La tua pratica artistica indaga temi complessi come sogno, immortalità e postumanesimo. Puoi spiegare come questi elementi si sono intrecciati nel tempo all’interno della tua ricerca?
Premetto che provengo da una cultura familiare dove mio padre aveva frequentato corsi di ipnotismo a Milano, in Via Mac Mahon. L’ho visto ipnotizzare, per gioco, amici e parenti, ricordo che alle fermate degli autobus, con la forza del pensiero faceva voltare le persone, che erano di spalle, verso di lui. Praticava sedute spiritiche. Ancora conservo alcuni diari dove vi sono annotate esperienze di parapsicologia con apporti di sigarette accese, piccoli oggetti, spostamenti di libri, scritte di parole e nomi di entità evocate, trovati in stanze che erano state chiuse a chiave.
Una mia zia era guaritrice e pranoterapeuta. Dai 3 ai 5 anni con un piatto contenente acqua e olio che mi passava sulla testa, dicendo delle litanie, mi faceva passare il mal di testa e di pancia, altrettanto faceva con i vicini di casa e conoscenti. Guarì un suo nipote dalla balbuzie imponendogli, più volte, le mani ai lati delle tempie. Era una sensitiva e veggente. Comunicava con un fratello emigrato in Argentina e ci annunciò la sua morte, prima che arrivasse la lettera con la notizia. Parlava con i morti e con gli animali.
Di circa 70 anni, di costituzione esile, gracile e piccola di statura aveva una forza fisica enorme: alzava da terra e spostava con facilità, nel negozio di ferramenta di mio zio, sacchi di cemento di 50 chilogrammi.
Al momento della mia nascita, avvenuta in Sicilia mentre il bandito Giuliano assaltava la caserma dei carabinieri dove svolgeva servizio mio padre, per complicazioni di parto mia madre muore. Mio padre si risposa, si separa, muore improvvisamente a Lourdes, nel 1982, durante un pellegrinaggio.
Ho sempre sognato molto. In casa dicevano che ero sonnambulo.
In età dell’adolescenza capitò più volte che, andando a scuola, perdessi l’orientamento e riprendendomi mi ritrovassi lontano da dove ero diretto. Per strada, al cinema o al mercato, non di rado ho incontrato amici, parenti e conoscenti deceduti tempo prima.
Questi avvenimenti hanno modellato i miei archetipi psichici ed esistenziali verso una visione della realtà immaginifica e animistica. Gli apporti delle sedute spiritiche, l’ossessione per la morte e la possibilità di un suo superamento, con l’età adulta, si sono fatti strada nel mio mondo creativo al punto da diventare delle forme artistiche.

Bruno Cora’ e Antonino Bove. “Conversazioni d’Arte”, Palazzo Vitelli, Città di Castello, 6 settembre 2025
Il tuo lavoro dialoga spesso con la scienza, ma senza mai diventare illustrativo. Qual è, per te, il confine oltre il quale il rapporto tra arte e scienza diventa decorativo o ideologico?
Nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza ho avuto la fortuna di risiedere ogni estate a Napoli dove visitavo spesso il museo archeologico e di Capodimonte, le catacombe di San Gennaro, la Cappella del principe di San Severo, il porto, gli scavi di Pompei, Ercolano, Cuma, escursioni sul Vesuvio… Nel 1966 cominciai a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Firenze e spesso visitavo il museo di Storia Naturale con la raccolta delle cere anatomiche di Clemente Susini, nonché indugiavo spesso nelle aule di anatomia dell’Ospedale di Careggi dove disegnavamo i cadaveri per la materia di anatomia artistica.
Intorno ai 22-23 anni dopo aver tenuto una ostinata documentazione dei sogni che facevo, cominciai a pensare ad una macchina per materializzare i sogni. Volevo raggiungere quella tridimensionalità e fisicità di quando sognavo. Per dare dignità reale e credibilità alla concretizzazione dei sogni cercai nella scienza possibili sostegni. Nei primi anni ‘70 del ‘900 c’era una grande euforia per le scoperte scientifiche e i voli spaziali. Entravano nell’uso dell’arte nuovi materiali come il polistirolo, le plastiche, il plexiglas, il catrame, le resine, l’olografia, le fotocopie…l’aerografo, il cinema Super8 e in 16 mm. Poi i primi video, la levitazione magnetica di materiali ceramici… il chirurgo Cristian Barnard effettuava i primi trapianti del cuore, in un clima di innovazione si compivano sperimentazioni acustiche e si componeva musica atonale e dodecafonica.
Per concretizzare quelli che chiamavo oniroplasmi, frammenti di sogni che rimanevano nell’al di qua nel mondo dei vegli, nel 1973 cominciai ad usare la fotografia in grande formato, il fosforo, il mercurio, la cera d’api, lo iodio…
Comincia a interessarmi oltre che alla fisica subatomica, alla biologia genetica.
Nel 1975 fu pubblicato il libro di Fritjof Capra, Il Tao della fisica.
La scienza è sempre stata per me una finestra affacciata su un panorama che permette di oltrepassare i ristretti limiti esistenziali e fisici della nostra vita. In questo sconfinamento vedevo la scienza come una sorella dell’arte.

Fotomontaggio per una performance. 2022 Stampa su carta. Dim. cm 50×80
Hai fondato la “Società degli onironauti” già negli anni ’70: puoi raccontarci la genesi di quel progetto e quale ruolo ha avuto sulla tua ricerca successiva?
Nel 1973 ero imbevuto delle letture di Giorgio De Chirico (Ebdomeron), di Alberto Savinio, di Salvador Dalì, di Lautréamont (Isidore Ducasse), di Antonin Artaud, di René Daumal, delle riviste Le Scienze e Nature e successivamente di altre fonti, una fra tante il libro Locus Solus del proto surrealista Raymon Roussel.
In quel periodo mi venne da riflettere che se il sogno è energia cerebrale e mentale e l’energia è un aspetto della materia, il sogno poteva avere, sia pure a livello infinitesimale, una massa.
Fantasticai una apparecchiatura, l’Oniroscopio Fisicizzatore, che mediante oscilloscopi, parabole di radar, lastre fotografiche, elettroencefalogrammi e congegni vari, riusciva a sostanziare i sogni. Tramite scritti, relazioni, fotomontaggi e assemblaggi materici cercavo di creare, descrivere e dare corpo a questo mondo fantascientifico che avesse un valore artistico.
Immaginai una sede nella quale era installato l’Oniroscopio e la Società degli Onironauti che coordinasse e promuovesse le relazioni tra sognatori. Nacque così una Associazione con tanto di statuto e atto costitutivo. Le sedi variarono nel tempo. Tramite documentazione fotografica individuai sedi in un cantiere navale, in un antico palazzo con la facciata affollata di statue, in uno stabilimento balneare abbandonato.
Queste esperienze, sotto forma di opere furono esposte in mostre un po’ atipiche perché ben altri erano gli stili che andavano di moda. Tramite la conoscenza del critico d’arte Alessandro Vezzosi di Vinci, grande studioso di Leonardo, ebbi modo di esporre nel 1986, un oniroscopio con oniroplasma, in una mostra sull’arte e la scienza nel Rinascimento, nel palazzo Medici-Riccardi. per Firenze Capitale della Cultura Europea.

Acronos. Stampa fotografica su plexiglass trasparente. 2016. Cm 200×120
Nel tuo lavoro ricorre spesso l’idea di “cerebralizzazione” e di superamento dell’entropia. In che modo la tua arte esplora questi concetti e qual è l’esperienza formale che proponi allo spettatore?
Negli anni ‘80 con gli studi di ingegneria genetica iniziai a usare il lievito, organismo unicellulare che si riproduce all’infinito sempre uguale a se stesso. Questa facoltà lo fa essere in qualche modo immortale. Plasmai quindi un corpo umano disteso, con 94 chilogrammi di lievito naturale fresco al quale detti il nome di Antropolievito. L’installazione, comprendente la mappa genetica del lievito (Saccharomyces Cerevisiae) fu esposta nella mostra Ecce Homo, a cura di Giandomenico Semeraro, nell’ambito della rassegna Irradiazioni curata da Bruno Corà, direttore del Centro “Luigi Pecci” per l’Arte Contemporanea di Prato.
Verso la fine degli anni ‘90 riflettendo che il cervello è l’organo più evoluto della natura, per essere la sede della coscienza, tramite la gomma siliconica cominciai a rivestire con le circonvoluzioni cerebrali strumenti musicali, solidi geometrici, conchiglie, sfere, scarpe…
Con questo intendevo cerebralizzare il mondo intero, conferire intelligenza a ogni cosa inanimata. Giunsi a concepire un essere umano completamente sostanziato di cervello al quale detti il nome di Acronos. In tal modo la capacità di informazione normale di dieci alla quindicesima veniva moltiplicata per 70 volte quanto è il peso medio di un essere umano. Seguirono nel 2013 il cortometraggio Acronos, per la regia di Maicol Borghetti, segnalato al Trieste Festival Science and Fiction e nel 2016 la pubblicazione del libro Acronos, per la Casa editrice Morgana di Firenze.
Approfondendo gli studi di filosofia e fisica anche tramite libri come Fisica dell’immortalità, di Frank Tipler, Il fenomeno umano di Pierre Teilhard De Chardin, di Paul Davies, Zygmunt Bauman…Roger Penrose, Stephen Hawking,…sempre più riflettevo sulla fragilità del corpo e della inconsistenza dell’esistenza umana dovuto alle leggi biologiche e all’entropia. Dopo tre generazioni dalla nostra morte siamo dimenticati!
Tramite grandi stampe fotografiche su alluminio spazzolato, su plexiglas trasparente e opalino, pubblicazioni di quaderni e fascicoli in copie limitate, opere realizzate con pigmenti fosforescenti , nero Vantablak, disegni, performance ho cercato di rappresentare dimensioni dove si supera l’entropia. Fondamentale è stata la scoperta del pensiero del matematico Luigi Fantapiè con la sua teoria sulla sintropia, la tendenza naturale all’ordine, alla complessità crescente contrapposta al disordine e alla dissipazione dell’entropia.

Il sogno della statua. Installazione. Stampa fotografica su carta. 1983. Cm 140×80
La monografia L’arte più potente della fisica curata da Bruno Corà affronta la tua visione sull’immortalità dell’essere umano. In che senso l’arte può affrontare un tema così radicale? L’idea di immortalità è stata una questione centrale per artisti come Gino De Dominicis, spesso intesa come rifiuto del tempo e della fine. Nel tuo lavoro l’immortalità è ancora un orizzonte possibile o diventa piuttosto un concetto da mettere in crisi?
Gino De Dominicis nel 1970, in Lettera sull’immortalità scrive che noi non esistiamo, per esistere veramente dovremmo essere eterni. Nel maggio del 2022, Bruno Corà nel presentare la mia monografia L’arte più potente della fisica presso la Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma disse che io ero l’unico artista che stava sviluppando il pensiero di De Dominicis sull’immortalità.
In effetti, come risulta da queste risposte l’oltrepassamento della morte è stata una costante nella mia vita. Nel corso degli anni ho raccolto una documentazione sulle tematiche dell’immortalità, del cosmismo, del longevismo, dell’eternismo. Nel 2021 ho cominciato ad approfondire gli studi sul post umanesimo (1989) ed ho conosciuto Riccardo Campa, presidente dell’Associazione Trans umanisti italiani. Leggendo lo scritto Lettera a madre Natura (1998) di Max Moore ho constatato che l’anelito al superamento della morte e ad emendare la natura mediante la genetica, la fisica quantistica, l’intelligenza artificiale, la sintropia, le neuroscienze, la bionica era identico a quanto, sin dagli inizi degli anni 70, avevo perseguito. Riscontravo un mio esplicito senso di premonizione e preveggenza nei confronti di quanto i filosofi del post umanesimo (Rosy Braidotti, Donna Haraway, Nick Bostrom, Raymond Kurzweil,…) hanno successivamente elaborato.
Il pensiero contemporaneo oramai rifiuta l’accettazione passiva di dover morire. La morte non è più un destino! La scienza e l’alta tecnologia elaborata dalle migliori intelligenze che operano nelle università e nei laboratori internazionali con investimenti di immense risorse e capitali sono protesi, allo spasimo, per ottenere avanzamenti scientifici su questo tema.
L’anelito all’immortalità non è una egoistica e arrogante brama di potere ma al contrario scaturisce dalla compassione verso una esistenza umana transeunte, fragile e caduca nella quale, dopo un breve spazio di vita moriamo. Si dissolvono così esperienze e affetti preziosi e si perdono persone care. Inoltre, come siamo biologicamente conformati, con una durata della vita circoscritta a una media di ottanta anni, con un numero di neuroni limitato a dieci alla quindicesima, ci sono preclusi i segreti fondamentali dell’universo. La pervasività e l’enorme potenza dell’Intelligenza Artificiale generativa fanno temere che possa sopraffare gli esseri umani. Il cattivo uso della tecnologia ci rende diffidenti nei suoi confronti. Se noi saremo gentili con le macchine intelligenti (learning) e le tratteremo con rispetto, le avremo come alleate, non come nemiche. Per quanto concerne il fenomeno in aumento di connessione tra il corpo umano e parti bioniche possiamo constatare che non vi è differenza, a livello fisiologico, tra il funzionamento di una cellula e una proteina artificiale. In scala aumentata un essere umano e un androide dotato di coscienza potrebbero essere fratelli. Quello che conta è il rispetto e l’empatia verso l’altro e l’ambiente nel quale viviamo. E’ opinione dei maggiori pensatori che, nel futuro prossimo, l’organico e l’artificiale si ibrideranno sempre di più fino al punto di fondersi.
Per tornare alle nostre domande posso dire che quell’arte che e indifferente alle idee portanti della epoca storica che viviamo, che non ci trasforma interiormente facendoci intravedere nuove possibilità di vita, non serve a niente. Sulla base di quanto la scienza elabora, come artista, mediante l’immaginario, cerco di evolvere il mito dell’immortalità in rappresentazioni estetiche per nuove dimensioni di esistenza umane.

Senza titolo. Resina e gomma, 2003. Cm 21x15x17
Hai lavorato in contesti internazionali e con gruppi sperimentali. Come pensi che il confronto con altre realtà artistiche abbia influenzato la tua pratica individuale?
Numerose sono state le esperienze artistiche all’interno di gruppi a partire dall’ensamble italo-tedesco Kraftzellen-Cellule di energia, con Claudio Costa, Jakob De Chirico, Igor Sacharov Ross…
Anghelika Thomas,….o il gruppo italo.austriaco Osmosen-Osmosi con Ghertud Moser Wagner, Heimo Walhner, Elizabeth Wrndl, Giuliano Orsingher, Enzo Forese….con esposizioni, installazioni e performance a Colonia, Monaco di Baviera, Berlino, Oslo, Barcellona, New York, Vienna, Salisburgo….
Sicuramente queste esperienze sono state preziose anche perché con alcuni artisti come con Claudio Costa e Ghertud Moser Wagner si sono sviluppati progetti collaterali e quindi si è ampliato l’orizzonte di conoscenze di persone e ambienti.

Copertina di una pubblicazione dal ciclo “Opere d’Arte Viventi: DNA di una scultura” 1991. Stampa fotografica e mappe genetiche. Cm 60×80
La tua ricerca attraversa ed esplora anche concetti di tempo non lineare (come in opere dal titolo Acronos). Qual è la tua idea di tempo in relazione alla creazione artistica?
In Acronos si evidenzia la riflessione che l’arte ha la prodigiosa facoltà di superare le categorie temporali di passato-presente-futuro. Noi non ci rendiamo pienamente conto della potenza dell’intuizione artistica.
L’arte è più potente della fisica , ecco il titolo della monografia! La coscienza consapevole, come sostiene Federico Faggin in Oltre l’invisibile è sincronizzata con il funzionamento della fisica quantistica. L’intuizione artistica trascende le leggi della fisica della realtà macroscopica e si collega, invece, con l’entanclement quantistico. Il dramma è che abbiamo la facoltà di intuire l’evento che si annuncia o non è distante dall’accadere ma a causa della nostra inadeguatezza biologica non possiamo trasformarlo in realtà. Ci muoviamo in un sistema fisico limitato che non permette il suo trascendimento.

Cerebralizzazione di un cono. Gesso, gomma. 2004. Cm 18×30
In un’epoca sempre più mediata da tecnologia e reti, come interpreti il ruolo dell’arte nel dibattito contemporaneo su postumano e identità?
Alla luce dell’esponenziale sviluppo della tecnologia per l’artista diventa imperativo illuminare l’universo di intelligenza, consapevole del bene comune. L’artista deve essere garante dell’estensione della vita, dell’empatia e dell’armonia.
Gli strumenti e le tecniche tradizionali per realizzare opere d’arte non sono più sufficienti. La metafora, la rappresentazione non sono bastanti. L’opera d’arte, non più da contemplare, gradatamente evolverà verso una nuovo essere che vive, pensa, agisce.
L’artista creerà opere d’arte viventi che parteciperanno alla trascendenza dell’universo.
L’artista sintropico metterà al mondo la propria intuizione e la materializzerà in una entità dotata di libero arbitrio, apportatrice di disvelatori segreti di conoscenza e felicità.
Per allontanare il terrore degli immensi spazi cosmici freddi, vacui e indifferenti alla vita l’uomo costruirà suoi simili artificiali dotati di coscienza di sé. Con gli stessi sentimenti verranno al mondo opere d’arte che vivono.
De Chirico titolava un suo quadro La statua che si è mossa. Quanto è viva una statua? Dentro la scultura di marmo che, ad esempio, rappresenta Costanza Bonarelli, modellata da Gian Lorenzo Bernini, può sembrare che non succeda nulla ma i circa dieci alla venticinquesima atomi per chilogrammo che la sostanziano, sono estremamente attivi. Al suo interno tutti gli atomi sono in movimento, condividono elettroni l’un con l’altro, modificano gli spin delle particelle e generano campi elettromagnetici. Questa attività è una forma di vita anche se non è organizzata in modo significativo. Una molecola con 19 atomi di idrogeno può memorizzare dieci alla venticinquesima bit di informazioni. Nonostante tutta questa attività il mirabile ritratto di Costanza, al momento è apparentemente immobile. La struttura degli atomi dentro di lei, è casuale a tutti gli effetti. Se però organiziamo le sue particelle in modo finalizzato a precise funzioni, possiamo avere un “cervello” a consumo energetico nullo e con una capacità di elaborazione di dieci alla quarantacinquesima operazioni al secondo: una potenza di memoria immensa. Ciò costituisce una base per la progettazione di un sistema vivente e consapevole. Con una programmazione adeguata nel futuro potrà essere possibile la manipolazione di ogni singolo atomo e di ricombinare, individualmente, ogni gene e cellula, in particolare le staminali totipotenti, capaci di autorinnovarsi e di replicare se stesse, in altre parole sono prossime ad essere immortali.
Le opere d’arte viventi si ibrideranno tra loro, con gli umani e gli androidi. Nuove forme di intelligenza nasceranno per lo stupore del mondo. In una ulteriore estrema metamorfosi le entità coscienti si scorporeranno per diventare luce afisica, una luce omnicomprensiva e intelligente, non di origine elettromagnetica, che non producendo ombra, pervaderà e trasformerà l’intero universo rendendolo cosciente.

Recipiente cerebrale. 2004. Alluminio, gomma, acqua. Diametro cm 32.




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