Chiara Dynys

Chiara Dynys: Attraversare il corpo fluido del proprio tempo

Chiara Dynys, personaggio originale e poliedrico, presenza tra le più affermate dello scenario artistico internazionale, coinvolge l’osservatore fin nelle trame compositive del proprio lavoro creativo, sollecitandolo ad un viaggio esplorativo ricco di sorprese, di emozioni visive e di fascinazioni analitiche. Con le sue intuizioni formali, con le sue raffinate soluzioni, tecniche la Dynys infrange e rimodula costantemente la partitura creativa dell’opera di cui lo sguardo, nella sua percorrenza visiva quasi tattile, coglie l’origine e lo stesso destino evolutivo. Esso, attratto e irretito, affonda la sua indagine fin nella densità costitutiva dell’opera, di cui scopre la trama immaginativa, le declinazioni formali, le elaborazioni concettuali, individuandone la rigorosa struttura linguistica che si offre a variazioni sempre nuove e raffinate.
Pienamente figlia dell’era della globalizzazione nella cui dimensione “liquida” si muove con agilità e scioltezza espressiva, senza confini linguistici, Chiara Dynys ne interpreta lo spirito più vero, ne coglie gli aspetti più sostanziali che traduce in modi e forme che sollecitano lo sguardo a percorsi interpretativi più profondi che non si esauriscono nell’essenza transitoria ed effimera del presente, ma che invitano piuttosto alla riflessione, al ritorno del pensiero nell’alveo più fertile dei temi attraversati, in questo realizzando una intelligente mediazione tra postmoderno e arte globalizzata; una sapiente osmosi tra concetti estetici e modelli linguistici che, però, non disconosce le radici storiche, ma le coniuga creativamente con la sintassi espressiva della contemporaneità.

Accampamento dei Fiori, 2015. Fusione di metacrilato, Galleria Nazionale di Cosenza.

Attualmente, fino al 15 settembre, il lavoro di Chiara Dynys, Solidi Platonici è visibile a Palazzo Oneto di Sperlinga a Palermo. Dal 25 settembre al 25 ottobre 2018 sarà presente a ICAE International Contemporary Art Exhibition in Armenia con la monumentale installazione Vega.

Di Chiara Dynys ho cercato di approfondire alcuni aspetti del suo lavoro di ricerca nonché alcuni temi di forte pregnanza sociale, attraverso un fertile dialogo che ha offerto al mio dire nuovi spunti conoscitivi.

Solidi Platonici, 2015. Fusione di acciaio – diam 25 cm.
Nel tuo itinerario di ricerca ti soffermi spesso sulle problematiche emergenti del pianeta. In questo, ancora una volta, dimostri di essere in sintonia col tuo tempo.

Chiara Dynys: Credo di sì. Credo che gli artisti si debbano confrontare con la storia e con la situazione politica e sociale del proprio tempo. Un esempio lo offre il fenomeno dell’immigrazione di paesi interi, di intere popolazioni a causa di guerre, indigenza ecc.; è un fenomeno che fa pensare al pane, alle esigenze primarie. Le mie opere appagano lo sguardo per i colori, per i materiali, ma, allo stesso tempo, possono essere sottilmente polemiche.

Con l’opera-installazione “Pane al mondo” poni forte l’accento sulla problematica della fame nel mondo. Come è nata?

Chiara Dynys: È un lavoro frutto di un percorso d’indagine che da tempo intendevo fare su questo tema del “sostentamento planetario”e che ho condotto in Medio Oriente. Lì il pane è un alimento in assoluto fondamentale. È un pane diverso, largo, senza lievito, con cui la gente prende addirittura il cibo dal piatto; è una sorta di cucchiaio con cui si porta il cibo alla bocca, inscenando una gestualità che mi ha colpita, così come mi ha colpita il modo di cucinare il pane da parte delle donne: per strada, all’ingresso dei posti dove si mangia, sul fuoco, su sassi caldi. Tutto questo mi ha spinto a costruire un lavoro sul pane; sulla tradizione del pane, non solo in Medio Oriente, ma ovunque, in tutto il mondo. Ho addirittura analizzato dei quadri antichi dove il pane è presente e, infine, ho ricostruito una serie di forme di pane – sei, per la precisione – che sono quelle che meglio ne traducono la storia. Queste forme le ho ripetute per 364 volte in modo che per tutti i giorni ci fosse un pane, meno uno poiché c’è sempre un giorno in cui qualcuno al mondo è senza pane. Ho realizzato i pani in fusione di alluminio, ma anche in fusione di bronzo e ottone e, in un intrecciarsi di rimandi metaforici, li ho installati su un tappeto di lana, di forma ellittica, su cui è riprodotto un planisfero.

 Pane al mondo, 2012. 364 forme in fusione di alluminio; tappeto di lana.

Nelle tue opere affronti tematiche trasversali a quella del pane, altrettanto impellenti, come quelle legate alle problematiche della sostenibilità ambientale.

Chiara Dynys: Sì, mi soffermo sul concetto di preservazione, sull’esigenza di protezione della parte più fragile del mondo, ossia la natura. Una natura che io rendo un po’ sognante e immaginaria, che diventa quasi irreale e che, col nostro passaggio, si copre di diversi monocromi che entrano in una prospettiva di rinascita.

È il caso delle opere “Accampamento dei fiori”.

Chiara Dynys: Sì. Sono serre che nascondono due fiori. In qualche maniera li proteggono, ma li nascondono anche. È una natura innaturale, ancora una volta. È tutto un lavoro sull’esigenza di preservare, proteggere la fragilità.

Il tuo trattare certe problematiche rivela la piena consapevolezza della dimensione sociale del nostro tempo e il bisogno di affrontarla e svilupparla con la ricerca.

Chiara Dynys: È proprio così. È sentire le problematiche e andare avanti coerentemente all’interno di un linguaggio. Io non perseguo uno stile, ma perseguo il linguaggio. Cambio sempre materiali, cambio forme. Nel cambiamento c’è una coerenza. È una coerenza che è all’interno del linguaggio stesso, non già nella diversità di tematiche e soluzioni comunicative.

Chiara Dynys
Vega, 2018. Installazione (dettaglio), metacrilato, fotografia, vetro, oro, dimensioni variabili, Image credit Studio Chiara Dynys Milan.
Mi sembra che il tuo lavoro creativo ben traduca quegli aspetti di transitorietà e complessità propri della società globale contemporanea che, non a caso, Zygmunt Baumann definisce “liquida”. D’altra parte, per la tua opera, parli di “attraversamenti”, di passaggi che evocano scenari dinamici, mobili, in continua mutazione.

Chiara Dynys: Certamente. Di volta in volta adotto diversi materiali e diverse forme per arrivare però alla stessa conclusione. Passo dopo passo, il mio linguaggio si evolve in modo fluido: viverlo e capirlo è come entrare nell’acqua. È un lavoro mobile, in costante definizione. Le singole opere non rincorrono uno stile, ma “abitano” tutte un’unica dimensione linguistica e concettuale. D’altra parte, lo stile si identifica nella coerenza del percorso non nella riconoscibilità del soggetto!

In effetti, il concetto di liquidità, di continua trasformazione evolutiva nel tuo lavoro, ti rende pienamente figlia dell’attuale tempo storico di cui cogli le incessanti dinamiche mutazionali.

Chiara Dynys: Certo. Il punto focale della mia ricerca è proprio la liquidità. Perché il nostro è un tempo in continuo cambiamento, come se fossimo in una spirale che continua a muoversi e a girare su se stessa e anche ad abbassarsi. Si muove, ma insieme si trasforma: costruisce nella trasformazione.

Nelle opere della serie “Poisoned Flowers” coinvolgi il fruitore nella dinamica nascondimento/disvelamento per cui, moltiplicando gli angoli di visione, l’opera diventa un continuo rivelarsi.

Chiara Dynys: Certo. Sono fiori, sempre in coppia, stampati su lenticolari che, nell’itinerario visivo, scompaiono e diventano dei monocromi. C’è nella visione una gradualità fino all’annullamento totale, che entra sempre in una cornice prospettica, in metacrilato colorato, essa stessa parte molto importante dell’opera. È la parte “scultorea” che ha dei punti di riflessione sul muro, quasi la continuazione dell’opera: un’aurea liquida in continuo movimento. Sono dei lavori che, per forza di cose, debbono portarci ad un’idea di sospensione del tempo.

Poisoned Flowers, 2014. Fusione di metacrilato e stampa lenticolare, 85 x 65 cm.

Hai lavorato molto sul valore oppositivo o complementare del doppio, sulle sue contraddizioni, sull’inganno percettivo, ma anche sul senso di solidarietà, di comunicazione possibile attraverso la dualità, sulla solitudine da cui prende origine il pensiero duale.

Chiara Dynys: Ho costruito un’intera mostra sul doppio, completamente focalizzata sulla dualità. In essa ho esplicitato la mia ricerca, la mia dichiarazione concettuale del doppio. I doppi che ho esposto in quell’occasione li ho trovati in giro, durante i miei viaggi; li ho cercati non li ho trovati casualmente: ho cercato delle coppie; le ho cercate perché, come succede spesso agli artisti e a me in particolare, lo spunto creativo nasce da un’emozione autobiografica, in questo caso dalla mia nostalgia di simbiosi, dell’essere insieme a qualcuno. Quindi, una narrazione di solitudine, della mia solitudine.

In fondo, il tuo viaggio nella dualità è racconto dell’incontro con l’altro, con chiunque, oggetto o persona, abbia incrociato, attraversato il tuo cammino esistenziale.

Chiara Dynys: È vero. Sì, hai ragione. Infatti, l’itinerario espositivo della mia mostra al museo Poldi Pezzoli si chiudeva con un’installazione di due vasi comunicanti che non comunicano. È l’idea di un percorso completo sulla solitudine e sull’ambiguità della solitudine.

Comunque, nella dualità insegui sempre la possibilità di contiguità, di relazione comunicativa.

Chiara Dynys: Sì. Questo vale per la serie di fusioni “Gold cage” in cui si offrono al dialogo le dualità oppositive “tutto/niente”, “vuoto/pieno”; ma anche per le fusioni che rappresentano i cinque “Solidi platonici”.

Nella tua ricerca linguistica, aperta a contaminazioni e ibridazioni sintattiche, quanto è importante la densità segnica di materie e materiali?

Chiara Dynys: I materiali sempre diversi che uso, compresa la luce, sono frutto della mia ricerca sulla originalità del materiale stesso che è sempre in funzione del progetto. Essi sono strumentali all’idea e, in questo senso, sono inediti: non perché non siano mai stati usati, ma perché non lo sono mai stati nella direzione in cui io li uso in quel momento. Con le mie opere costruisco “scatole magiche” in cui i materiali usati sono presi in un gioco di riconoscibilità di cui è protagonista il fruitore: il suo sguardo prima coglie la globalità visiva dell’opera, ne assorbe la sua dimensione magica, poi scopre i materiali che ne costituiscono la sostanza strutturale.

First Last, 2017, fusione di metacrilato, cm 40X60X11
First Last, 2017. Fusione di metacrilato,  40 x 60 x 11 cm.
Nelle tue opere usi spesso materiali o forme solide riflettenti, che hanno a che fare con il fenomeno di diffrazione della luce. Cosa ti spinge ad usarli alla stregua di superfici specchianti o specchi multipli?

Chiara Dynys: La necessità che la nostra immagine, la nostra corporalità entri nel lavoro. È importante che noi ci vediamo attraverso un reticolo, ci ritroviamo e ci riconosciamo all’interno di sfere luminescenti in cristallo o all’interno dei “Solidi platonici”. Ogni tanto ci dobbiamo essere noi dentro, proprio fisicamente. Il mio lavoro, comunque, richiede sempre una fisicità, una presenza perché esso funzioni. È giocato sulla presenza anche nel caso dei prismi lenticolari, che bisogna attraversare per far funzionare il lavoro. Credo che questa sia la diversità fra la pala d’altare, che resta ferma, fissata alla parete, e richiede la staticità anche di chi, posto di fronte, guarda la rappresentazione e, invece, l’idea della mobilità, della dinamica installativa, della continuità di flusso visivo proposto dallo specchio.

Mi sembra che con le tue opere conduci il fruitore a riflettere sulla precarietà illusiva del visibile, sulla verità della visione.

Chiara Dynys: Certo, attraverso le mie opere io intendo far capire al fruitore che spesso la realtà è illusoria. Costruisco “trappole per lo sguardo” che creano un corto circuito tra noi, l’opera e la realtà circostante. La falsa profondità delle mie prospettive è una spia, un segnale delle illusioni che spesso nutriamo nel nostro quotidiano; sono un tradimento dello sguardo, ma soprattutto delle nostre aspettative, dei nostri sogni. Tutto il mio lavoro è, in effetti, improntato sull’illusione. La verità illusoria, d’altronde, è l’argomento di ogni opera d’arte e nel mio lavoro, specialmente, io tratto sempre di illusione e di inganno costruendo dei passaggi e degli attraversamenti in cui l’evento è il nostro sbilanciamento.

Liseberg, 2017. Fusione di metacrilato, foto, vetro, argento, 53 x 69 x 4 cm.
Le tue “False prospettive”, tra spiazzamenti prospettici e inganni ottici, propongono importanti citazioni e riferimenti storici.

Chiara Dynys: Già di fronte alle false prospettive e a quei giochi di alternanze di spazi e superfici di S. Carlo alle Quattro Fontane di Borromini, guardando dal basso in alto, ho percepito la forza di un lavoro “magico”, che dà l’idea di attraversamento dello spazio. Poi i giochi prospettici nella Galleria di Palazzo Spada mi hanno trasmesso la sensazione di aver attraversato uno spazio molto forte, per certi versi precognitivo, un’intuizione del grande architetto: uno spazio vivo, in continuo movimento, molto vicino alla nostra contemporaneità. Le mie false prospettive partono da quello che è il discorso concettuale di Borromini che a Palazzo Spada costruisce un grande giocattolo: col suo attraversamento ci fa entrare in un paesaggio fantastico in cui perdiamo completamente il senso della nostra misura.

Affermi di aver imparato tantissimo da alcuni grandi maestri di arte antica la cui opera ti affascina. In particolare, nei tuoi discorsi sull’arte, ricorrono Piero Della Francesca, Antonello da Messina, Pontormo, Lorenzo Lotto. Gli ultimi due sono manieristi. Ma tu hai un po’ un’anima manierista?

Chiara Dynys: Sì, perché ritengo che già dal Rinascimento, dal periodo di Piero Della Francesca e, ancor prima, di Antonello da Messina, ci fosse una tendenza da parte di questi geni precognitori alla “regia”. Avevano già capito come “girare un film” all’interno di un quadro; ossia, al di là della narrazione del quadro, c’è nelle loro opere una prospettiva “cinematografica” che, secondo me, è sorprendente. Bill Viola quando si muove all’interno del capolavoro del Pontormo “La visitazione” evidenzia come quest’artista racconti già in funzione cinematografica. Sono degli artisti che hanno costruito una sceneggiatura e non solo una storia. C’è un tipo di regia così prepotente nell’immagine! C’è il lavoro che stiamo facendo adesso: loro lo avevano già intuito.

Vega, 2018. Installazione (dettaglio), metacrilato, fotografia, vetro, oro, dimensioni variabili, Image credit Studio Chiara Dynys Milan.
Teodolinda Coltellaro

Teodolinda Coltellaro

Founder

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