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A Bologna il bucato è performativo 

Durante Arte Fiera 2026 l’arte performativa sembra essersi data, con involontaria ironia, un programma condiviso: da una parte si stende, dall’altra si stira.

Miss America dell’artista portoghese Francisco Tropa a Palazzo De’ Toschi e Wardrobe dell’artista franco-iraniana Chalisée Naamani al Padiglione de l’Esprit Nouveau mettono in scena due coreografie differenti ma complementari, in cui il lavoro domestico diventa materia estetica e costruzione concettuale.

Il lavoro domestico non è certo una novità nell’arte performativa. Negli anni Settanta, la domesticità era un vero e proprio campo di battaglia di attivismo politico. Le performance femministe trasformavano la casa da spazio privato in spazio ideologico, rendendo visibile ciò che il sistema sociale occultava: il lavoro di cura, gratuito, isolato, alienante, ma strutturalmente necessario al funzionamento sociale ed economico.

Mierle Laderman Ukeles portava la pulizia nei musei con la sua Maintenance Art; Martha Rosler, con Semiotics of the Kitchen, trasformava gli utensili domestici in un alfabeto di violenza simbolica; Helen Chadwick si faceva macchina domestica per denunciare la disumanizzazione del lavoro di casa. 

Intorno a queste pratiche orbitavano movimenti come Wages for Housework, che non chiedevano poesia, ma salario; non estetica, ma riconoscimento materiale. Il gesto domestico era conflitto, denuncia, esposizione delle strutture di potere. 

A Bologna, il gesto domestico ritorna, ma declinato in maniera molto diversa.

Chalisée Naamani, Wardrobe, Padiglione de l'Esprit Nouveau, Bologna, 2026. 

Chalisée Naamani, Wardrobe, Padiglione de l’Esprit Nouveau, Bologna, 2026. Un progetto di Arte Fiera in collaborazione con Fondazione Furla. | Courtesy l’artista e Ciaccia Levi (Parigi – Milano). Ph credits Team99.

Per il programma di azioni dal vivo di Arte Fiera in collaborazione con Fondazione Furla, curato da Bruna Roccasalva, il progetto di Naamani, ispirato all’architettura del Padiglione de l’Esprit Nouveau e alla machine à habiter di Le Corbusier, trasforma lo spazio in un grande guardaroba monocromo, ordinato e algido. Un binario, simile a quelli utilizzati nelle lavanderie a secco per il trasporto degli indumenti, serpeggia nel Padiglione disegnando una linea continua che dialoga con le geometrie funzionali dell’edificio.

Una serie di copri abiti monocromi, identici e ordinatamente sospesi, costruiscono l’impianto scenico. Il percorso conduce a una stanza conclusiva: al centro c’è un’asse da stiro, dove si svolge l’azione performativa.  L’azione dello stirare evoca cura, ma anche automatismo; intimità, ma anche alienazione.

Chalisée Naamani, Wardrobe, Padiglione de l'Esprit Nouveau, Bologna, 2026. 

Chalisée Naamani, Wardrobe, Padiglione de l’Esprit Nouveau, Bologna, 2026. Un progetto di Arte Fiera in collaborazione con Fondazione Furla. | Courtesy l’artista e Ciaccia Levi (Parigi – Milano). Ph credits Team99.

Tutto è concettualmente ben concertato: il funzionalismo modernista, l’efficienza, la razionalizzazione del vivere, il corpo evocato incastrato in questo ingranaggio. Il conflitto sembra assente. La violenza strutturale del lavoro domestico si trasforma in metafora elegante, in coreografia minimale, in immagine pulita. 

Ma sotto questa monocroma configurazione di ordine e controllo, l’installazione si apre a un livello di lettura più profondo. I copri abiti sospesi evocano corpi costretti. All’interno di questa uniformità, spicca un solo abito decorato con tulipani rossi, che introduce un riferimento simbolico preciso: in Iran il tulipano rosso è emblema di martirio e sacrificio. L’installazione si carica di ulteriori significati, suggerendo una metafora di oppressione politica, che si esercita, ancora una volta, sul corpo della donna.

Francisco Tropa:  Miss America, Palazzo De' Toschi 2026

Francisco Tropa: Miss America, Palazzo De’ Toschi, veduta dell’installazione e della performance. | Foto Carlo Favero

Nell’installazione di Francisco Tropa curata da Simone Menegoi nell’ambito di ART CITY Bologna 2026, e allestita nella Sala Convegni della Banca di Bologna dello storico Palazzo De’ Toschi, la domesticità si sposta nella dimensione della memoria. 

Miss America si configura come una distesa di lenzuola bianche tese su corde che attraversano da una parte all’altra il grande salone, sostenute da canne di bambù e fissate con mollette da bucato. Tra le lenzuola, compaiono cartelli commerciali serigrafati con scritte in portoghese, copie di vecchie insegne collezionate dall’artista. 

Le lenzuola stese evocano un’immagine di vicoli e cortili in cui il bucato, sospeso da una finestra all’altra, rendeva caratteristico il paesaggio urbano; ma canne e mollette diventano di bronzo, i materiali poveri mutano in un materiale nobile, e la nostalgia si trasforma in una messa in scena composta.

Sei performer, a cadenze prefissate, stendono e ripiegano le lenzuola secondo un ritmo lento e rituale. L’atto è meditativo, la costruzione formale elegante. Il gesto domestico non punta più a smascherare la frizione sociale: diventa un dispositivo estetico.

Secondo la lettura curatoriale, che descrive il lavoro di Tropa come strutturalmente enigmatico, anche il titolo Miss America si fonda su uno slittamento semantico: “Miss” può essere inteso sia come titolo (“Signorina America”), sia come verbo (“ci/mi manca l’America”), richiamando un mood nostalgico che suggerisce la mancanza di un’America che non esiste più, in contrasto con le notizie sempre più cupe che arrivano da oltreoceano.  

Di slittamento in slittamento, di rarefazione in rarefazione, invece di chiarirsi il senso dell’opera si rarefà fino a diventare quasi impalpabile.

Francisco Tropa:  Miss America, Palazzo De' Toschi 2026

Francisco Tropa: Miss America, Palazzo De’ Toschi, veduta dell’installazione e della performance | Foto Carlo Favero

La questione non riguarda il valore o l’articolazione interna delle opere, ma il modo in cui il significato viene costruito e reso percepibile. Il lavoro domestico non scompare come orizzonte critico, ma cambia registro: non più scontro diretto, ma citazione e forma. 

Il bucato non è più politico: è performativo, contemplativo, estetizzante, nostalgico e controllato. Stirare, stendere, piegare diventano gesti coreografici. 

Tra un guardaroba modernista e un bucato bronzeo, la domesticità non è luogo di scontro diretto, non graffia, ma è uno spazio simbolico attraversato da significati sfumati, e se politici, filtrati da un’estetica composta. Non più la violenza dell’esposizione, ma la delicatezza dell’allusione.
Non più rottura e conflitto, ma elegante rarefazione.

Alessandra Alliata Nobili

Founder e Redazione | Milano
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