Nata a Milano e da molti anni a Venezia, città con cui intrattiene un rapporto intenso, l’artista ha costruito negli anni una ricerca coerente e riconoscibile, attraversando materiali diversi, dalla carta al vetro, dalla porcellana al sapone, sempre messi alla prova fino al loro punto di rottura. Una ricerca che si muove tra estetica elegante e un’attenta osservazione del mondo, tra intuizione artistica e attenzione quasi scientifica alle forme.
Da una visita alla bella personale che recentemente le ha dedicato la GAM, Galleria d’Arte Moderna di Torino, è nata la conversazione che segue. Abbiamo parlato delle sue opere che partono spesso da un gesto silenzioso e meticoloso: foglie incise per rivelare le venature sottilissime, carte intagliate impalpabili, spilli per tracciare il volo delle farfalle, sapone ed elementi naturali assemblati per guardare da vicino ciò che è sotto ai nostri occhi ogni giorno ma proprio per questo ci sfugge.

Elisabetta Di Maggio: Moscow Metro, 2025-Spilli di acciaio e carta tagliata a mano con bisturi | Courtesy dell’artista, Ph. di Nicola Morittu
Recentemente ha esposto in India, in una mostra ispirata alle Città Invisibili di Italo Calvino. Che relazione ha creato tra il suo lavoro e l’immaginario di Calvino?
Elisabetta Di Maggio: La mostra era una collettiva a cui partecipavano artisti italiani e indiani, organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura a Nuova Delhi.
Ho portato un lavoro composto da due blocchi di sapone intagliati: in uno erano incise delle forme dall’aspetto organico che potevano ricordare radici o intrecci di sinapsi; l’altro, della stessa grandezza, aveva invece incisa la sagoma di una città inventata.
Ho creato quindi una compenetrazione tra questi due mondi: uno urbanistico e uno organico. Sono due dimensioni che spesso metto in relazione, perché penso che ci siano delle corrispondenze che saltano all’occhio.
Questo viaggio in India le ha dato nuovi spunti, nuove direzioni di lavoro?
Elisabetta Di Maggio: L’India è comunque un paese incredibile, faticoso sia emotivamente sia fisicamente. È una dimensione completamente diversa da quella a cui siamo abituati ma davvero stimolante. Ci si rende conto che è la culla del mondo, dove ci sono forti contrasti nei colori, nella natura che, come tutto il resto, è molto ridondante.
Poi c’è anche una precisione incredibile: sono capaci di realizzare cose di una raffinatezza straordinaria. C’è il contrasto della tradizione e dell’arte induista con quella del mondo musulmano. È un paese ricchissimo che dà tantissimi stimoli. Vediamo cosa si sedimenterà: ho raccolto del materiale e vedremo cosa farò, ancora non lo so.
Come ha puntualizzato poco fa, lei ha spesso espresso l’idea che esiste una grammatica comune o delle strutture condivise tra natura, corpo, città, in generale fra sistemi apparentemente molto distanti fra loro.
Elisabetta Di Maggio: Sì, è esatto. Nella mostra al GAM Torino ho esposto delle piccole mappe che riprendono quelle delle metropolitane che si trovano all’inizio dei percorsi nelle varie città del mondo, che ho intagliato a mano su carta e poi trafitto usando degli spilli da sarto.
Sono schemi che rappresentano la città come una cellula, che si forma e si trasforma, e in questo processo dà anche corpo a quello che siamo. È una visione che va dal microcosmo al macrocosmo.
Le metropolitane sono luoghi dove ci muoviamo molto velocemente, luoghi di connessione attraverso cui passano molte vite. Le loro strutture ricordano quelle delle cellule o delle sinapsi, che sono poi i canali attraverso i quali passano tutte quelle informazioni che ci determinano.
Qui il concetto cui accennava diventa molto forte: ad esempio la mappa di Mosca è veramente molto simile a una cellula vegetale. Quindi queste due visioni di mondi che potrebbero sembrare lontanissimi anche per dimensioni, in realtà hanno moltissimo in comune.
Gli spilli sono un oggetto che uso spesso. Sono piccoli, quasi innocui, ma portano con sé anche un’insidia, possono ferire. In questo caso le mappe si reggono letteralmente in punta di spillo, proprio per suggerire l’estrema precarietà e fragilità dei luoghi dove spendiamo le nostre esistenze.

Elisabetta Di Maggio: Senza titolo (grande Madre), 2024-Corallo rosso e carta tagliata a mano con bisturi | Courtesy dell’artista, Ph. di Francesco Allegretto
Cura, attenzione e tempo di esecuzione sono temi importanti nel suo lavoro, quasi controcorrente oggi. Come prendono forma, concretamente, questi concetti nel suo lavoro?
Elisabetta Di Maggio: Uso molti materiali nel mio lavoro, ma ho sempre detto che il tempo è forse quello principale. Chiaramente, realizzando tutto a mano, ho bisogno di molto tempo. Per me è fondamentale che si veda che i miei lavori sono fatti da un essere umano e non da una macchina.
Credo che questo restituisca una dimensione umana, qualcosa che appartiene ancora a una tradizione artigianale in un mondo in cui le macchine stanno prendendo sempre più il sopravvento, per non parlare della tecnologia.
Forse è perché appartengo al secolo scorso e la mia formazione viene da quella tradizione. Il concetto di prendersi cura nasce anche dal rigore, da una particolare attenzione e dal rispetto per una certa eleganza.
Ma questo dipende anche dal mio carattere: mi piace fare le cose con attenzione e cercare di arrivare al massimo della perfezione a cui posso arrivare. Che ovviamente non è mai perfetta, altrimenti non sarei un essere umano. Però cerco di fare del mio meglio, è una sfida personale e non qualcosa di necessario, soprattutto nell’arte contemporanea.
Va sottolineato che lei lavora da sola, non ha assistenti.
Elisabetta Di Maggio: Sì, anche perché il mio lavoro è fatto proprio di questo, del tempo che gli dedico, quindi non può che essere così. Poi in alcune occasioni particolari ho avuto un aiuto, ad esempio con il mosaico di vetro, per tagliare le tessere, ma sono stati pochi interventi e solo di carattere pratico.

Elisabetta Di Maggio: Mapping the Air, 2007- Carta velina tagliata a mano con bisturi | Courtesy dell’artista, Ph. di Aurélien Mole
Riprendendo il concetto di ‘sfida personale’ di cui parlava, il suo rapporto con i materiali sembra attraversato da una tensione: parla di lotta, di stressarli fino al limite. Quanto ha contato la sperimentazione nel suo percorso?
Elisabetta Di Maggio: Ho sperimentato tantissimo, anche perché spesso affrontavo materiali che non conoscevo e quindi era quasi un dovere iniziare proprio dal principio. Penso, ad esempio, alla porcellana o allo stesso vetro.
A volte mi tuffo in progetti complicati e non so dove andrò a finire. Più che una lotta è un corpo a corpo con il materiale. Alla fine, attraverso varie sperimentazioni e lo stare tanti mesi sul lavoro, capisco fino a che punto posso arrivare.
Per carattere mi dico sempre di fare ancora un passo, e poi un altro ancora, fino a capire che quel materiale può arrivare solo fino a un certo punto, che è il punto di rottura. Oltre so che si perderebbe tutto, quindi mi fermo.
Però quel punto è un punto di estremo equilibrio, ed è una cosa che mi dà una specie di vertigine. Nell’estremo della possibilità c’è l’equilibrio, e quell’equilibrio può essere eterno oppure finire dopo pochi minuti. Però c’è.

Elisabetta Di Maggio: Vuoto d’ Aria #08, 2022 – Ramo di eucalipto tagliato a mano con bisturi e filo di rame| Courtesy dell’artista, Ph. di Agostino Osio
Ha spesso affermato di non distinguere fra il suo lavoro e la sua vita.
Elisabetta Di Maggio: Sì, nel senso che per me è naturale dedicarmi al mio lavoro. Come per molti artisti, il mio tempo in studio è il mio tempo di stare nella vita. Mi piace farlo e lo faccio perché mi viene spontaneo. Credo che questo valga per chiunque viva in una dimensione progettuale, qualunque sia il campo, artistico, scientifico o in qualsiasi altra passione.
I suoi primi lavori sono nati intagliando la carta velina. Ci sono materiali che sente particolarmente suoi? O forse sono proprio quelli che la mettono più in difficoltà che continuano ad attrarla?
Elisabetta Di Maggio: Di fatto sento tutti i materiali che uso. Con ognuno ho una relazione diversa, un po’ come se fossero delle entità, come nella vita frequentiamo persone con cui abbiamo relazioni differenti.
Con i miei materiali, che poi sono usati anche da molti altri, è proprio questo corpo a corpo, come dicevo, che li rende miei. Capisco che ogni materiale ha una sua vocazione, cerco d’individuarla e di restare dentro quella vocazione. Alla fine, forse è questo che stresso.
Il lavoro, a un certo punto, trova il suo materiale, che non può che essere quello. Certi lavori in porcellana non avrei potuto farli con un altro materiale; lo stesso vale per il sapone. La scelta non è mai casuale: è proprio quel materiale che parla di quel lavoro in particolare, e il lavoro parla attraverso quel materiale.
Può raccontarmi come sono nate le sue delicatissime e laboriosissime incisioni sulle foglie, che ne rivelano lo scheletro e le più minuscole venature?
Elisabetta Di Maggio: Ci sono cose a cui non diamo valore, che invece hanno un valore incredibile se guardate con più attenzione e con uno sguardo trasversale. Le foglie sono lì per terra, oggetti a perdere che a un certo punto cadono e che si riformano continuamente. Però non c’è una foglia che sia identica all’altra.
Il loro scheletro, il circuito linfatico, è qualcosa che trovo molto interessante. Mi piaceva metterlo in risalto perché è quasi perfetto: ha una sua armonia ed eleganza ed è molto simile alle linee sul palmo della nostra mano, oppure al sistema linfatico o sanguigno del nostro corpo.
Quindi il mio è un modo di osservare, di dare importanza e magari di raccontare cose per cui normalmente non ci prendiamo il tempo. Ci sono tantissime cose meravigliose che lasciamo andare e perdiamo.
Di fatto, tornando anche al discorso delle metropolitane, un insetto che si muove su una foglia seguendone le venature è un po’ come quando noi ci muoviamo prendendo i treni della metropolitana e correndo dentro questi circuiti di connessione. Lo stesso vale per il sistema linfatico delle foglie: è da lì che passa la clorofilla, il nutrimento, tutta la vita della pianta.

Elisabetta Di Maggio: Frangibile, 2025 – Foglie di Loto tagliate a mano con bisturi e foglia di porcellana bianca | Courtesy dell’artista, Ph. di Nicola Morittu
Nel suo lavoro la fragilità, che in passato veniva identificata soprattutto come tratto femminile, è stata interpretata come elemento di forza. È una lettura in cui si riconosce?
Elisabetta Di Maggio: Permettersi di essere fragili credo sia un atto di grande forza. Anche il marmo è frangibile: tutto si può rompere. E se tutto si può rompere, allora cerchiamo di trovare dei punti di equilibrio.
Io penso che la fragilità non sia né maschio né femmina. Il frangibile, il potersi dichiarare fragili, è qualcosa che riguarda qualsiasi essere vivente, non solo le donne, per fortuna. Forse le donne lo dicono con maggiore forza, non saprei.
Parlando di fragilità, Venezia è una città fragile, sospesa, sempre in equilibrio precario. Si sente una grande risonanza tra la sua ricerca e la natura stessa della città dove lei vive.
Elisabetta Di Maggio: Venezia è un luogo unico e fragile, che però esiste dal 421 d.C. Quindi quale luogo, più di Venezia, può essere testimonianza della forza della fragilità? È una città molto sofferente, soprattutto negli ultimi anni a causa dell’eccessivo turismo, delle acque alte e per tutti i motivi che sappiamo. Allo stesso tempo c’è sempre su Venezia un pensiero di protezione, di cura e di rispetto. Questo è molto importante.
Per quanto mi riguarda, c’è la presenza forte dell’acqua, e di una luce che si trova solo qui. È una città anche faticosa, per tutto quello che ho detto: chiede molto, ma restituisce anche tantissimo. Io sono nata a Milano, ma vivo qui da quarant’anni, quindi posso dirmi veneziana d’adozione. È l’unico luogo dove penso che potrei vivere.
Chiaramente ha influito su di me, sul mio modo di essere e di guardare il mondo, e anche sul mio lavoro. Questa ricerca di equilibrio sicuramente mi è suggerita anche dal luogo. Poi ci sono tradizioni di cui Venezia è ricchissima. E nonostante io ci viva da una vita, mi capita sempre di scoprire cose che non avevo notato.
Restiamo a Venezia: i suoi mosaici di francobolli nascono dal dialogo tra i mosaici della Basilica di San Marco e uno spazio nel Fondaco dei Tedeschi, che all’epoca del suo progetto era uno spazio commerciale del lusso. Cosa ha fatto scattare un cortocircuito fra i due luoghi?
Elisabetta Di Maggio: Il lavoro mi è stato commissionato per il Fondaco dei Tedeschi, che ai tempi della Serenissima era il luogo dove arrivavano le merci dal nord, mentre al Fondaco dei Turchi arrivavano quelle dall’Oriente. Erano i due grandi punti di scambio delle merci della città.
Prima che diventasse un centro commerciale del lusso, per noi veneziani il Fondaco dei Tedeschi era un luogo molto importante, perché ospitava le Poste centrali. Era quasi una piazza dove ci si incontrava, e anche un posto bello da frequentare, in un palazzo antichissimo.
Quando mi hanno chiesto di pensare a un progetto per un nuovo spazio dedicato all’arte contemporanea, non sapevo cosa fare. Era un luogo difficile, una nuova ristrutturazione, mentre a me interessa lavorare in relazione con la storia e la memoria.
Allora ho pensato: questo è stato l’ufficio centrale delle poste. Venezia ha i meravigliosi mosaici di San Marco. Perché non immaginare un pavimento come un reperto archeologico, come se emergesse un nuovo mosaico fatto di francobolli al posto delle tessere?
Così è nato il lavoro, ricollegandomi a quello che quel luogo è stato per tanti anni. Ho coinvolto anche dei ragazzi del liceo in alternanza scuola-lavoro: è stata un’esperienza molto arricchente, per me e credo anche per loro, perché hanno seguito il progetto dall’inizio alla fine.
In seguito, il lavoro è stato presentato anche alla Galleria Stein a Milano. In quel bellissimo spazio aveva un aspetto ancora più sacrale, e poi il pavimento di mosaico era collocato sotto lastre di vetro, richiamando l’immagine di quando i mosaici venivano sommersi dall’acqua alta dentro San Marco, cosa che per fortuna oggi non succede più.

Elisabetta Di Maggio: Greetings from Venice (dettaglio), 2018 – Francobolli reali su carta | Courtesy dell’artista, Ph. Di Agostino Osio
Cambiando argomento, in un lavoro del 2001 intitolato Rape, lei ha affrontato un tema oggi purtroppo ancora molto attuale, attraverso un contrasto forte. Può raccontare questo lavoro?
Elisabetta Di Maggio: È un lavoro sugli abusi: anche se ha più di venticinque anni, purtroppo nulla è cambiato. È un grido che difficilmente viene ascoltato.
Gi abusi non riguardano solo le donne: riguardano i bambini, gli uomini, gli omosessuali, tutti. Gli abusi sono abusi, e molto spesso avvengono proprio dentro a dimensioni che dovrebbero proteggerci, come la famiglia o altri contesti in cui dovremmo sentirci al sicuro.
L’uso di quel sapone non è casuale. È il Sapone Sole, che ha un profumo molto particolare e riconoscibilissimo, quello del sapone di Marsiglia, Tutti abbiamo avuto una saponetta così in casa, o l’abbiamo vista: è un odore che ci riporta subito a qualcosa di pulito, di candido.
Anche come immagine, il lavoro quando lo si vede steso a terra, è rassicurante, perché ha un colore delicato ed emana questo buon profumo. Poi però racconta tutt’altro attraverso delle parole incise nei saponi: racconta degli abusi che esistono da che mondo è mondo. Nel lavoro c’è anche questo cortocircuito: la pubblicità ci racconta che quel sapone è efficace “contro ogni macchia”, ma ci sono macchie che non si cancellano mai.

Elisabetta Di Maggio: Spine, 2012/2023 – sapone di Marsiglia tagliato a mano con bisturi e spine animali e vegetali | Courtesy dell’artista, Ph. di Francesco Sgueglia
Nel suo lavoro torna spesso un dialogo con la scienza, penso ai lavori che richiamano cellule e sinapsi, ma soprattutto alle sue Traiettorie di volo di farfalla, i pannelli dove lei traccia con degli spilli i percorsi di volo di questi insetti. Come nasce questo interesse per la scienza e come si concretizza nel lavoro che ho citato?
Elisabetta Di Maggio: Nonostante non abbia una formazione scientifica, sono molto attratta dalla scienza e dalla fisica. Mi capita spesso di leggere libri e riviste scientifiche.
Una volta ho letto del meccanismo del volo delle farfalle: non possono andare, se non per brevissimi tratti, in linea retta. Devono fare delle evoluzioni complicate per andare da un punto A a un punto B, proprio a causa della morfologia delle loro grandi ali.
Ho tracciato con degli spilli da entomologo il volo delle farfalle, perché trovo che in quelle evoluzioni ci sia una metafora meravigliosa della nostra esistenza.
Non è che le farfalle volino a caso: sanno esattamente dove vogliono andare, dove c’è il cibo, dove sono i fiori. Però non ci arrivano in linea retta, perché non possono se non per brevi tratti. E lo stesso vale per noi: quando dobbiamo raggiungere un obiettivo, raramente riusciamo a farlo seguendo un percorso lineare.
Ho approfondito questa ricerca e sono entrata in contatto con alcuni scienziati che studiano i movimenti degli insetti, e in particolare delle farfalle. Ho chiesto loro i tracciati del volo di questi insetti, e ho riprodotto i loro percorsi reali con gli spilli che usano gli entomologi, quelli con cui si fissano le farfalle. Ma mi sembrava più bello rappresentare il loro volo, piuttosto che i loro corpi.

Elisabetta Di Maggio: Butterfly flight trajectory#05, (dettaglio) 2012 – spell da entomologo e acetato su Plastazote | Courtesy dell’artista, Ph. F. Allegretto, 2023
In un altro lavoro affronta la metafora della circolarità della vita attraverso dei vasi di ghiaccio che sciogliendosi diventano suono. Quanto è centrale nella sua ricerca il concetto di trasformazione?
Elisabetta Di Maggio: Ho presentato i vasi di ghiaccio per la prima volta nel 1999 allo Studio Barbieri di Venezia. Volevo lavorare sulla trasformazione, sulla perdita della forma che diventa qualcos’altro entrando in un’altra dimensione, quella del suono appunto.
Dei vasi di ghiaccio posti su una griglia si sciolgono lentamente colando in vasi che sono il negativo dei vasi di ghiaccio stessi. Il ghiaccio gocciolando in questi vasi di metallo si trasforma in suono; quindi, si passa ad un contesto completamente diverso.
Poi c’è il discorso della circolarità perché l’acqua viene nuovamente messa a ghiacciare. C’è un ciclo continuo, legato ai cicli naturali in cui noi stessi siamo immersi e a cui non possiamo sfuggire. Non penso che ci sia mai una fine ‘definitiva’: c’è sempre una trasformazione in qualcos’ altro. È un pensiero che, in qualche modo, dovrebbe anche rassicurarci.
Mi chiedono spesso: ma i suoi lavori quanto possono durare nel tempo? Perché sono fatti con materiali fragili, deteriorabili. E io rispondo: noi sappiamo quanto tempo abbiamo? Sappiamo quanto dureremo? Nessuno di noi lo sa. Quindi anche il lavoro durerà quello che dura. Intanto è in vita. Poi io penso che anche un’opera d’arte abbia il diritto di morire.
Per concludere, c’è un luogo, un materiale oppure un progetto che sente ancora in sospeso, a cui pensa da tempo, ma che non è ancora riuscita a concretizzare?
Elisabetta Di Maggio: Non uno in particolare. Vorrei continuare a raccontare qualcosa, finché c’è qualcuno che mi ascolta, e avere sempre lo stimolo di sperimentare qualcosa di nuovo, di trovarmi dentro a questa dimensione.




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