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Giuliano Lombardo: l’errore come possibilità

Ho conosciuto Giuliano Lombardo all’Alvèus Studio, in occasione di una mostra che avevo organizzato insieme ad Alice Schivardi all’interno dei nostro studio d’artista romano. In quell’occasione esponeva alcuni lavori della serie Motorceptor, opere che hanno immediatamente catturato la mia attenzione per la loro capacità di mettere in relazione tecnologia, percezione e comportamento umano. Da quel primo incontro è nata la curiosità di approfondire una ricerca che, da oltre trent’anni, attraversa fotografia, performance, installazione, video e intelligenza artificiale, interrogando il linguaggio, i sistemi della comunicazione e il modo in cui costruiamo il significato. Ne è nata una conversazione che ripercorre alcuni dei temi centrali del suo lavoro, tra rumore, partecipazione, identità, algoritmi e nuove forme di relazione con il reale.

Giuliano Lombardo, Motorceptor (Jerusalem, Beirut, Istanbul), 2026. Stampe su pannelli retroilluminati, m1,8×1,2ca, installazione al Museu Nacional da República, Brasilia (BR).

Il rumore, l’errore e il disturbo ricorrono in molte tue opere, ma non vengono mai trattati come semplici anomalie da correggere. Al contrario, sembrano trasformarsi in strumenti capaci di generare nuove possibilità di lettura e di interrompere automatismi percettivi ormai consolidati. Quando hai iniziato a considerare il disturbo come un linguaggio e quale funzione svolge oggi all’interno della tua ricerca?

Non sono in grado di ricordare la prima volta… Credo che intorno ai cinque o sei anni cominciai a notare come le idee che mi venivano fossero stimolate da qualche forma di anomalia, errore o disturbo. Per esempio, quando disegnavo, l’idea stessa del disegno spesso scaturiva da una anomalia della superficie del supporto, o da uno sbaglio fatto tracciando una delle prime linee. Ero sempre affascinato da come certe cose che sembravano inizialmente ridicole e sciocche, se gli si dava maggiore attenzione potessero dar vita a riflessioni interessanti. Quando penso all’errore, al rumore e al disturbo, più che al linguaggio, penso al potenziale creativo e critico che questi fenomeni portano con se. L’anomalia è ciò che permetta alla vita di svilupparsi e di evolversi, se gli atomi si trovassero in perfetta equidistanza tra loro avremmo solo un’eterna staticità. L’errore ha anche questa funzione rivelatoria, spesso ci mostra la meccanica che c’è dietro qualcosa. Poi ci fa pensare a come correggere l’errore e quindi ci spinge a riconfigurare, ripensare e riorganizzare. Il disturbo spesso rivela il rimosso e rientrare in contatto con ciò che abbiamo rimosso apre sempre delle possibilità di crescita. Mi piacciono molto gli errori quando diventano ironici o paradossali. Utilizzo spesso questi cortocircuiti logici perché mi aiutano a trovare nuove idee e nuove soluzioni o, ancora meglio, possono stimolare flussi di pensieri che portano a riflettere su tante cose da punti di vista nuovi. Mi interessano come generatori di idee estetiche.

Giuliano Lombardo, Noise 10×1 1_11, 2025. Stampa digitale fine art su carta.

Il paradosso attraversa gran parte del tuo lavoro e sembra rappresentare molto più di una figura retorica. È un dispositivo che mette continuamente in discussione ciò che consideriamo stabile, evidente o definitivo. Quanto è importante, per te, utilizzare il paradosso come strumento per osservare la realtà e per spingere lo spettatore a riconsiderare le proprie certezze?

Penso che l’hai detto meglio di me! È proprio così, per me il paradosso è un dispositivo che mi permette di mettere sempre in discussione la realtà e per questo penso sia utile anche agli altri e lo ripropongo spesso come strumento. Inoltre, l’aspetto ironico o ludico che hanno quasi sempre le cose paradossali aiutano a disporsi in modo positivo verso la riconsiderazione delle proprie certezze, ad averne un po’ meno paura. Apre un tipo di considerazione con meno conseguenze concrete immediate, come il gioco, la narrativa, come le dimostrazioni “per assurdo” nella matematica. Se vuoi cercare di convincere qualcuno ad almeno considerare di mettere in dubbio qualche certezza che ha, gli dici cose come: “facciamo finta che…”, “immagina un momento che…”, “se la situazione fosse diversa…”.

Giuliano Lombardo, Zoom Overlay Treshold 02, 2007. Stampa digitale fine art su carta, cm20x30.

Con le DisordinAzioni hai scelto di intervenire direttamente nello spazio urbano, alterando i normali flussi della comunicazione e introducendo elementi di spaesamento nella quotidianità. A distanza di anni, come rileggi quel progetto? L’obiettivo era interrompere il ritmo della città, mettere in discussione i suoi codici comunicativi o creare nuove modalità di relazione con lo spazio pubblico?

Sicuramente, il mio obiettivo era creare modalità partecipative più coinvolgenti e autentiche. Quello che per me era più urgente era conquistare un senso di agenzia, liberarci da quella sensazione di essere solo un piccolo ingranaggio insignificante nella società con l’unica possibilità di fare quel lavoro di ingranaggio, completamente alienato dai processi direzionali. Avevo l’impressione che l’idea di realtà che percepivamo ci portasse a vedere la società, la cultura e la politica come qualcosa di quasi impermeabile, sorretto da regole date non questionabili. Una società in cui anche le opinioni che venivano espresse dalle persone erano quasi esclusivamente opinioni scelte tra quelle disponibili già presenti nel panorama mediatico. Ecco questa cosa era veramente il motore principale che mi spinse a proporre le Disordinazioni come modalità più immediata e semplice per contrastare questo fenomeno. L’altro aspetto importante che vedo è l’analogia tra la città e la mente. Disordinare, come modo per dubitare, trovare alternative e uscire dagli schemi è una modalità per crescere e per cambiare idea. Per rigenerare, riorganizzare e trovare nuove connessioni tanto nell’ambiente che ci circonda, quanto nell’ambito mentale.

Giuliano Lombardo, Abitare i confini, 1997. Crediti fotografici Federica Luzzi. Misure ambientali, installazione a Fuori Uso Mercato Globale, Ex Colonia Stella Maris (PE).

In Video Viaggio il percorso, il tempo dello spostamento, l’improvvisazione e l’incontro con l’imprevisto diventano parte integrante dell’opera. È un lavoro che sembra mettere in discussione l’idea di controllo assoluto dell’artista sul processo creativo. Quanto conta, per te, lasciare che sia la realtà stessa a modificare il progetto iniziale e a suggerire nuove direzioni?

Il controllo assoluto è sempre un’illusione. In qualsiasi ambito, non solo quello della creazione artistica. Questa esigenza di controllare tutto è anche uno dei principali motivi di sofferenza in generale ed è, spesso, ciò che ci porta a creare sofferenza agli altri e nell’ambiente. Anche nella nostra mente, quando la consapevolezza prova a controllare tutto, questo porta conseguenze disastrose. Improvvisare, per me, è un tentativo di mettere in dubbio e di smuovere le rigidità delle costruzioni e dei preconcetti che abbiamo. Nell’improvvisazione si vedono molto più chiaramente i pattern che abbiamo costruito, le configurazioni di risposte muscolari e cognitive che mettiamo in atto senza riflettere etc. Nello stesso tempo, è un modo per sentire la precarietà e l’incertezza che normalmente tentiamo di ignorare e di sentire come, grazie all’interazione con l’ambiente, sia sempre possibile una apertura verso la trasformazione e l’invenzione. Sentire come è sempre possibile adattarsi e cambiare. Noi siamo la nostra interazione con la realtà e la nostra vita è una improvvisazione.

Giuliano Lombardo, POVERO, 2017. Stampa digitale su carta, cm80x80.

Nel progetto POVERO adotti il linguaggio della moda, del lusso e del branding per affrontare temi economici, sociali e politici. È una scelta che sembra muoversi sul confine tra adesione e critica. Ti interessava utilizzare quegli stessi strumenti per smascherarne i meccanismi dall’interno o costruire un cortocircuito capace di mettere in discussione il loro potere comunicativo?

POVERO nasce da una riflessione abbastanza lineare, con elementi paradossali. Leggevo come in ambito di filosofia politica il concetto di povero stesse tornando a suscitare interesse. Viviamo in una società in cui anche i creativi e gli intellettuali non possiedono più i loro mezzi di produzione, quindi si possono annoverare tra i poveri. Quello che mi sembrava difficile, però, era convincere tutta questa classe di persone a identificarsi con questa figura. Forse lo erano di fatto, ma a nessuno sarebbe piaciuto identificarsi come povero. A questo punto mi sono venuti in mente altri studi che stavo leggendo, questa volta in ambito psicologico e percettivo. Gli studi sul branding e su come questo interagisse con l’identità. In particolare, mi aveva colpito un esperimento in cui si mostrò inequivocabilmente come le parole che sono dei brand, vengano elaborate in aree differenti da quelle preposte al linguaggio. La loro elaborazione percettiva passava principalmente attraverso una elaborazione emotiva. Questo mi portò a pensare che se la parola povero diventasse un brand, allora si potrebbe cambiare come la parola venisse percepita emotivamente, quindi condurre a una identificazione con la propria classe sociale di appartenenza. Come vedi la relazione con la moda e con il lusso non era né di adesione né di critica. Forse proprio questo è stato il motivo che mi ha portato a smettere di portare avanti quel lavoro, mi portava troppo all’interno di quegli ambiti e il lato concettuale rischiava di essere, sempre di più, visto come un pretesto. Praticamente stava avendo troppo successo come brand, ma questo alla fine non era quello che a me interessava veramente.

Giuliano Lombardo, System Exclusive, 2011. Performance partecipativa ai Musei Capitolini, Roma.

In opere come System Exclusive il battito cardiaco diventa un elemento condiviso, trasformandosi in una forma di comunicazione che precede il linguaggio verbale. In un’epoca in cui gran parte delle relazioni passa attraverso dispositivi digitali e algoritmi, il corpo può ancora rappresentare uno spazio autentico di incontro e di empatia oppure anche questo territorio è ormai inevitabilmente mediato dalla tecnologia?

Il corpo umano è sempre stato contaminato dalla tecnologia, protesi, strumenti, ornamenti e trucco venivano utilizzati dai nostri antenati in tutte le epoche e in tutte le parti del mondo. In System Exclusive la questione è più portare i partecipanti a fare esperienza della difficoltà di tracciare un confine e l’io e l’altro, della arbitrarietà di questo confine, quindi della possibilità di crearne altri sempre diversi o di eliminarlo. Una delle cose che mi piace di quel lavoro è che dopo poco non è più chiaro se stiamo ascoltando il nostro battito cardiaco o quello del nostro vicino e questa confusione è un’esperienza molto immediata, molto fisica. Quindi, per rispondere alla tua domanda, quest’opera non la vedo tanto come uno spazio autentico d’incontro e di empatia, quanto come una premessa fisica e fisiologica che può permetterci di predisporci a questo eventuale incontro ampliando lo spazio mentale ed emotivo che allochiamo alla propriocezione e all’empatia.

Giuliano Lombardo, What AI thinks of me, 2023. Stampa digitale su carta fine art, cm30x30.

La partecipazione del pubblico non è quasi mai un elemento accessorio del tuo lavoro, ma contribuisce a determinarne l’esito. Ogni volta che lo spettatore entra nell’opera, il risultato cambia e diventa imprevedibile. Quanto sei disposto a rinunciare al controllo dell’opera affinché possa realmente esistere attraverso l’esperienza di chi la vive?

Mi piace pensare che una volta creata l’opera, cioè una volta che ho fatto la mia parte, questa vive nelle interazioni con il pubblico, la società, la critica etc. Spero che questa si evolva e mi sorprenda e che possa dare anche a me la possibilità di interpretare qualcosa in un modo diverso. Non ho mai pensato alla questione di quale potesse essere il limite oltre il quale questo mi fosse inaccettabile… Penso che il controllo sia solo nel cercare di evitare che l’interazione, che è l’opera, diventi uno strumento di coercizione. Per me è importante che l’opera sia sempre uno strumento che permette di riflettere sulle dinamiche partecipative che si creano e su eventuali rapporti di potere che si instaurano e che non sia solo un modo in cui il potere si eserciti senza una distanza critica e una partecipazione creativa.

Nei lavori più recenti dedicati all’intelligenza artificiale, la macchina non è soltanto uno strumento di produzione delle immagini, ma diventa un interlocutore capace di elaborare interpretazioni, classificazioni e rappresentazioni dell’identità. Ti interessa maggiormente comprendere il modo in cui gli algoritmi osservano l’essere umano oppure utilizzare queste tecnologie per rivelare i pregiudizi culturali e sociali che inevitabilmente incorporano?

Entrambe le cose, direi. Mi sembra che siano due aspetti inestricabili di questa tecnologia. Il modo in cui gli algoritmi osservano gli esseri umani rivela necessariamente il modo in cui gli esseri umani si pensano, si classificano e si giudicano. In più, il fatto che questi algoritmi siano, o la proprietà di qualcuno o, comunque, fortemente influenzati dall’economia, evidenzia esemplarmente la questione delle diseguaglianze, con tutti i paradossi e le contraddizioni logiche che porta con sé. Poi c’è la questione della natura statistica delle LLM. Quando lavoro con uno di questi chatbot sento con molta chiarezza il rapporto spesso problematico che intercorre tra la mia singolarità e il pensiero della media. è molto facile, per esempio, lasciarsi andare alla validazione della macchina — che incarna quello che è generalmente accettato e accettabile — invece di prendere una decisione in base al proprio ragionamento. Che poi è quella sensazione di cui ti ho parlato in riferimento alle Disordinazioni sull’accogliere una posizione già esistente invece di crearne una tua. Oggi queste cosiddette intelligenze sembrano incarnare proprio il pensiero dello status quo. Solo che poi, almeno per gli agenti proprietari, siccome il loro vero scopo è quello di trattenerti il più possibile, di creare il massimo della dipendenza e di convincerti a rivelare il massimo di informazioni su di te, cercano di inquadrarti sempre di più ed essere sempre condiscendenti nei tuoi confronti.

Giuliano Lombardo, Non Binary, 2023. Stampe digitali su tela intelaiata, (4x)cm80x140ca.

Con la serie Non Binary affronti un tema che supera la sola questione dell’identità, mettendo in discussione più in generale la logica delle opposizioni rigide e dei sistemi costruiti su categorie apparentemente inconciliabili. Per te il concetto di “non binario” rappresenta principalmente una riflessione politica, una metodologia di pensiero o una chiave attraverso cui leggere la complessità del presente?

In realtà ci sono molti temi che si sovrappongono dietro a questi lavori. L’assurdità degli assoluti e degli assolutismi. L’arbitrarietà degli opposti. La centralità dell’osservatore e la relatività dei concetti. I limiti del linguaggio. L’impossibilità di ottenere conoscenza e controllo assoluti, e la spinta verso questa conquista impossibile. Quello che mi interessa è proprio che si tratti di un chiasmo dal quale è possibile partire e ritornare lungo tutte queste dimensioni. Si tratta, quindi, di un modo per attivare una modalità di pensiero non lineare che andrà a toccare tutte queste dimensioni, politica, ontologica, esistenziale, epistemologica, morale ed estetica. Dev’essere proprio per questa sua conformazione, che ogni volta che cerco di spiegare a qualcuno uno di quei lavori mi perdo nei pensieri.

Molte delle tue opere non offrono una lettura univoca, ma rimangono volutamente aperte, lasciando che il significato emerga dall’incontro con lo spettatore e con il contesto in cui vengono fruite. Quanto è importante, nella tua pratica artistica, sottrarsi alla ricerca di un messaggio definitivo e lasciare che sia il pubblico a completare il processo interpretativo?

Non mi interessa predicare, fare propaganda, convincere nessuno delle mie opinioni. Sono fondamentalmente convinto che nessuno si debba sentire superiore a nessun altro, quindi non mi sento a mio agio né nel cercare di convincere qualcuno, né quando qualcuno cerca di convincere me. Quello che mi piace è comunicare le mie esperienze di crescita e di conoscenza e ascoltare gli altri comunicarmi le loro. Aprire degli spazi in cui le esperienze e le conoscenze si possano condividere, questo è quello che considero importante. Dopo, ognuno trarrà le proprie conclusioni momentanee in base alle sue disposizioni e alle sue capacità. Aprire spazi del genere in ambito estetico è molto importante perché permette di esplorare questo spazio con una modalità di pensiero diversa, in cui si possano creare connessioni insolite e originali.

Giuliano Lombardo, Rumore denso, 2022, stampa digitale su forex, cm32x18.

Emiliano Zucchini

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