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Renzo Nucara e Cracking Art: materia, segno e invasioni del contemporaneo

Tra i protagonisti della Cracking Art, Renzo Nucara sviluppa da anni una ricerca che si muove tra dimensione collettiva e pratica individuale. Se da un lato il movimento ha trasformato lo spazio urbano in un terreno di confronto diretto con il pubblico, dall’altro il suo lavoro personale indaga la materia, la percezione e il processo stesso del fare arte. Dalle prime “invasioni” degli anni ’90 fino alle più recenti sperimentazioni tra plexiglass e digitale, emerge un percorso coerente che interroga il presente attraverso linguaggi in continua trasformazione. In questa intervista ripercorriamo le origini, le evoluzioni e le prospettive di una ricerca che continua a ridefinire il rapporto tra arte e contemporaneità.

Cracking Art nasce negli anni ’90, in un momento in cui iniziava a emergere una consapevolezza sull’impatto della plastica e sulle sue conseguenze ambientali. Interventi come l’invasione di animali sintetici nello spazio urbano avevano anche una forte dimensione di sensibilizzazione.
Oggi che quella condizione è diventata sistemica, quasi inevitabile, è cambiato il senso del vostro lavoro?

Per analizzare la situazione odierna della Cracking Art bisogna ricordare le intuizioni su cui il movimento è nato. La plastica è un materiale artistico affascinante, poliedrico e vibrante, che riflette perfettamente il medium del nostro tempo. È l’elemento che ha permesso un’evoluzione tecnologica esponenziale, modificando ogni ambito della ricerca e portando risultati fondamentali per l’uomo. Tuttavia, come ogni grande scoperta, è stata accompagnata da una gestione maldestra dettata dall’ignoranza, causando criticità ambientali di enorme portata.
Oggi, nonostante la presa di coscienza globale, questo aspetto resta centrale per la nostra poetica. Anche se le materie sintetiche si stanno evolvendo verso formulazioni biologiche ed autoestinguenti, la transizione è rallentata da logiche economiche e opportunistiche. La “Garbage Island” nell’Oceano Atlantico è un vero e proprio sesto continente di cui non si può negare l’esistenza come la contaminazione di microplastiche nel cibo. Oltre a questo impegno, dal 2012 abbiamo attivato il progetto “Arte che Rigenera Arte”, nella convinzione che le testimonianze della storia umana vadano preservate. Per questo, affianchiamo alle installazioni la vendita di opere per raccogliere fondi destinati al restauro di capolavori antichi e luoghi di cultura.

Cracking Art – 1000 delfini all’Arengario, Milano 1996

I vostri primi interventi urbani nascono fuori dai circuiti tradizionali dell’arte, entrando direttamente nello spazio pubblico. Che tipo di reazione avete incontrato allora da parte delle persone e del sistema dell’arte? Ricordi la prima vera “invasione” urbana? Come è avvenuta, e che tipo di energia si è creata in quel momento?

Quando abbiamo iniziato ci muovevamo ricalcando una modalità non efficace per sottolineare pienamente il nostro intento. Esponevamo i lavori individuali basati sulla filosofia Cracking allestendo pareti dove granchi, banane o gabbiani di plastica facevano da contorno. Avevo la sensazione che il sistema dell’arte ci considerasse un fenomeno effimero; del resto, stavamo iniziando un’avventura dai potenziali sviluppi ancora ignoti.
La svolta avvenne con la prima installazione di gruppo in Piazza del Duomo a Milano nel 1996. Collocammo decine di delfini dorati tra le palazzine dell’Arengario: un intervento spettacolare che ha unificato la nostra visione e indicato la via da seguire. Non più lavori personali ma l’adozione di un animale iconico per invadere lo spazio pubblico e attirare l’attenzione degli spettatori.

Cracking Art – SOS WORLD 49° Biennale di Venezia 2001

L’invasione delle 1500 tartarughe dorate alla Biennale di Venezia nel 2001 è rimasta nella memoria collettiva come una delle immagini più forti del vostro lavoro.
Tu come la ricordi oggi? Più come un momento preciso o come qualcosa che continua a trasformarsi nel tempo?

L’esperienza della Biennale, viverla da protagonisti e non più da esterni, è stata il secondo punto di svolta, unito a un forte senso di trasgressione. Il curatore Harald Szeemann ci aveva inizialmente assegnato uno spazio per poche decine di tartarughe. A noi, però, parve più incisivo espanderci per realizzare un’invasione effettiva, anche se molti padiglioni non apprezzarono l’incursione. Alcuni si sentirono minacciati, tanto che qualche tartaruga finì nei canali. Avevamo schierato un esercito che ha colpito nel segno, dandoci la carica per proseguire. Avevamo semplicemente osato, ed è quello che cerchiamo di fare ancora oggi.

Reperto 1994 – cm 30×50

Nel tuo lavoro la pittura sembra non scomparire mai davvero, ma trasformarsi e ridefinirsi continuamente. È sempre stata il punto di partenza della tua ricerca o lo è diventata nel tempo, anche in dialogo con l’esperienza di Cracking Art?

Quando abbiamo fondato la Cracking Art, ognuno di noi portava con sé un background differente. Io ero attivo già dal 1971 e, con la nascita del movimento, il mio lavoro ha subito una metamorfosi. La mia pratica individuale si è innestata sulla stessa filosofia.

Resinfilm 257 2007 – cm 150×110

Nei tuoi lavori la materia non è mai neutra. Sembra portarsi dietro una memoria, quasi una resistenza. L’opera nasce da un controllo o da un confronto con qualcosa che non puoi dominare?

L’azione di un artista è una sorta di biografia estetica che si sviluppa nel tempo. Penso che il mio percorso, dai Reperti ai Resinfilm fino agli Stratofilm (i lavori in plexiglass), sia stato un confronto continuo con il concetto di “fare arte”. È qualcosa che non puoi pianificare integralmente, ma che si evolve nel dialogo con la realtà.

Stratofilm 2008 – cm50x50x6 plexiglass

Nel tuo lavoro il plexiglass si è progressivamente imposto come un materiale centrale, capace di costruire immagini stratificate e sospese.
Ti interessa di più la trasparenza come rivelazione o come soglia?

La sospensione delle forme è sempre stata un mio desiderio, una tensione che si è concretizzata con il ciclo degli Stratofilm. È una soluzione funzionale dove gli oggetti esistono come nel fotogramma di un’esplosione, diventando osservabili in una modalità innovativa. Le mie sospensioni derivano dall’uso sperimentale del taglio laser, uno strumento tecnico attuale che ho utilizzato come un nuovo scalpello per ricavare sagome e nicchie dove inserire forme e oggetti. Questo mi ha permesso di evolvere i precedenti Resinfilm, dando tridimensionalità al lavoro e raggiungendo l’obiettivo di una forma sospesa nello spazio e superando il semplice ed impersonale utilizzo dell’inglobamento di oggetti nelle resine.

Renzo Nucara, 2016, TimeMachineInfinite Monkey, performance Monza

Negli ultimi anni hai esplorato anche il digitale. È un’estensione o un’altra direzione?

Realizzare il primo Stratofilm mi diede l’emozione di chi trova un tesoro. In quel momento pensavo di non avere altre porte da aprire, ma mi sbagliavo. La ricerca costante fa evolvere naturalmente il campo d’azione. Durante il Covid, il fenomeno degli NFT mi ha indirizzato verso una dimensione a cui forse già tendevo. L’animazione mi interessava fin dai tempi del liceo e l’evoluzione tecnologica mi ha finalmente reso possibile questa sperimentazione.

Monky – NFT Happy Holiday, fotogramma 2021

Il lavoro collettivo, con Cracking Art, è stato centrale. In un sistema dell’arte sempre più individuale, che valore ha ancora oggi il gruppo?

La Cracking Art è una realtà dirompente. Il confronto con gli altri membri ti spinge a un lavoro artistico e sociale che viene metabolizzato attraverso visioni diverse. Per un artista oggi, collaborare in un gruppo è una straordinaria opportunità di crescita, ma non è un legame che si può creare a tavolino. L’unicità della Cracking Art risiede nella spontaneità della sua nascita e delle sue azioni. Un’avventura che considero irripetibile.

Monky – NFT Happy Holiday, gif 2021

In vista dell’intervista, mi hai anticipato un progetto imminente legato al tuo avatar Monky, che questa estate si svilupperà in modalità “on the road” tra Sirmione, Varese e Maleo, attraverso interventi espositivi fuori dai canoni tradizionali. Puoi raccontarmi meglio come si articola questo progetto e in che modo si connette alla tua ricerca su Time Machine Infinite Monkey?

Monky è una scimmietta allergica alla stupidità e all’antropizzazione selvaggia. Ha fatto la sua comparsa nel 2015 come mascotte del mio progetto collettivo Time Machine Infinite Monkey: un’operazione dove l’opera nasceva in modo causale, invitando le persone a fornire un feedback; le immagini ricevute venivano poi selezionate e montate in modo casuale su ingranaggi. Una volta attivati, questi ruotavano diventando un moderno geroglifico dinamico, una fotografia spazio-temporale di un determinato momento collettivo.

Col tempo, Monky è diventata il fulcro della mia ricerca digitale, evolvendosi tra animazioni e libri. Questa estate, per la rassegna Pietra&Co, installeremo venti display verticali lungo la strada che porta al centro di Sirmione, dove l’avatar esprimerà il suo pensiero sul genere umano. Contemporaneamente, sarà a Varese presso Showcases Gallery e a Maleo nello spazio “Il peso dell’Arte” (un’ex pesa pubblica trasformata in galleria vetrata).

In queste realtà urbane, Monky dialogherà direttamente con i passanti, recuperando quello spirito di contatto diretto appreso con la Cracking Art. Sarà un passaggio di consegne: l’avatar diventerà protagonista, mentre il suo creatore rimarrà un passo indietro.

I libri di Monky – 2025-2026

Qr Code al sito di Monky

Emiliano Zucchini

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