L’artista italo-tunisina è figlia d’arte: il padre, noto calligrafo islamico, le trasmette fin da piccola il valore del gesto e del segno. Dopo gli studi in scultura all’Accademia di Brera, Monia sviluppa una ricerca personale che definisce un viaggio sciamanico, per liberarsi dalle aspettative imposte dalla tradizione e dal presente.
Le sue creazioni affrontano temi legati ai concetti di patrimonio culturale, autenticità, simbolismo religioso e l’ambiguità del linguaggio. Si esprime attraverso un ampio ventaglio di forme e materiali, dalla scultura alla pittura, al suono, video e performance, coinvolgendo il pubblico in esperienze sensoriali.
Il suo legame alla tradizione calligrafica islamica e alla geometria, ha formato un vocabolario visivo in cui i materiali assumono un significato simbolico e allegorico fortemente ancorato nelle politiche del presente.
Recentemente, la sua installazione Theology of Collapse (The Myth of Past) I-X, 2024, ha ricevuto il prestigioso Premio MAXXI BVLGARI IV 2024, consolidando il suo ruolo come giovane artista di grande rilievo a livello internazionale. La sua opera è stata protagonista di mostre a New York, Boston, Madrid, Zurigo e Copenaghen, confermando la sua grande capacità di interloquire con il pubblico internazionale.

Monia Ben Hamouda, Denial of a Red-winged Blackbird fighting a Jinn (Aniconism as Figuration Urgency), 2022 – Laser cutted iron, spice powders 280×153×0.03 cm; Installation view of Remarkably Clear, Almost Invisible, Double solo show Monia Ben Hamouda / Michele Gabriele curated by Anthony Discenza at ASHES/ASHES, New York NY USA, 2022 | Courtesy of the artist, ChertLüdde, Berlin and Ashes/Ashes, NYInstallation view of Remarkably Clear
In che modo la calligrafia, come linguaggio visivo e simbolico, funge da mediatrice tra tradizione e contemporaneità, storia personale e sfera collettiva nel tuo lavoro?
Monia Ben Hamouda: Per me è stato molto importante, e profondamente formativo, osservare come l’arte e la storia dell’arte venissero percepite all’interno della mia famiglia e della mia cultura: cosa era permesso, cosa era proibito, e come potevo muovermi in quell’ambiente cercando di bilanciare la visione occidentale della storia dell’arte, che mi veniva insegnata a scuola, con quella che invece la mia famiglia, e gli artisti della mia famiglia, riconoscevano e valorizzavano.
Religione, figurazione, geometria e calligrafia fanno parte del mio linguaggio e sono sempre stati i filtri attraverso cui mi avvicino all’arte. Il modo in cui sono stata educata a conoscerla, la prospettiva con cui la mia famiglia guardava alla storia dell’arte, e ciò che vedevo fare ogni sera a mio padre, calligrafo islamico, sul suo tavolo da disegno ogni giorno: sono questi gli aspetti che hanno formato la mia visione e che oggi restano i punti guida di tutto il mio lavoro.

Monia Ben Hamouda, Theology of collapse (The Myth of Past), 2024- Mixed media on iron, spices; 546x750x0,03cm -View from MAXXI BVLGARI PRIZE IV, MAXXI – Museo nazionale delle arti del Rome IT , curated by Giulia Ferracci | Courtesy the Artist, Fondazione MAXXI, and ChertLüdde, Berlin Photo Luis Do Rosario
Considerando che il tuo linguaggio visivo (ti cito) “si traduce in una vasta gamma di approcci formali e risulta intriso di simbologia culturale e rituale”, come scegli e combini i diversi materiali per trasmettere questi significati?
Monia Ben Hamouda: Molte delle mie opere cercano di ricomporre alcune tematiche che tendiamo a percepire come frammentate: l’idea di patrimonio, di nozione storica, di autenticità e di linguaggio come veicolo di fraintendimento.
I materiali che scelgo e combino si muovono proprio dentro questo spazio di ambivalenza, in cui i simboli culturali (e di conseguenza le soggettività) non sono mai fissi, ma oggetto di una continua, turbolenta negoziazione.
Ultimamente descrivo la mia pratica come un lavoro di riconciliazione e di riavvicinamento tra le diverse polarità che la compongono, e i materiali diventano il tramite concreto attraverso cui questa tensione si manifesta. É un approccio quasi sempre intuitivo, veloce: in una seconda fase aggiusto il tiro e cerco di comprendere meglio le mie scelte, traducendole dal contesto inconscio ad uno più manifesto e affilato.

Monia Ben Hamouda, The Destruction of the Idols of Ka’ba, 2023 -Carbonized wood, charcoal, concrete, fabric, plaster, lead, iron, clay, spice powders. Variable measures; Installation view of The Destruction of the Idols of Ka’ba, solo show at La Casa Encendida, Madrid ES (2023) curated by Pakui Hardware| Courtesy of the artist and ChertLüdde, Berlin
Hai descritto alcuni temi centrali della tua pratica: frammentazione, collasso, rabbia e lo spazio politicizzato delle rovine e hai evidenziato, (citando le parole della scrittrice Khadija Muhaisen Dajani) il concetto di “qaher” che descrive una rabbia che si deposita nel corpo e nelle generazioni; questa sedimentazione si manifesta in qualche modo nelle tue opere? Potresti citare qualche istanza in cui hai affrontato temi legati a trauma, conflitto e perdita in un contesto geopolitico complesso?
Monia Ben Hamouda: Il mio lavoro ha un forte respiro politico. Penso che sia una qualità intrinseca del lavoro, che sfrutta i diversi riferimenti culturali e storici, utilizzandoli successivamente come materiale scultoreo.
Cito spesso Khadija Muhaisen Dajani perchè credo che il centro di una delle mie serie di sculture (Burial of all Meanings, 2024) sia proprio descrivibile da questa parola, una rabbia furiosa, sepolta, frustrata:
“Non esiste un equivalente inglese della parola araba qaher. Il dizionario dice “rabbia”, ma non lo è. È quando prendi la rabbia, la fai sobbollire a fuoco lento, ci aggiungi ingiustizia, oppressione, razzismo, deumanizzazione e la lasci cuocere lentamente per un secolo. E poi provi a esprimerla, ma nessuno ti sente. Quindi, rimane nel tuo cuore. E si deposita nelle tue cellule. E diventa la tua impronta genetica. E poi si diffonde di generazione in generazione. E un giorno, ti ritrovi incapace di respirare. Ti travolge e pretende di uscire da te. Piangi. E il ciclo si ripete”.

Monia Ben Hamouda, Burial of all meanings, 2024 – Steel, iron, engine, turmeric, enamel, Dimensions variable-Installation view of NYX, Monia Ben Hamouda and Maude Léonard-Contant – II pers. solo show at Istituto Svizzero, Milan IT curated by Gioia Dal Molin |Courtesy of the artist and ChertLüdde, Berlin
Vedo questa scultura come una radicalizzazione di quelli che sono sempre stati i temi e i punti centrali della mia pratica: li invalida e li rafforza allo stesso tempo. È un’opera che lavora sull’idea di frammentazione, collasso, rabbia, sterilizzazione dei significati e sul concetto di rovina come spazio politicizzato.
In questa direzione, anche la mia scultura presentata al MAXXI, Theology of Collapse (The Myth of Past), ne è un esempio, formalmente in bilico tra un luogo di culto e un mausoleo, si genera e collassa contemporaneamente.
Infine, anche la mia serie di disegni Rage Passing Through Generations (2023–in corso) affronta in maniera esplicita il tema della rabbia ereditaria, sedimentata nel corpo e destinata a ripetersi.
Monia Ben Hamouda, Theology of collapse (The Myth of Past), 2024- Mixed media on iron, spices; 546x750x0,03cm| View from MAXXI BVLGARI PRIZE IV, MAXXI – Museo nazionale delle arti del Rome IT , curated by Giulia Ferracci; Courtesy the Artist, Fondazione MAXXI, and ChertLüdde, Berlin. Photo Luis Do Rosario
Le spezie che utilizzi nei tuoi lavori richiamano il legame con la cultura mediterranea, la sua tradizione culinaria, e aggiungono un elemento sensoriale al tuo lavoro. Storicamente le spezie sono anche legate a movimenti di popoli, a storie di sottomissione e d’imperialismo. Questa seconda valenza si inserisce nella tua scelta di questi materiali? (se si potresti citarmi un esempio di una mostra o lavoro particolarmente significativo in questa direzione?)
Monia Ben Hamouda: Il mio rapporto con i materiali è sempre stato profondamente simbolico e allegorico. Mi interessa il modo in cui alcuni materiali possiedono un forte potere evocativo e il meccanismo attraverso cui si trasformano da semplice materia a simbolo, e addirittura anche a strumento di potere nello scacchiere mondiale.
Le spezie erano ieri il petrolio di oggi: uno strumento di potere, una materia maledetta, quasi demoniaca.
Mi affascina l’idea che le spezie possano sia guarire sia maledire, un aspetto che rende ancora più esplicito il richiamo religioso e cerimoniale della mia pratica.
Allo stesso tempo, queste materie richiamano anche la storia dei popoli, delle rotte commerciali e delle dinamiche di potere, inserendo nelle opere una dimensione geopolitica e storica che va oltre il senso puramente sensoriale.
Tutto il mio lavoro, la mia intera pratica, è legata indissolubilmente a queste dinamiche. A partire dal lavoro che faccio in studio, la mia modalità pittorica richiama fisicamente la gestualità dell’attivismo politico (pensa per esempio al lancio delle zuppe sulle opere d’arte nei musei: puoi ritrovarlo anche nelle mie installazioni).

Monia Ben Hamouda, Blindness, Blossom and Desertification XII, 2024 – Mixed media on raw cotton, 235 × 195 × 4 cm| Courtesy of the Artist, ChertLüdde, Berlin and Selma Feriani, London/Tunis
Cosa intendi esattamente quando parli di “sterilizzazione dei significati”? In particolare, quale ruolo attribuisci a musei e istituzioni in questo processo, e pensi che riguardi anche la presentazione dell’arte di oggi?
Monia Ben Hamouda: Queste sono domande necessarie che ogni artista deve farsi ad un certo punto della propria carriera, soprattutto quando si trova a lavorare in contesti istituzionali.
Quando parlo di “sterilizzazione dei significati” mi riferisco al processo tramite il quale le opere d’arte vengono depotenziate, ridotte a oggetti estetici privi di contenuto critico o emotivo.
Le istituzioni museali, così come gli artisti, hanno una responsabilità cruciale: raccontare la Storia da prospettive critiche e proporre opere che stimolino dialogo, riflessione e consapevolezza collettiva.

Monia Ben Hamouda, Monument to Vulnerability IV (Stoning of the Devil), 2024- Neon, aluminum, spices, 200×145 cm | Courtesy the Artist and ChertLüdde, Berlin- Installation View from Exposure – Art, culture, fashion in and out of the showcase -curated by Katya Inozemtseva and Sara Rizzo at MUDEC Museo delle Culture Milano, IT
Troppo spesso i musei promuovono l’artefatto o la reliquia senza abbracciare la storia e l’umanità che li permea. Quando un’opera acquisisce valore solo in seguito a disastri storici o affrontando il trauma in maniera postuma, ci si interroga sul ruolo reale degli spazi museali e degli artisti che vi collaborano.
L’incapacità delle istituzioni di raccontare il nostro tempo è evidente, soprattutto nel contesto politico che viviamo. Questi luoghi risultano colpevoli perché evitano un reale dialogo con il presente, con il tessuto collettivo e con il pubblico: adottano raramente prospettive critiche sull’autorità, evitano di porre domande scomode, pur essendo estremamente necessarie, e spesso non affrontano le pluralità di rappresentazione o di significati, rimanendo architetture vestigiali del panorama culturale.
Al di fuori dell’arte visiva, quali sono le tue fonti d’ispirazione, ad esempio il cinema, letteratura o altre forme di espressione che in qualche modo nutrono la tua creatività? Esistono punti di riferimento o figure con cui ha instaurato un rapporto di confronto particolarmente significativo?
Monia Ben Hamouda: Io amo molto il cinema e penso spesso al lavoro di alcuni registi che mi hanno insegnato davvero molto. Il mio lavoro, come sai, ha molto a che fare con la rappresentazione e la sua negazione: la traccia di un linguaggio, il fantasma di un’immagine.
A questo proposito cito spesso Philippe Grandrieux:
“È come quando cerco le location per girare i miei film. Per Un lac, ad esempio, è stato molto difficile trovare il lago. Ho cercato in Finlandia, in Norvegia, in Svezia… E alla fine ho trovato il lago, ma quando ho girato ho deciso di inquadrarlo il meno possibile – perché il cinema non consiste nel mostrare qualcosa, ma nell’essere dentro quel qualcosa, dentro le forze: in questo caso, le forze del lago, le forze dell’albero, le forze dell’oscurità del lago e della gigantesca montagna… L’idea di mostrare il lago con un campo lungo, cercando di rappresentare con precisione l’aspetto di quel lago, non ha senso per me. È totalmente anti-cinematografico, perché il cinema è veramente cinema solo quando cattura queste forze – quando, nel montaggio, ci si confronta con diversi tipi di forze che plasmano l’inquadratura dall’interno. Quindi il punto non è più mostrare il lago, ma sentirlo… È un processo cinematico completamente diverso.”

Monia Ben Hamouda, Aniconism as Figurative Urgency (Hamra), 2022- Laser cut steel, spice powders 200 × 150 × 25 cm- View from Hamra, solo show by Monia Ben Hamouda at Ariel Feminisms in the Aesthetics, Copenhagen, | Courtesy the artist, Ariel Feminisms in the Aesthetics, Copenhagen and ChertLüdde, Berlin
Hai recentemente vinto il MAXXI BULGARI PRIZE. Cosa ha significato per te questo premio? Mi parli brevemente di come hai affrontato questa sfida?
Monia Ben Hamouda: Questo riconoscimento ha confermato per me la possibilità di portare avanti il mio percorso artistico con autenticità e determinazione. Lavorare in un ambiente di rispetto e professionalità, accanto a persone che condividono la stessa passione per l’arte, è stata una fortuna incredibile.
Affrontare questa sfida è stato un percorso intenso e stimolante: ogni fase della realizzazione ha richiesto attenzione, collaborazione e fiducia. L’opera infatti è la più grande e ambiziosa scultura che io abbia mai realizzato, e che si legava allo spazio del museo, al progetto di Zaha Hadid, al contesto storico attuale e alle mie più profonde esigenze ed ossessioni.
Per me ha rappresentato sicuramente una sfida, ma anche l’occasione di posare uno sguardo lungo, storico, sul mio stesso lavoro: la possibilità di leggere o prevedere il futuro, di intuire se e in quali termini la mia pratica si innesta in ciò che chiamiamo Storia dell’Arte -qualunque cosa essa sia- o come la evita o la rifugge, e quale spazio il mio lavoro occupa (o non occupa) in questo percorso storiografico.
Questo premio rappresenta non solo un riconoscimento del mio lavoro, ma anche un momento di celebrazione della comunità che lo ha reso possibile, persone che hanno sostenuto il mio progetto e la mia visione fin dall’inizio con serietà e rispetto. Senza il loro lavoro instancabile, la loro pazienza e il loro entusiasmo, quell’opera non esisterebbe.
Quale direzione speri che il tuo lavoro prenda in un prossimo futuro, ci sono temi o situazioni che desidereresti esplorare in profondità nei progetti che stai preparando?
Monia Ben Hamouda: Sono molto concentrata su una nuova parte della mia pratica che definirei pittorica in modo quasi monumentale, architettonico.
Negli ultimi due anni ho dipinto moltissimo forse proprio perché desideravo spostarmi dalla mia comfort zone (scultorea) verso un territorio che non esploravo da quando ero bambina.
Spero molto di continuare a spostarmi tra diversi media, in particolare mi rendo conto di tonare spesso al sonoro (all’inizio del 2025 ho inaugurato una mostra a Tunisi, da Selma Feriani, nella quale era anche possibile sentire un’opera audio a cui sono molto legata).
Proprio in questo momento sto lavorando sulle ultime fasi di produzione per la quattordicesima Taipei Biennial, a Taiwan. Ho appena inaugurato una mostra a Locarno e tra poco ne inaugurerò un’altra a Noisiel e ho moltissimi progetti che mi stanno dando la possibilità di lavorare su produzioni molto complesse: è sempre interessante sfidare il proprio lavoro e non posso che augurarmi di farlo sempre di più.

Monia Ben Hamouda, Wudu Diorama, 2022 – wood, iron, turmeric, chilli pepper, paprika, charcoal; 1018 x 150 x 150 cm, variable. – Installation View from Wudu Diorama, residency solo presentation at Lower Cavity Holyoke, MA – USA. | Courtesy the Artist and ChertLüdde, Berlin.





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