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Kara Walker

Kara Walker: A Negress of Noteworthy Talent

Sarà dell’artista americana Kara Walker la prossima ‘Hyundai Commission’ alla Tate Modern di Londra. Il suo nuovo lavoro site-specific per la Turbine Hall sarà aperto al pubblico dal 2 ottobre 2019 al 5 aprile 2020. In quest’occasione riproponiamo un’intervista all’artista  realizzata durante la mostra “Kara Walker- A Negress of Noteworthy Talent” alla Fondazione Merz di Torino nel 2011, in cui l’artista parlava delle tensioni razziali, personali e culturali, che alimentano la sua personalissima visione.

Nata a Stockton in California nel ‘69, a tredici anni Kara Walker si trasferisce ad Atalanta, Georgia, dove le profonde divisioni razziali segnano la sua adolescenza. Walker deve il suo successo, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, alla brillante reinterpretazione di un mezzo espressivo popolare nel Settecento, la silhouette ritagliata.

Le sue installazioni esposte nei musei di tutto il mondo, raccontano, fra realtà storica e immaginazione, gli spaventosi abusi razziali negli stati del sud prima e durante la Guerra di Secessione americana. Raffinate quanto demoniache, le sue visioni attingono a fonti letterarie, storiche e popolari come il ciclorama e i gli spettacoli dei ministrel, parodie nei quali bianchi si travestivano da neri. Nelle visioni impietose di Walker, inversioni di ruolo e grotteschi accoppiamenti interrazziali descrivono un mondo coloniale feroce, in cui schiavi e padroni sono legati da un doppio vincolo di crudeltà e vergogna.

Kara Walker
Kara Walker: “Emancipation Approximation, Scene No. 18″, 2000. COURTESY MONTCLAIR ART MUSEUM/JENKINS & CO.
 Molte delle sue installazioni di silhouette sembrano avere la struttura dei sogni, in cui tutto accade simultaneamente e non c’è un vero punto focale o una narrazione coerente…

I miei racconti scaturiscono dal mio subconscio di afroamericana, più che dai sogni in senso stretto. Ciò che c’è dentro di me, naturalmente, è anche il risultato dell’interiorizzazione di determinate costruzioni culturali. Il mio lavoro oscilla fra critica sociale e psiche, opera nel punto d’intersezione fra mondo interno ed esterno.

  In effetti il suo sembra un mondo fluido, popolato da identità ibride, nel quale le ombre si confondono.

Credo che la fluidità delle forme nei miei paesaggi abbia a che fare con l’estrema ambivalenza dell’identità del soggetto colonizzato che rappresento. C’è poi un altro tipo d’ambivalenza, che mi tocca da vicino: asserire la propria indipendenza come donna afroamericana, dipende sempre dall’essere definita come donna e come nera. È un paradosso, una trappola dalla quale non c’è uscita.

Kara Walker:” The Jubilant Martyrs of Obsolescence and Ruin” 2015. © The High Museum of Art in Atlanta
La mostra si apre con un’opera che prende spunto da un romanzo di Mark Twain. Mi può parlare del suo rapporto con la letteratura americana?

Gran parte del mio lavoro trae spunto dalla letteratura americana e dalla cultura popolare, dal cinema, ad esempio, e dal ciclorama. Sono sempre stata affascinata dalla rappresentazione letteraria delle relazioni razziali nel sud. La mia prima installazione s’ispirava al romanzo Via col Vento. Soprattutto m’interessava come nella novella romantica i personaggi di colore fossero costruiti come “sistema di supporto” attorno alla figura centrale dell’eroina americana bianca. Volevo provare a rileggermi in questi personaggi.

 
 Lei ha definito le sue installazioni di silhouette una forma di history painting, pittura di genere storico.

In un certo senso. Mi sono ispirata ad un momento particolare, quello in cui un la tradizione della pittura storica esce dal regno dell’arte alta, e si espande in senso spaziale per entrare nell’ambito dell’intrattenimento popolare con il ciclorama, tutto questo molto prima della nascita cinema. Trovo il ciclorama particolarmente interessante perchè rivela la pertinacia di questo genere narrativo, la sua capacità di rigenerarsi.

Kara Walker
Kara Walker “Virginia Lynch Mob” installed on a custom-built wall at MAM. KATE ALBRIGHT/FOR MONTCLAIR LOCAL
  E per quanto riguarda l’arte in tempi più recenti, a quali artisti si è ispirata? Anni fa dichiarava di essere innamorata di Andy Warhol…

Non posso parlare d’influenza diretta di Warhol sul mio lavoro. Ho sempre apprezzato la sua filosofia semplice e anche una certa combinazione d’impudenza e innocenza. Credo che sia stato catturato da un meccanismo che lui stesso aveva messo in moto senza sapere dove l’avrebbe portato. Ho una piccola lista personale dei cinque uomini bianchi della mia vita, e solo uno è artista! Di questa lista fanno parte Mark Twain, Andy Warhol, Charles Schulz e Jim Henson (ideatore dei Muppets, nda). Li ammiro per il modo semplice, onesto e diretto di dire ciò che volevano dire. L’artista Adrian Piper è stata molto importante per il mio lavoro, certamente più di Warhol. Mi ha insegnato che la relazione che s’instaura fra spettatore e opera non può essere rassicurante quando si parla di questioni interrazziali.  Della mia generazione ho più forse affinità con gli artisti che lavorano con il linguaggio, come Jenny Holzer ad esempio.

 Il linguaggio è una parte importante del suo lavoro a iniziare dai titoli infiniti.

I titoli lunghissimi sono introduzioni ai miei paesaggi coloniali, mentre i testi all’interno delle mie opere tendono ad essere più oscuri perchè sono l’espressione immediata dei miei pensieri.

 

 Una specie di scrittura automatica?

Non proprio, perchè non è mai solipsistica, racconta sempre una storia.

Kara Walker: 5293,  2004-2010- watercolour on paper.
 Nei titoli delle sue installazioni compare una Tawny Negress (negra dai capelli fulvi, N.d.A.), uno dei suoi alter ego narrativi, che si ispira ad un personaggio creato da Thomas Dixon Junior in una novella razzista del primo ‘900. Come mai ha scelto questo personaggio?

È stata una scelta più emotiva che razionale, dettata dalle esperienze della mia infanzia e adolescenza. Ricercando certa letteratura controversa, incredibilmente razzista, mi sono imbattuta in questo stereotipo di femminilità nera, un personaggio marginale ma davvero potente. Non era nemmeno descritta nei particolari, senza un volto, solo ‘negra fulva’, come se unicamente questo bastasse per definirla come un vero concentrato di malizia e furbizia, la concubina nata per raggirare l’onesto maschio bianco americano e ho deciso intuitivamente che era quello il personaggio che cercavo.

 

 Qual è il suo rapporto con il femminismo?

Penso di appartenere a una generazione che viene definita post-femminista. Sono stata, in parte, influenzata da scrittrici femministe afroamericane che negli anni settanta e ottanta contestavano il femminismo come movimento unitario e globale. Negli Stati Uniti in quel periodo c’è stata una divisione all’interno del movimento. Le femministe d’origine afroamericana e d’altre origini coloniali rivendicavano il loro apporto fondamentale, mai propriamente riconosciuto, nei movimenti di liberazione femminile. Credo che il mio lavoro sia stato influenzato da questa divisione fra l’idea di partecipazione al movimento e azione. In realtà non ho una risposta precisa a questa domanda.

Kara Walker
Kara Walker: Burning African Village Play Set 04, 2006-Painted laser cut steel
Edition of 20
 Oltre al termine post-femminismo, è stato coniato il termine post-Black, per indicare il superamento dello stereotipo dell’artista di colore. Che cosa ne pensa?

Credo che l’idea di post-Black sia una di quelle cose a cui nessuno crede, anche se il termine circola da una decina di anni!

 
 Negli anni novanta il suo lavoro ha suscitato un dibattito molto acceso nella comunità afroamericana, che trovava il suo lavoro offensivo. Pensa che il problema sia stato quello di aver deluso le loro aspettative?

Sì, in parte. Violare le aspettative, riuscire a stanare lo spettatore dalla sua “zona di benessere” è invece proprio quello che io rispetto nel lavoro altrui! Penso di avere infiammato le polemiche perchè ho voluto ‘interpretare’ le regole stabilite dalla comunità artistica afroamericana.  Negli anni settanta, forse non molti lo sanno, fu stilato un Manifesto dell’Arte Afroamericana. Sovvertire questo manifesto è diventato un punto fermo della mia critica. Alcune delle regole stabilite nel manifesto erano: sempre produrre opere che parlano della storia e della lotta del popolo afroamericano, produrre per un pubblico afroamericano, ecc. Bene, ho ottemperato ad alcune di queste regole, ma assolutamente a modo mio. C’è una qualità estetica accattivante nelle mie silhouette che è quasi un modo per farmi perdonare per le cose terribili che ho da dire!

Kara Walker
Kara Walker: Dread (from An Unpeopled Land in uncharted waters series), 2010 – print.
  A questo proposito, alcuni anni fa lei ha detto che rivivere il passato coloniale è come creare un mostro che ti divora. Ci sono momenti in cui non ne può più del mostro?

Direi che è proprio questo il punto di tutto il mio lavoro, arrivare a spingermi fino al punto in cui non ne posso più. Credo che qui, come in altre mie personali, sia evidente che mi spingo fino al massimo livello di tolleranza del dolore. I miei disegni, che hanno un carattere più introspettivo, sono anche un mezzo per rallentare, fare il punto sulla situazione, fermarmi a riflettere sulle mie metafore.

Pensa che ci sia una differenza nel modo in cui il suo lavoro è percepito in Europa rispetto agli Stati Uniti?

Non è facile per me stabilirlo. Quello che posso dirle è che viaggiando in Europa per allestire le mie mostre, mi è capitato di sentirmi come un suonatore di Blues che cercava di far comprendere la sua musica, portandola in giro per città diverse. Amo tantissimo il Blues che è una musica tristissima, disperata e confusa, tenuta insieme solamente dal ritmo. Quando diventa solo un oggetto di spettacolo e di consumo, purtroppo, il Blues perde il suo carattere. In giro per l’Europa mi è sembrato che l’aspetto di disperazione che c’è nel mio lavoro non fosse evidente. Forse il mio è un discorso sul colonialismo che parla ad una sensibilità americana più che europea. Ma ripeto, per me non è semplice dare un giudizio.

 
 Per concludere, vorrei tornare a parlare di sogni …. In un disegno qui in mostra lei fa dire a uno schiavo in catene: “Non si può neppure sognare senza correre il rischio di essere catturati e rinchiusi” e il padrone, fuori campo, gli risponde: “Ragazzo, è perché tu agisci sui miei sogni e mi rovini il sonno”. Con le sue storie che parlano di incubi collettivi, pensa di disturbare il sonno di molti?

Soprattutto rovino il mio! Diciamo che le mie esternazioni tendono a sorprendermi e a turbare gli altri…

Alessandra Alliata Nobili

Founder e Redazione | Milano
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