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Andrea Bianconi in Texas: Prisoner of Love + Kiton

Quando scrivo un’intervista, spesso immagino già quelle che potrebbero essere le risposte alle mie domande.
A volte mi capita anche di fare centro.
Altre, invece, canno alla grande – come nell’ennesimo test a sorpresa, solo che quella piacevolmente sorpresa sono io, non il test.

Un esempio. Cogliendo l’occasione di questa sua ultima mostra Prisoner of Love alla Barbara Davis Gallery di Houston, in Texas, io volevo intitolare questa seconda intervista ad Andrea Bianconi sulla falsa riga di “Lezioni americane” (WOW), per carpire tutti i segreti che l’avantissimo Nuovo Continente ha insegnato all’artista, negli ultimi anni, in termini di approccio e di mercato.
Invece realizzo che è piuttosto vero il contrario: Andrea Bianconi docet, in ogni dove ci sia terreno fertile per la sua arte.

Ora veniamo a noi. Qui si parla appunto di come si può stare in tutti i luoghi, andando sempre, per ritornare sempre, per andare sempre.
Entrando in ogni gabbia per poterne uscire, per entrare in un’altra e romperla ancora.
Vi ho già detto troppo.

Forse, vi conviene leggere prima questa: Andrea Bianconi in carcere: la potenza evasiva della performance.

Andrea Bianconi: My Princess, 2019 – installazione di 39 elementi in metallo, corda, cotone, smalto, dimensioni ambientali | courtesy Barbara Davis Gallery, Houston, Texas

Caro Andrea, ti senti più performer o più creatore di istanze visive?
Quale valenza pesa di più all’interno del tuo fare arte?

Andrea Bianconi: Tutto è legato a tutto. Tutto è un grande viaggio dove ogni cosa, luogo, momento, elemento ne fanno parte. Cerco sempre di immaginare ogni aspetto, ogni lato, ogni angolo, ogni visione. Tutto è con tutto.
Tante domande formano una grande domanda che cerco di sviluppare in tutti i modi e con tutti i mezzi possibili.

Alcune volte mi sento più performer, altre più cacciatore di idee, altre ancora cerco ossessivamente risposte, altre volte contamino mille domande, sempre vivo e convivo con l’inaspettato. Ho bisogno del tutto perché il Tutto è legato a tutto.
Per esempio un dialogo tra due persone è diventato performance, o una situazione di costrizione è diventata disegno, un’immagine vista è diventata azione, un sogno è diventato realtà.

Andrea Bianconi: Prisoner of Love 2, 2019 – ink su tela, 165 x 165 cm | courtesy Barbara Davis Gallery, Houston, Texas

La tua galleria di riferimento si trova in Texas.
Come sei finito così lontano da casa e, soprattutto, come coniughi la gestione di un mercato oltreoceano pur mantenendo il tuo centro produttivo e di ispirazione nella provincia italiana?
Mi interessa proprio capire come vivi questa forte proiezione in un contesto di base piuttosto statico.

Andrea Bianconi: Ho appena inaugurato la tredicesima personale da Barbara Davis a Houston, in Texas. La prima la feci nel 2007. Considero Houston un po’ la mia seconda casa. Il rapporto con la mia galleria americana è quasi quotidiano. Ho vissuto a New York per parecchi anni, ora vado torno, torno e vado.

Il mio studio è ad Arzignano, ma è anche a Houston, anche a New York, anche in qualsiasi posto decida di andare.
Ho bisogno del mio rifugio, del mio nascondiglio, ho bisogno di sentire le mie radici pur avendo sempre due grandi ali.
Mi piace partire per poi tornare. Mi piace sognare di realizzare il sogno per poi sognarne uno nuovo.
Le nuove idee nascono nel mio studio di Arzignano per poi svilupparsi e prendere forma altrove. Comunque anche un viaggio aereo (terra+ ali+ volo+ terra) può sviluppare idee… mi capita molto spesso.

Andrea Bianconi nello studio di Arzignano

In Italia mantieni un’importante attività espositiva a livello soprattutto istituzionale.
Dal tuo punto di vista, quali sono le diversità che percepisci maggiormente tra il mercato italiano e quello americano?

Andrea Bianconi: Con la mia galleria americana ho un rapporto più che decennale, consolidato. Non mi piace parlare molto di mercato, cerco sempre di realizzare quello che penso, sogno, voglio. Il resto è una conseguenza di ciò che voglio, sogno, penso.

Andrea Bianconi: My Princess, 2019 – installazione di 39 elementi in metallo, corda, cotone, smalto, dettaglio | courtesy Barbara Davis Gallery, Houston, Texas

Lo scorso 5 settembre ti ha visto protagonista di un evento oltreoceano in collaborazione con Kiton, nello showroom texano, in cui la linea tra azione performativa e creazione di segni è emblematica di ciò che dicevamo prima e si inserisce in pieno in un contesto di contaminazione tra la sfera dell’arte e il mondo della moda.
Vuoi raccontarci di Kiton e di questa fertile unione di intenti?

Andrea Bianconi: I love Kiton.
Era il 2007, ero arrivato da poco a New York. Ciro Paone, presidente e fondatore della Kiton, mi diede la grandissima opportunità di esporre nella boutique di NY. Dopo anni, pochi mesi fa, ho creato delle opere per lo showroom di Milano, frecce e gabbie, ed ora a Houston ho realizzato 50 t-shirt limited edition, in cui parte del ricavato andrà a sostegno del Museum of Fine Arts.

Il legame arte e moda è molto forte, la contaminazione è fondamentale. I linguaggi, i segni, le visioni devono parlare tra loro.
I pubblici nel senso di diversi tipi di pubblico devono unirsi, gli spazi devono coesistere, condividere, contaminare. Il tempo corre e corriamo con il tempo. Quando l’arte e la moda comunicano con il tempo conquistano lo spazio.

Andrea Bianconi: Limited edition for Kiton, 2019

Prisoner of Love è invece il titolo della mostra in corso alla Barbara Davis Gallery di Houston, fino al 19 ottobre 2019. La mostra si sviluppa concettualmente dalla performance al carcere di San Vittore a Milano dello scorso aprile.
In che modo l’uomo è prigioniero dell’amore?

Andrea Bianconi: Punto di partenza della mostra è la canzone che ho cantato assieme alle detenute durante la performance al carcere di San Vittore. “… per fare l’occhio ci vuole il cuore, per far il cuore ci vuol l’amore, per far l’amore ci vuol Cupido, per far Cupido ci vuole un angelo, per fare un angelo ci vuol Cupido, per far Cupido ci vuole un arco, per fare un arco ci vuol la freccia.”.
La freccia è la direzione, l’uomo è una freccia, se apriamo le braccia siamo una freccia. Le frecce sono i nostri desideri, ambizioni, sogni, le nostre parole, i nostri progetti, se li vogliamo veramente realizzare ne diventiamo prigionieri.

Viviamo creandoci gabbie, fisiche o mentali, ne abbiamo bisogno, non può esistere la libertà senza una gabbia. La parola in inglese “cage” (gabbia) contiene la parola “age” (età). Ogni età ha una gabbia o più gabbie (se è plurale). Ci amiamo? Ci vogliamo bene? Cosa vogliamo? Quando?
Siamo prigionieri d’amore. Siamo guerrieri d’amore.

Andrea Bianconi: My Princess, 2019 – installazione di 39 elementi in metallo, corda, cotone, smalto, dettaglio | courtesy Barbara Davis Gallery, Houston, Texas

È interessante come il processo di coinvolgimento dello spettatore stia assumendo dimensioni sempre più importanti nella tua ricerca, e ti porti così a sperimentare ogni volta nuovi mezzi e modalità. Quali sono le principali novità in questo senso di Prisoner of Love?

Andrea Bianconi: La gabbia è stata sventrata, si è totalmente aperta, è addirittura esplosa.
L’installazione “My Princess” nel grande muro della galleria è composta da 39 pezzi di gabbie che, essendosi liberati dalle loro stesse gabbie, sono diventati altro, altre forme, altri sentimenti, altri modi.
C’è poi “The Castle”: una rete nera con frecce intrecciate, centrale, disposta a chiocciola dove le persone entrano ed escono, una continua entrata e uscita.

Dov’è l’amore? Tre cuori ricordano che se si guarda attentamente il cielo di notte si vedono le Costellazioni dei nostri cuori.
Durante la performance gli spettatori cantavano in italiano la canzone di San Vittore. E i Cupidi-guerrieri sono lì, siamo noi. Le ali, l’arco, la freccia…siamo guerrieri d’amore.
Sto sempre più cercando la fusione tra spettatore e cosa-dove-quando.

Andrea Bianconi: Barnard 2, 3, 4, 2019 – acrilico su tela, 120 x 100 cm cad. | courtesy Barbara Davis Gallery, Houston, Texas

Per noi che ce la godiamo a distanza e ci accontentiamo di una cartolina dal Texas, puoi anticipare invece quali saranno i tuoi prossimi progetti in Italia?

Andrea Bianconi: Prossimamente uscirà il diario della performance “Come costruire una direzione“ fatta al Carcere di San Vittore, giorno dopo giorno; poi un’installazione pubblica a Milano.

FONTI e APPROFONDIMENTI:
- Barbara Davis Gallery - Houston, Texas (link)
- Kiton (link)

Alice Traforti

Founder e Redazione | Vicenza
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