Delcy Morelos parla della terra, intesa come suolo, come di una madre o di un’entità pensante che ci precede e continuerà a esistere dopo di noi. “Io metto la terra su un altare”, dice spesso, e Origo fa esattamente questo. Morelos ha spiegato di aver scelto quel suolo, che proviene da una fattoria vicino a Londra, sia per il colore, in armonia con i toni del Barbican, sia per limitare l’impronta di carbonio.
L’opera è stata raccontata dall’artista durante una conversazione pubblica con il curatore della commissione Diego Chocano, offrendo uno sguardo sul modo in cui concepisce la terra come una forza generativa.

Installation view, Delcy Morelos: Origo at the Barbican, London, 15 May – 31 July 2026. Photo: Barbican Art Gallery | Thomas Adank. © Delcy Morelos.
È bello ascoltarla parlare: la dimensione spirituale del suo lavoro, raccontata senza alcuna retorica con trasporto, convive con una grande ironia. In un momento in cui temi come il rapporto ancestrale con la terra, le cosmologie indigene e le pratiche ecologiche sono sempre più presenti nel discorso artistico, Morelos colpisce per autenticità, carisma e profondità.
Per lei, ha raccontato, l’arte è una missione, ispirata dalla convinzione che esseri umani, paesaggio, acqua, vegetazione e materia siano parte del medesimo sistema vitale. “Le cellule nel nostro corpo prima stavano nella terra; arrivano a noi attraverso gli alimenti, l’acqua che beviamo e l’aria che respiriamo. Noi siamo vivi nel paesaggio e il paesaggio è vivo in noi”. È una concezione profondamente relazionale del mondo, che attraversa tutta la sua opera e che Origo esprime perfettamente.

Installation view, Delcy Morelos: Origo at the Barbican, London, 15 May – 31 July 2026. Photo: Barbican. Art Gallery | Thomas Adank. © Delcy Morelos.
Nata a Tierralta, nel dipartimento colombiano di Córdoba, Morelos ha raccontato il legame molto forte fra la propria biografia e il lavoro con la terra. “Dal momento in cui sono nata il mio fato mi era chiaro, perché nel nome del paese dove sono nata ci sono i termini terra-alta. Per questo metto la terra su un altare”. Cresciuta con la nonna, che coltivava mais, canna da zucchero, tabacco e caffè per nutrire la famiglia, l’artista ricorda una casa fatta di terra, con pavimenti e pareti di fango e un tetto di paglia. “Per questo continuo a lavorare con la terra e tutte le volte che le mie mani la toccano il mio corpo ricorda”.

Delcy Morelos installing Origo at Barbican Art Gallery, April 2026. Courtesy Barbican Art Gallery | Photo: Adama Jalloh
Oggi è nota soprattutto per le sue installazioni immersive, ma Morelos ha iniziato come pittrice. I suoi dipinti astratti e gestuali, spesso dominati dal colore rosso, contenevano già molti degli elementi presenti nel suo lavoro oggi: un forte rapporto con il corpo, la dimensione spaziale dell’opera e una rigorosa attenzione alla forma, ispirata alle geometrie minimaliste. Tra il 2010 e il 2012 iniziò a utilizzare la terra come materiale principale, sviluppando installazioni che combinavano materia organica e linguaggio minimalista.

Delcy Morelos Iglesia, 2024- Installation view, CAAC Centro Andaluz de Arte Contemporaneo, Sevilla, Spain | Photo credit: Pepe Morón. Courtesy the artist and Marian Goodman Gallery
Un momento decisivo fu una residenza in Marocco. “Non avevo mai visto un deserto”, racconta. “Io sono nata e cresciuta ai tropici e lì c’è sempre acqua e tutto è verde”. Nel paesaggio desertico “La terra era nuda eppure stava producendo vita,”. In quello stesso periodo l’artista rifletteva anche sulla lunga guerra civile colombiana e sul ruolo della terra come bottino di guerra. “Capii che la terra doveva essere più di questo, doveva appartenere a tutti perché tutti siamo parte del pianeta.”.

Delcy Morelos installing Origo at Barbican Art Gallery, April 2026. Courtesy Barbican Art Gallery | Photo: Adama Jalloh
Questa idea è particolarmente evidente in Origo. L’opera dialoga in modo molto preciso con l’iconica architettura brutalista del Barbican, complesso costruito negli anni Sessanta sopra un’area devastata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Concepite come un progetto civico e comunitario, le architetture del Barbican riflettevano un’idea fortemente umanistica della ricostruzione urbana.
Morelos s’inserisce in questo contesto con grande sensibilità, creando quella che definisce una “dimora” che è insieme omaggio all’architettura modernista e una critica gentile alla centralità dell’essere umano su cui quel progetto si fondava.
“Quando sono stata invitata a fare il lavoro, ho provato una grande emozione”, racconta l’artista. “Amo molto l’architettura modernista e brutalista, e il Barbican ne è un grande esempio”. Ma di fronte allo spazio vasto della Sculpture Court ebbe anche timore: “Dico sempre che il vuoto è bello, ma dico anche che quello che io faccio in quel vuoto deve essere un po’ meglio del vuoto!”.
La forma di Origo guarda sia all’architettura ancestrale sia agli elementi naturali. Morelos ha spiegato di essersi ispirata alle malocas, le abitazioni collettive del popolo Yanomami dell’Amazzonia brasiliana e venezuelana, ma anche alla forma di un uovo, emblema di vita autonoma e generativa. Il titolo stesso racchiude diversi riferimenti: Origo è un termine latino che significa origine; l’uso del latino richiama l’antico insediamento romano su cui sorge oggi il Barbican, ma è anche una parola che inizia e termina con una O, riproducendo visivamente la forma ovale della scultura.

Installation view, Delcy Morelos: Origo at the Barbican, London, 15 May – 31 July 2026. | Photo: BarbicanArt Gallery / Thomas Adank. © Delcy Morelos.
Chocano ha raccontato che l’idea nacque osservando le onde circolari create dalle fontane del lago artificiale del Barbican. “Delcy ha iniziato a disegnarle e mi ha detto: questo è il lavoro”. Il giorno seguente, aggiunge il curatore, “aveva già pronti diversi rendering architettonici del progetto.”
Come in tutte le opere di Morelos, l’esperienza fisica è centrale. Si entra da quattro aperture, orientate secondo i punti cardinali, in tunnel umidi dove pendono radici; i rumori si dissolvono e l’aria cambia temperatura. Al termine dei tunnel piccoli anfratti evocano insieme grotte o tumuli di antiche sepolture.
Morelos insiste molto su questa differenza: vedere non è entrare. Entrare significa “lasciarsi permeare e a nostra volta permeare la scultura, in un rapporto simbiotico”. “Dentro a Origo è molto importante la tensione che esiste fra luce e oscurità”, spiega “La luce è la nascita, ma la gestazione avviene al buio”. Semi, corpi e pensieri germogliano nell’oscurità, così come “tutti noi siamo stati nel ventre umido, buio e caldo di nostra madre”.

Delcy Morelos: El-abrazo (The-Embrace), detail, 2023. Installation view Dia-Chelsea,New-York, 2023. | Photo credit Don Stahl. Courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery
L’esperienza sensoriale dell’opera è amplificata dalla presenza nella terra di aromi di bosco, chiodi di garofano e cannella. “L’odore è come una macchina del tempo”, osserva l’artista. “I recettori dell’odore e della memoria sono molto vicini nel cervello”.
La vita organica dell’installazione è in continua trasformazione. Semi sudamericani di chia si mescolano ad altre specie che erano già presenti nel terreno; alcuni germogliano, altri nutrono i volatili del Barbican, racconta Morelos divertita, e “le volpi sono entrate nello spazio ancora prima del completamento dell’opera.” Dormivano dentro la scultura e mangiavano i resti dei pranzi della troupe: “Amo le volpi”, dice. “Prima che gli esseri umani si stabilissero qui, c’erano le volpi. Poi il loro spazio è stato riempito di cemento e ora ritorna la terra”.
Origo riassume bene l’intera filosofia di Morelos, dove non c’è posto per nostalgie romantiche, ma piuttosto per una pratica che attraverso la materia più basilare mostra una coesistenza continua fra esseri viventi, materia e trasformazione. La grande la forza del suo lavoro sta proprio nella capacità di parlare di ecologia e spiritualità senza moralismo e retorica. Morelos non chiede allo spettatore di credere a qualcosa, ma solo di rallentare almeno per un momento per percepire la continuità, altrimenti invisibile, tra il proprio corpo e il mondo naturale.

Delcy-Morelos. Portrait-2025 | Photo Ines-Magana-Mayorga.. Courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery.




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