto di un’altra.

D’altronde specialmente in Italia c’è questa latente, ma ormai purtroppo dichiarata nostalgia dell’uomo forte (ora anche dalla donna dalla voce prepotente…). Questo determina che non c’è una coscienza etica, gli italiani sono ancora immaturi, vogliono ancora la mamma o il papà che gli dia le risposte anche sbagliate o sceme, ma che siano forti, urlanti, dittatoriali… però sono subito tutti d’accordo con l’America quando vuole abbattere i dittatori per portare le democrazie…

Io comunque prendo spesso il volo per altri continenti, compresa la mia seconda nazione che è il Senegal.

Maïmouna Guerresi: Queen Hathun, 2015
Maïmouna Guerresi: Queen Hathun, 2015 – Lambda Print, 323×182 cm (10 pannelli) | courtesy Maïmouna Guerresi e Officine dell’Immagine, Milano

Le foto, i video, le installazioni affrontano tematiche di estrema attualità quali i conflitti religiosi, l’inquinamento globale, il ruolo della donna, ma con una narrazione visiva in cui mi sembra di ritrovare una connessione con la natura e la componente mistica di cui è custode. Ci parli di questo legame?

Maïmouna Guerresi: La narrazione del mio lavoro spazia su diversi argomenti: dal sentimento panteistico della natura, alla consapevolezza della propria identità in continuo cambiamento, all’essenza femminile intesa come evoluzione spirituale, alla conoscenza della fede islamica, interpretando le sue molteplici sfaccettature culturali, sociali e sincretiche.

Mi piace mettere in scena diverse tematiche, come nella mostra che ho in corso a Milano da Officine dell’Immagine. Qui il fil rouge è la natura, che diventa metafora di ricerca del sé.
Un universo dove io esploro attraverso i miei temi ricorrenti: la metamorfosi, il contatto mistico, l’elevazione e l’infinito.

In una particolare opera fotografica, intitolata ramo–ombelicale (Branch-Navel), il protagonista è simbolicamente collegato a se stesso da un ramo che esce dal suo cappello e si estende all’altra testa del personaggio.

Questo ponte dato da un simbolico ramo diventa una connessione energetica, la ricerca di una nuova dimensione ed evoluzione sociale, che va oltre i confini interiori e geografici.

Elementi naturali come alberi, rami e radici sono ricorrenti nel mio lavoro, diventano un simboli di ricerca continua verso l’unione cosmica.

Il verde intenso visibile sullo sfondo delle foto e dipinto da me, insieme ai vestiti colorati indossati dai personaggi, contribuiscono a creare un atto unico, onirico e metafisico.

Maïmouna Guerresi: Branch-Navel (Beyond the Border), 2019
Maïmouna Guerresi: Branch-Navel (Beyond the Border), 2019 – Lambda Print, 50×133 cm | courtesy Maïmouna Guerresi e Officine dell’Immagine, Milano
Maïmouna Guerresi: Flow (Beyond the Border), 2019
Maïmouna Guerresi: Flow (Beyond the Border), 2019 – Lambda Print, 105×140 cm ciascuno | courtesy Maïmouna Guerresi e Officine dell’Immagine, Milano

Nella tua ricerca che valore assume il corpo, sospeso in una monumentalità senza tempo?

Maïmouna Guerresi: Spesso i miei personaggi assumono qualità inaspettate.
Come nelle opere recenti, dal titolo Trampoline, ricerco un possibile equilibrio nel vuoto.
L’opera Surprise ha sorpreso anche me, quando ho visto i due bimbi guardare la figura della madre velata alzarsi, ho scattato immediatamente una foto.

Queste opere rappresentano una metafora dello spirito che si eleva in tutta la propria grandezza, un corpo mistico che trascende la dimensione temporale per entrare nel sacro e la possibilità, un giorno, di ottenere queste facoltà.

Alzare lo sguardo e cogliere l’essenza stessa della natura umana, la ricerca di un linguaggio artistico, transculturale e pertanto universalmente recepibile e andare oltre al dualismo Oriente – Occidente.

Maïmouna Guerresi: Suspended, 2009
Maïmouna Guerresi: Suspended, 2009 – Lambda Print, 200×125 cm | courtesy Maïmouna Guerresi e Officine dell’Immagine, Milano

Tessuti come vesti di un mondo interiore, copricapo come propagazioni verso il cielo, colore come spazio emozionale autentico sono elementi visivi costanti.

Che rapporto ha il tuo lavoro con il mondo della moda e con il femminile?

Maïmouna Guerresi: Il termine moda non si adatta alla mia espressione artistica. Infatti i costumi che realizzo, non sono per essere portati, ma sono statici monumentali, fanno parte di un atto creativo e unico che si esplica nella fotografia o nelle mie sculture.

Sospensione, mistero, spazi vuoti, oscuri e concavi sono gli elementi con i quali mi esprimo nelle mie composizioni fotografiche.
I vestiti a forma di architetture metafisiche e surreali che indossano i miei personaggi diventano nella fotografia un tutt’uno con il loro corpo.

Nonostante ciò, esiste qualche affinità con i creativi della moda dato che sono io a disegnare e realizzare i costumi per i miei personaggi.

Recentemente sono stata coinvolta a partecipare, assieme ad altre artiste internazionali, stilisti, fotografi e cineasti provenienti da Europa, Africa, Stati Uniti e Asia, a una particolare mostra dal titolo “Modest Fashion” allo Stedelijk museum Shiedman, Rotterdam, che dura fino al prossimo febbraio (ideata e curata da Rajae El Mouhandiz, con il contributo di Alexandra van Dongen, the Moroccon-Dutch designer Saïd Mahrouf).

Il concetto della mostra non è solo una connessione tra moda e arte, ma soprattutto una nuova visione del corpo femminile che sta prendendo consenso da parte di molte donne musulmane.

Questo permette di raggiungere voci diverse, “realtà multiple”, che instaurano un dialogo sfidando l’un l’altro dei mondi e delle nuove realtà.

Maïmouna Guerresi: Aisha, 2015
Maïmouna Guerresi: Aisha, 2015 – Lambda Print, 200×125 cm | courtesy Maïmouna Guerresi e Officine dell’Immagine, Milano

Gli scenari che prepari con cura sono allo stesso tempo spogli e intrisi di elementi fortemente allusivi: altalene, trampolini, porte, tavoli, oggetti rituali, componenti naturali… ogni dettaglio ha un ruolo essenziale all’alchimia della narrazione.

Mi chiedevo se la post-produzione sia da considerarsi un momento integrato nella fase progettuale o piuttosto un’operazione tecnica che subentra solo successivamente.

Maïmouna Guerresi: Nei miei lavori c’è sempre una fase progettuale e compositiva, e anche la post produzione è un elemento importante che però cerco di limitare il più possibile.
Nella preparazione delle mie opere fotografiche le scenografie, gli abiti, i personaggi e i fondali dipinti da me, fanno parte di una rappresentazione, di una ricerca di un equilibrio estetico e interiore.

Le scritte che pongo sui miei fondali fotografici, invocazioni, parole o anche solo lettere, oltre che essere una decorazione grafica, assumono una valenza esoterica e taumaturgica.

Quando realizzo le mie fotografie, quasi sempre all’esterno, può succedere l’imprevisto, un colpo di vento, un raggio di sole o un oggetto che metto all’ultimo momento, e questo può cambiare la scena in maniera inaspettata.
Lo scatto decide poi il risultato finale.

Maïmouna Guerresi: Red Balance, 2018 -
Maïmouna Guerresi: Red Balance, 2018 – Lambda Print, 100×63 cm | courtesy Maïmouna Guerresi e Officine dell’Immagine, Milano

Come consideri quindi la tecnologia?
Gli strumenti che utilizzi sono solo un mezzo compositivo o assumono una particolare valenza anche filosofica?

Maïmouna Guerresi: Gli strumenti che adopero sono di diverso tipo, da quelli tecnologici come le fotocamere digitali a quelli più tradizionali del gesso, terracotta, bronzo, stoffa.
Il mezzo in sé non ha una valenza filosofica, salvo che determinare il periodo storico in cui viene usato, ma può assumere una sua valenza nel modo in cui l’artista stesso lo adopera e crea l’opera.

Nel mio caso, come ho scritto precedentemente, le scenografie che io realizzo per le mie foto, sono il risultato di un rituale preparatorio, un atto unico che si esplica solo nello scatto fotografico, soprattutto perché ogni volta che dipingo i miei fondali li cancello per realizzarne di nuovi.

Funziona allo stesso modo per la scultura e le installazioni?

Maïmouna Guerresi: Certamente, la scultura comunque è più complessa e lunga da realizzare ed è soprattutto tridimensionale, così per me è necessario raggiungere un equilibrio in tutti i suoi lati.

Maïmouna Guerresi: Blue Trampoline, 2016 -
Maïmouna Guerresi: Blue Trampoline, 2016 – Lambda Print, 200x91cm | courtesy Maïmouna Guerresi e Officine dell’Immagine, Milano

Mi incuriosiscono molto le piantine geografiche e i tracciati che appaiono nei fondali di alcuni tuoi lavori, come White Cup del 2014, Swing o Red Balance del 2018, ma anche in Torch o in alcuni Trampoline del 2016. Che diverse connotazioni hanno?

Maïmouna Guerresi: I profili geografici degli stati o le scritte che inserisco sui muri dei miei fondati fotografici, sono soprattutto dei motivi grafici e decorativi, ma hanno anche il compito intensificare il contesto culturale in cui si ambienta l’opera.
I perimetri geografici disegnati sulle pareti spesso sono posizionati in modo casuale, li unisco poi con delle linee rette, come un percorso mentale.

I protagonisti delle mie fotografie spesso camminano o sostano in spazi insoliti, sembrano aver adottato nuove facoltà fisiche e spirituali.
Questi personaggi rappresentano una metafora dell’idea di identità, un’idea che è stata rielaborata in questo lavoro sulla base di coordinate spaziali, culturali e linguistiche illimitate, senza perimetri geografici.

Maïmouna Guerresi: Torch, 2016
Maïmouna Guerresi: Torch, 2016 – Lambda Print, 100×63 cm ciascuno (dittico) | courtesy Maïmouna Guerresi e Officine dell’Immagine, Milano

Questa parabola sul concetto di identità, che tu hai cercato e scelto andando oltre confini e dettami precostituiti, può essere estesa all’uomo contemporaneo?

Maïmouna Guerresi: Certamente il concetto di identità è riferito a noi esseri umani, un’identità in continua evoluzione dalla nascita fino alla rinascita….
Dobbiamo essere coscienti del proprio corpo spirituale e della sua evoluzione.

Immagino che attraverso una pratica evolutiva spirituale si possa accedere ad inusuali facoltà fisiche mentali sensoriali e visive, tali da poter riconoscere in se stessi e negli altri la propria natura interiore, tanto che persino la parola “identità” possa diventare un termine obsoleto.

FONTI e APPROFONDIMENTI:
- sito web ufficiale dell'artista Maïmouna Guerresi (link)
- sito web ufficiale della galleria Officine dell'Immagine, Milano (link)
Maïmouna Guerresi: What Kind Of, 2016
Maïmouna Guerresi: What Kind Of, 2016 – Lambda Print, 125×125 cm | courtesy Maïmouna Guerresi e Officine dell’Immagine, Milano

Alice Traforti

Founder e Redazione | Vicenza
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